Una notte al Pronto soccorso
La porta scorrevole del pronto soccorso si aprì facendo entrare un refolo di vento freddo nel clima tropicale dell’ospedale. Era l’una del mattino, ed io languivo in sala d’attesa oramai anestetizzato dall’odore di disinfettante.
Sette ore prima, quando sono arrivato al triage, un infermiere tatuato mi disse pensieroso: «Lei passerà la notte qui. Abbiamo una sola dottoressa per tutta la notte. E poi tutto dipende dal colore del codice d’entrata e dalla gravità».
Finalmente, mi chiese quale fosse il problema. «Ho fatto una visita oculistica ieri,» gli risposi «quando sono tornato a casa avevo un occhio gonfio e la sensazione di un cristallo dentro».
«Ma io vedo che c’ha gli occhi normali» ribatté lui.
«Ma non lo vede che questo è rosso, gonfio e mi lacrima?» gli dissi indicandomi il tubero rosso che avevo in faccia.
Lui scribacchiò qualcosa al computer. Poi tornò a scrutarmi. «Ma le fa male?»
«Sì, come se avessi uno spillo conficcato nell’occhio o della sabbia».
«Prima ha detto cristallo. Si decida. Ma è un granello o degli spilli?»
«Uno spillo. Uno solo!» replicai pensando alla surrealtà del dialogo.
Era evidente il tentativo dell’infermiere di farmi entrare col codice bianco, sperando che le quindici ore di attesa mi avrebbero fatto cadere come Leonida alle Termopili. Poi, vedendomi sofferente, mosso a compassione, mi assegnò un codice verde, e io andai a sedermi già esausto.
Attendere, in pronto soccorso, è un’arte.
Da quant’è che stavo appollaiato su questa fredda sedia di metallo? Feci un rapido calcolo.
Minchia, sette ore. Lanciai un’occhiata sconsolata alla sala d’attesa stipata di variegato genere umano. Ora, le sale di attesa degli ospedali, come le fermate della Metro, sono dei manuali di sociologia. Perché le vite, le storie, i dolori, le paure delle persone sono mirabilmente dispiegati in tutta la loro dolorosa e curiosa forza dirompente.
Intorno a me c’erano anime insonni, ciascuna racchiusa nel proprio microcosmo di dolore, ansia o stanchezza. Fu in quel momento che lo sguardo sorridente di un signore sulla settantina – come una luce nel buio – mi risvegliò dal torpore. Sembrava una faccia familiare e conosciuta. Il tipo mi osservava divertito, e riconobbi nei suoi cenni la volontà di parlarmi. «Dura eh?»
Io annuii con gli occhi fissi.
«Pensa che quel ragazzo laggiù è un codice bianco. Ed è qui da mezzogiorno».
«E lei da quanto sta qui?» replicai.
«Mah, contando che sono arrivato alle quattro…sono appena nove ore. E sono un codice verde» disse lui sventolando il ‘vantaggio’.
Una musichetta gli uscii dalle tasche.
Il signore mi fece cenno di attendere, afferrò il cellulare e sottovoce mi disse alzando gli occhi al cielo: «Mia suocera.»
Rispose a monosillabi, attaccò e tornò da me. «Ma ti pare che all’una di notte mi deve chiamare mia suocera a centoquattro anni, e non mia moglie?»
Sgranai l’occhio sano: «Scusi quanti?»
«Centoquattro. Perché quanti anni mi dai?»
«Bah, settantadue?»
«No, ottantotto» replicò lui giubilante. «Ottantotto con la suocera viva, ti sembra giusto? Ed è pure cattiva!»
«Pure!» risposi ridendo di gusto.
La notte avanzava, ma le chiacchiere divertite che facevo col signor Vittorio divennero contagiose per il resto della sala.
Conoscemmo uno chef egiziano che aveva lavorato sulle navi per trent’anni, il quale cercò di convincerci della straordinaria bontà dei ravioli burro, salvia, zucchero e cannella. Un ragazzo rumeno, che lavorava in una fattoria, ci mostrò i video di un vitello che gli leccava la faccia, cercando di fare pubblicità ai loro prodotti kilometro zero. Un ragazzo friulano, trasferitosi in città da poco, si offrì addirittura di andare a prendere le birre per tutti, tanto era un codice bianco e per lui non c’era speranza di entrare prima che sorgesse il sole. Il gruppo si era così consolidato che, ogni volta che veniva chiamato un numero, partiva l’applauso per il fortunato: «Sei tutti noi!»
Al triage, nel frattempo, c’era stato il cambio turno. E, al posto dell’infermiere tatuato, c’era una donna che, più che fare accoglienza, raccoglieva gli sfoghi e le confessioni più intime dei pazienti in attesa, dispensando gocce anestetiche negli occhi dei più doloranti. L’anestetico, una droga molto sottovalutata però richiestissima.
Nel frattempo, il signor Vittorio era diventato più amato di Nonno Libero. E quando il suo numero risuonò dagli altoparlanti attraversò il corridoio portato in trionfo. Ma non avevamo ancora finito di esultare quando lo vedemmo rientrare nella sala e sedersi dicendo:
«Falso allarme, mi hanno solo messo le gocce. E devo aspettare altri tre quarti d’ora»
A quelle parole nella sala serpeggiò il terrore.
Una signora, lì da dodici ore per accompagnare il marito, si alzò in piedi e urlò:
«Eccerto, mo’ ce manca solo un codice rosso, così se la pijamo tutti ‘nder culo!»
Attimi di sospensione.
Poi la sala tornò in attesa.
Improvvisamente, come per magia, i numeri iniziarono a scorrere più rapidamente.
Alle due del mattino, Vittorio ci salutò correndo alla metropolitana nonostante i suoi ottantotto anni; che Dio lo conservi!
Subito dopo se ne andarono lo chef egiziano, strappandomi la promessa di provare la sua fantastica ricetta, il bovaro rumeno e la signora col marito.
Il mio numero risuonò nella sala alle ore due e tre quarti.
La dottoressa, nemmeno trentenne, mi mise l’anestetico sull’occhio, poi me lo controllò con una luce e rilevò l’abrasione della cornea. «Come è successo?» domandò.
«Dopo una visita oculistica, per mettere dei semplici occhiali».
Lei scosse il capo, e mi congedò bendato come un pirata, con la terapia da seguire.
Quando rientrai in sala, con l’unico occhio buono contai le persone rimaste, provando un brivido di empatia, che si rinforzò ulteriormente quando scorsi il ragazzo friulano accasciato con la testa tra le mani. «Vuoi che te la porti io una birra?»
Il ragazzo alzò la testa: «Ho deciso, io apro un chiosco di birre qua a fianco. Per dare ristoro e speranza a questi disperati.»
«Tienimi un posto per l’inaugurazione. Buona fortuna, ragazzo,» lo salutai.
L’aria fresca del mattino mi snebbiò la mente.
E mentre aspettavo il taxi, sorrisi fra me e me, trovandomi a riflettere che il pronto soccorso non è solo un luogo di sofferenza, ma è uno spazio dove la vita, pur nella sua fragilità, ostinatamente resiste.
E, in questa fragilità, trova anche il modo di sorridere.
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Ciao Simone, complimenti per il racconto. Che bella l’idea di trovare il positivo in ciò che non lo è, e il tono leggero e disincantato con cui vengono raccontati i fatti, quasi surreale! Ho vissuto la storia come se fosse un sogno, e ho sorriso anch’io alla fine.
Ciao Luigi, innanzitutto grazie molte per l’apprezzamento.
Potrebbe essere tranquillamente letto e interpretato come sogno, ma è il resoconto, neppure troppo romanzato, di un evento vissuto in prima persona.
Del resto, la vita supera sempre ogni immaginazione. Grazie!
Il tuo racconto, dove vige un clima da catastrofe ma di tono in fondo bonario, è scritto con efficacia e abilità. È la virtù di una satira ben riuscita, che diventa denuncia ma fa anche sorridere. Però ti dico: se un giorno dovesse sciaguratamente capitarmi un’esperienza simile, credo che finirò sui giornali.
Ciao Francesca, sono felice che il racconto ti sia piaciuto, e ti ringrazio del tuo riscontro e del tuo tempo. Capisco benissimo, inoltre, il tuo (più che condivisibile) disappunto.
Ma, ti garantisco, in questo paese finire sui giornali non porta a niente.
Anzi, invece di aiutarti, ti crea ancora più nocumento.
Dalla padella nella brace. 😉
Mi hai ricordato la mia esperienza di tanti anni fa, al pronto soccorso, per sospetta frattura del metatarso. Dalle ore 14 e 30, fino alle ore 22 e 30, con il rilascio di un referto medico in cui era scritto che non si evedianziavano lesioni ossee. Il dolore acuto era dovuto all’ edema per la storta del piede.
Lo ricordo come un incubo. Nessuno in sala d’ attesa che avesse voglia di parlare o di scherzare. Tutti immersi nei loro pensieri cupi, ad aspettare in silenzio, sospirando. Solo un ragazzo, arrivato dopo, a cui spettava la precedenza, gridava a intervalli regolari, come se avesse le doglie, per i dolori causati da calcoli renali.
Il tuo racconto, al contrario, pare quasi una festa, e come tutti i tuoi racconti, molto piacevole da leggere.
Ciao M. Luisa, innanzitutto mi dispiace per la tua disavventura. Povero quel ragazzo che ha avuto i calcoli renali, li conosco in modo indiretto perché ho assistito un amico che è stato aggredito da quel dolore, e pareva posseduto: scioccante! In genere, in ospedale non c’è certo un clima festaiolo, legittimamente. Nella mia esperienza, qui sublimata nell’artifizio letterario, siamo passati da un atteggiamento lamentoso iniziale a una forma di solidarietà scherzosa, ‘utilizzata’ anche per ingannare l’attesa. Ho voluto scrivere questo racconto proprio per (omaggiare e) testimoniare che esiste ancora un fondo di umanità, a cui si può attingere, anche nei momenti più critici e difficili. Grazie sempre per i tuoi graditi riscontri, e per l’apprezzamento.
Mi è piaciuto l’umorismo velato di questo racconto, dosato e mai volgare, lo si percepisce attraverso le storie di tante persone comuni che il destino ha voluto far incontrare in un luogo di sofferenza. Ne esce un quadro variopinto: l’anziano incontinente nelle parole, l’egiziano con le sue ricette improbabili, il rumeno con i prodotti a km zero, il friulano dal codice bianco, rassegnato della lunga attesa, tutti con le loro storie tutte diverse e uniche. Se la vita viene vissuta con ottimismo anche un Pronto Soccorso può trasformarsi in una set di un film divertente, alla Zalone, per intenderci, al contrario può diventare una location per un film dell’orrore. Una lettura davvero piacevole, complimenti.
Grazie Fabius, veramente.
E per il gradimento e per i preziosi consigli, che tu sai.
🙏
La vita è una scintilla capace di scoccare nei luoghi più improbabili ed impensati.
Anzi, talvolta è proprio negli anfratti più ameni che si sviluppano alleanze temporanee, intense anche se effimere ma tali da essere ricordate e catalogate come avventure
Molto vero, ameni e meno. Grazie, Gabriele.
Grazie a te Simone, sempre