Una storia mica tanto buffa
Alle ore dieci, inevitabile come un altro giorno di lavoro, si formò il capannello di impiegati davanti alla macchinetta. Pausa.
Presto i capi avrebbero iniziato a sbraitare, perciò bisognava sbrigarsi a mettersi in coda per il proprio caffè e (soprattutto) a fare gossip.
Tutti in quel gruppetto sapevano di partecipare ogni giorno ad un concorso segreto dalle regole implicite: quello di chi la raccontava più grossa, di chi impressionava di più gli altri.
In palio non c’era nulla di tangibile, ma uno status, una corona immaginaria che valeva molto di più di una cena pagata o altre scemenze del genere.
In mezzo a quella decina di colleghi, Roberto già pregustava la vittoria del giorno e non faceva nulla per nascondere la sua tracotanza, mentre sorrideva e si allentava leggermente il nodo della cravatta.
Nel frattempo la gara era partita.
Alfonso era appena tornato da un weekend a Londra. «È una città che non si può spiegare!» disse con tanta enfasi al punto da rovesciarsi un po’ di caffè sulla camicia, nell’ilarità generale. Galvanizzato, Alfonso andò avanti: «Poi in metro ad ogni fermata ti bombardano con questi messaggi di “See something, say something“.»
«Ahò, parla come mangi!» protestò Lucio, uno poco avvezzo all’inglese.
«Vuol dire più o meno “Se vedi qualcosa, dillo”. Hai capito, sì? Noi invece abbiamo il famoso motto di farsi i fatti propri per campare 100 anni!» chiarì Alfonso.
Il gruppetto approvò, ad eccezione di Roberto, che pensò che se questa era la concorrenza, la sua vittoria era più scontata di quanto pensasse.
Seguirono altri aspiranti intrattenitori.
Lella disse di essere entrata il giorno prima nell’ufficio del Direttore per fargli firmare un documento e di aver sorpreso la Vale sotto la scrivania che fingeva di aver perso una penna. «Oooh!» esclamò eccitato il gruppo.
Marco asseriva di avere un contatto nelle alte sfere che gli aveva rivelato imminenti piani apocalittici di chiudere il loro ufficio in Italia per spostarsi in Polonia. Ogni dipendente sarebbe stato costretto a scegliere tra Varsavia o il licenziamento. «Oooh!» esclamò impaurito il gruppo.
E così via.
Roberto decise che ne aveva avuto abbastanza, ora toccava a lui.
«Sapete che mi ha raccontato quel matto di Luigi, quello che oramai si occupa solo dei materiali d’ufficio?»
«Chi Luigi? Quello prossimo alla pensione?» domandò una collega.
«Esatto, proprio lui. Insomma, la settimana scorsa è andato dall’oculista che doveva fare il controllo della vista, gli serviva per il rinnovo della patente.»
«E che c’è andato a fare? Non ci vede per nulla, l’altro giorno è venuto a sbattare contro la mia scrivania!» aggiunse un altro.
«Esatto! Sentite, infatti…» confermò Roberto, bagnandosi le labbra. Aveva già catturato il suo pubblico. «Insomma, Luigi va dall’oculista, che gli chiede di coprirsi l’occhio destro e leggere le lettere. Luigi lo fa, tutto bene, perché lui dall’occhio sinistro ci vede, è il destro il problema. A quel punto l’oculista gli chiede di coprirsi l’altro occhio e ripetere l’operazione. Luigi abbassa lentamente la mano destra, dopodichè…»
Roberto si fermò volutamente un attimo. Era calato il silenzio, persino la macchinetta aveva smesso di ronzare e sbuffare vapore. «Dopodichè, come se niente fosse, se la riporta sull’occhio destro e riesce a leggere le lettere! L’oculista non si accorge di nulla e gli firma l’idoneità a guidare!» concluse Roberto in crescendo. «Oooh!» lo celebrò il gruppo con applausi e risate.
Era chiaro a tutti che la gara era finita; il verdetto, scontato.
Il capannello si sciolse e tutti tornarono alle loro scrivanie, molti soddisfatti della storia che avevano appena sentito, alcuni delusi per non aver vinto e uno, Roberto, con l’espressione neutra che mal celava una sensazione interiore di gloria e potenza.
Diverse ore dopo, mentre tornava a casa in macchina, Roberto si sentiva ancora in estasi.
A metà del tragitto, trovò una lunga coda. La prima vera rogna della giornata.
Mentre lui e gli altri automobilisti intorno si esibivano nel rito dello start e stop, Roberto ripensò alla storia di Luigi per risollevare un po’ il suo morale.
Il racconto non era gossip, era tutto vero, Luigi si era confidato con lui e Roberto si ricordò del tono del collega: sembrava uno che avesse bisogno di liberarsi di un senso di colpa.
Roberto non gli aveva chiesto il motivo di quella furbata, ma Luigi glielo disse comunque: «Devo mantenere la famiglia, ho bisogno dei soldi di questo lavoro, ecco perché non sono ancora andato in pensione. E al lavoro posso venirci solo in macchina, non ci sono mezzi pubblici. Ecco perchè mi serviva assolutamente il rinnovo della patente, capisci?»
Roberto era ora del tutto fermo e proprio giù d’umore, neanche il racconto funzionava più. Guardò fuori dal finestrino e pensò che Luigi abitava proprio lì vicino, poteva offrirsi di accompagnarlo ogni giorno. Perché non gliel’aveva detto? Perchè non aveva detto niente a nessuno?
Roberto decise di smetterla con quelle riflessioni e domande, mentre riprendeva lentamente a muoversi.
Giunse all’epicentro dell’incidente. C’erano due macchine distrutte da una collisione frontale.
Sangue a terra, molto sangue.
Roberto riconobbe una delle due macchine: era quella di Luigi.
Mentre era costretto a procedere con la sola frizione, abbassò il finestrino e si rivolse a un poliziotto sul posto. «Scusi, come stanno le persone coinvolte?»
L’agente gli rivolse un ghigno feroce. «Oh, ma non vede che ingorgo che s’è creato? Circolare! Circolare!»
E Roberto circolò, perchè in fondo solo quello poteva fare. Era una regola implicita, in quei casi.
La strada e gli spazi gli si riaprirono davanti e poco dopo rientrò a casa.
Sarebbe dovuto tornare ad essere di buon umore, invece non riusciva a togliersi di dosso una sensazione di profonda tristezza.
A cena, la moglie gli chiese chi avesse vinto il concorso segreto del giorno, in ufficio. «Ce l’hai fatta, caro?»
Roberto non rispose alla domanda, ma disse altro, senza smettere di fissare il cibo con cui stava solo giocherellando. «Lo sai che a Londra, nella metro, ad ogni fermata lo speaker annuncia “See something, say something“?»
Dopodichè si alzò e si andò a chiudere in bagno.
La moglie rimase perplessa; non capiva il comportamento del marito e soprattutto non capiva perchè le avesse raccontato quell’aneddoto in un tono così solenne.
Come se si trattasse di una storia molto importante per Roberto.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa
Un racconto molto intelligente, il tuo, una storia di aneddoti che diventa essa stessa un aneddoto. Inoltre, ciò che ho apprezzato è il fatto che racchiuda in sé un insegnamento. Molto piacevole e fluente la scrittura.
Grazie per l’apprezzamento e per il feedback 🙂