
Una piccola imperfezione
Serie: Orrore ispiratore
- Episodio 1: Rewind
- Episodio 2: La mano
- Episodio 3: L’urlo di Jo – 1
- Episodio 4: L’urlo di Jo – 2
- Episodio 5: Una piccola imperfezione
- Episodio 6: Al di là del bordo – 1
- Episodio 7: Al di là del bordo – 2
- Episodio 8: Al di là del bordo – 3
- Episodio 9: Al di là del bordo – 4
STAGIONE 1
Adesso li vedo. È stato sufficiente aprire gli occhi. Invecchiano con me; fanno tutto ciò che faccio io. Pensano come me.
È iniziato tutto molti anni fa, ventisette anni per la precisione. Mi stavo concedendo qualche ora di svago passeggiando per il parco quando mi sentii chiamare per nome. La voce arrivava da un uomo seduto su una panchina. Mi avvicinai per capire chi fosse, ma non lo riconobbi, almeno non subito.
«Mi scusi, ma non mi sembra di conoscerla…» dissi.
«Siediti.» Non era un invito.
Lo osservai per qualche istante. Due rughe profonde gli scolpivano la fronte, altre due scendevano verso il basso sulle guance perfettamente rasate. Teneva lo sguardo basso, come se volesse evitare di fissarmi.
Mi sedetti di fianco a lui.
«Come fa a sapere il mio nome?» domandai.
Mi guardò con un aria di superiorità. Gli angoli della bocca si erano sollevati quasi impercettibilmente verso l’alto, quel tanto che bastava a trasmettermi un leggero senso di irritazione, insieme a un lieve disagio che non riuscivo a spiegarmi.
«Non è il tuo momento di fare domande» rispose.
Non replicai. C’era qualcosa in lui che mi faceva pensare che dovesse dirmi qualcosa di importante. Oppure è semplicemente matto, pensai.
«Tu non sai perché sei qui. Non sai perché stai parlando con me, seduto su questa panchina»
Ecco un indizio che mi porta alla seconda ipotesi…
«Direi che si tratta di un fatto assolutamente casuale—»
«Il caso non c’entra per nulla!» mi interruppe. «Tu sei stato programmato per essere in questo punto, in questo momento.»
Mi scostai di scatto da lui, come se dovessi difendermi da un attacco fisico. Poi mi alzai con l’intenzione di riprendere la mia camminata e smettere di ascoltare i vaneggiamenti di un vecchio pazzo.
«Per favore, siediti. Qualche minuto, poi deciderai tu cosa fare» disse con tono meno arrogante.
Il tono della voce e il fatto che mi avesse chiamato ancora per nome mi spinsero a restare.
«Come possono donne e uomini vivere in pace se esistono tanti modi di pensare quanti sono gli abitanti del pianeta?»
Ci siamo, pensai alzando gli occhi al cielo, ecco il delirio di onnipotenza…
«Pensa a come è difficile andare d’accordo in situazioni anche banali, all’interno di un’azienda o di un piccolo condominio…»
Iniziavo a spazientirmi. «Mi scusi davvero, ma ho fretta» mentii.
«Non dire stronzate!» Quasi mi aggredì. «Oggi non hai nulla da fare. Non hai alcuna fretta.»
Rimasi per un attimo senza respiro. Mi guardai intorno per cercare di capire se tutto questo fosse reale. C’erano alcune persone che camminavano apparentemente senza meta. Avevo l’impressione di conoscere qualcuno. Anche il vecchio seduto accanto a me iniziava ad avere un aria familiare.
«Come si può mettere ordine in tutto questo caos?» Riprese il filo del discorso che avevo inter-rotto. «Cosa possiamo fare perché gli esseri umani vivano in armonia?» Lasciò che la domanda fa-cesse breccia nella mia mente.
«Abbiamo un solo modo: eliminare le differenze! Abbiamo tutti paura del diverso. In un insieme omogeneo di individui selezionati i problemi sarebbero infinitamente minori rispetto a un gruppo casuale—»
«Si rende conto di cosa sta dicendo?» questa volta fui io ad alzare la voce.
«Se fosse possibile ridurre le infinite variabili che ci rendono individui unici» continuò senza ascoltarmi, «potremmo vivere in un mondo molto più semplice da controllare. Senza tutte queste individualità, potremmo aggregarci in gruppi via via più grandi, fino ad arrivare a un unico pensiero planetario, dove ognuno di noi sarebbe parte di una immensa unità sistemica sovraindividuale…»
Non volevo più seguire le sue farneticazioni. Mi guardai intorno per cercare di ancorare il mio pensiero alla realtà e non alle parole di un pazzo. Le persone che passeggiavano erano aumentate. Notai che alcune si erano riunite in piccoli gruppi e qualcuno di questi stava avanzando verso di noi.
«Quello che sta descrivendo è impossibile» dissi con voce ferma.
«Tu sei un medico, giusto?»
Avevo smesso di chiedermi come facesse a conoscermi così bene.
«Sì. Lavoro nel settore farmaceutico…» Mi resi conto che era inutile fornire queste precisazioni.
«Allora sei a conoscenza della possibilità di creare copie perfette di individui partendo da una sola cellula…»
«Non si parla d’altro da due anni, da quando è stata clonata Dolly, il primo mammifero a—»
«No! Non è stato il primo.»
Ci guardammo per alcuni istanti e fu allora che notai un dettaglio: la piccola macchia chiara nella parte bassa dell’iride dell’occhio sinistro. Uno spruzzo di azzurro tra tonalità calde e scure dei suoi occhi. Lo stesso dettaglio che vedevo ogni mattina nell’occhio destro del mio alter-ego che mi fissava dallo specchio. Pensai a mio padre, che non avevo mai conosciuto. Era morto in un incidente poche settimane dopo la mia nascita. Così mi avevano raccontato. Ma non mi avevano mai detto se anche lui avesse questa piccola, insignificante imperfezione della pigmentazione dell’iride.
«Abbiamo iniziato molti anni prima. Dolly è stato un modo per dare qualche informazione ai media, per tenerli a bada. I primi mammiferi sono stati clonati quasi quarant’anni fa. I primi esseri umani circa dieci anni dopo…»
«Adesso il processo è diventato routine, ed è molto semplice. Siamo arrivati alla fase successiva della sperimentazione. Abbiamo selezionato le categorie in base a un certo numero di parametri. L’ultimo passo sarà quello di rendere progressivamente sterile la popolazione mondiale.»
Avvertii il fastidio di una goccia di sudore che colava lungo la schiena.
«Lei è pazzo.» Questa volta lo dissi a voce alta.
Mi accorsi che stava guardando alle mie spalle, spostando gli occhi a destra e a sinistra. Mi vol-tai. Adesso era una folla, i gruppi erano diventati via via più numerosi. Alcuni erano vicinissimi a noi.
L’uomo si alzò. «Vi presento un vostro fratello!» annunciò indicandomi.
Guardai i loro occhi, e non potei fare altro che pensare a quanto fossero bugiardi gli specchi che pretendono di mostrare la realtà quando invece non fanno altro che confonderti le idee.
Sì. Adesso li vedo. La città e piena di gente, come sempre, ma gli individui sono sempre meno.
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“Depersonalizzazione”: siamo la copia di altri anche senza bisogno di scoprire, come in questo caso, di essere vittime di un esperimento. Una prospettiva molto interessante per un racconto. Non conosco il racconto originale, ma il ragionamento che si trova dietro questa idea merita un particolare apprezzamento. Viviamo senza consapevolezza, ripetiamo le nostre abitudini, non guardiamo oltre le prospettive che ci vengono offerte dalla società. La società è un esperimento? La strana “normalità” a cui ci siamo abituati forse è la risposta. Penso tu abbia fatto un ottimo lavoro, portando un elemento in più alle trame a cui siamo abituati. Complimenti.
A mio parere la tua è decisamente un’ottima analisi. Non parlo del racconto in sé, ma di molta narrativa e saggistica. La normalità, tema tornato in auge negli ultimi tempi, e la depersonalizzazione. La società ci propone dei confini a cui ci adeguiamo, confini dettati dalle diverse culture ed epoche. Poi ci sono le avanguardie, per fortuna, ma queste porranno le basi per altri confini.
Sarebbe peggio se questi limiti non ci fossero? Forse sì: cosa potremmo tentare di superare se non avessimo alcun limite?
Tema, questo, per ore di discussione…
Grazie e a presto!
Complimenti! Non ho letto il racconto a cui ti sei ispirato, ma devo recuperarlo assolutamente. Sei stato molto bravo a inserire elementi di tensione, che danno il massimo con quel piccolo dettaglio che ci fa capire che il protagonista è un clone.
@dottornaso
Ciao Nicola. Grazie. Ho letto alcuni racconti di fantascienza sovietica e devo dire che vengono toccati alcuni temi interessanti. In effetti stiamo parlando di un periodo storico e un contesto culturale in cui si tentava di creare una società di cloni generati dalla società e non dalla genetica…
Mi hai messo una certa curiosità… devo assolutamente controllare!
Ho già avuto modo di apprezzare questo racconto, che si pone come un ottimo mix tra horror e sci-fi. Impossibile non restarne coinvolti, tanto per la storia narrata quanto per lo stile pulito e scorrevole.
Ottimo lavoro, Antonio! @dottornaso 👌
Questo racconto scorre liscio come l’olio e – quasi come l’uomo seduto sulla panchina – ti prende e ti obbliga ad andare a fondo della vicenda, che si conclude in un modo che dire inquietante è poco. Non ricorri a chissà quali frasi o parole roboanti per realizzare l’effetto desiderato: lasci quasi che sia la storia a scriversi da sola. Come aveva osservato @joe8Zeta7 infatti, le righe finali sono la ciliegina sulla torta: dicono il giusto e lo fanno nel modo migliore che si poteva concepire, cioè con una apparente naturalezza che svela qualcosa che di naturale ha ben poco.
Complimenti davvero, @dottornaso , mi è proprio piaciuto leggere questo testo! E grazie ancora per la tua doppia partecipazione a questa iniziativa.