Una storia vecchia

Mi svegliai nel cuore della notte, come sempre negli ultimi due anni. La tosse stizzosa di Gianfranco mi dava un tale fastidio che non potevo far altro che gridargli contro di smetterla, di trattenersi. Il suo letto era proprio accanto al mio e piuttosto vicino visto che eravamo tre nella stessa stanza. L’altro non si svegliava neanche, o, almeno, non diceva niente.

«Mica lo faccio apposta» disse lui.

«Allora smetti di fumare perché io non ce la faccio più» dissi alzando la voce, a costo che gli operatori si svegliassero e venissero a controllare.

«Se! “Smetti di fumare”. Sono cinquant’anni che fumo.»

«Sarebbe ora che la finissi.»

Mentre parlavamo aveva smesso di tossire. Di solito lo faceva alle prime luci dell’alba, quella volta erano le tre. Avevo nascosto una sigaretta e un accendino sotto il cuscino. Mi alzai, andai alla finestra, che d’estate stava sempre aperta. Non ci permettevano di fumare la notte, dicevano che potevamo prendere fuoco. L’accesi mentre guardavo il giardino sottostante attraverso l’inferriata e la zanzariera.

«Vieni a fare due tiri, muoviti!» davo sempre un’occhiata alla porta e stavo attento a ogni piccolo rumore. Se mi avessero scoperto, mi avrebbero tolto una sigaretta, il giorno dopo, come punizione e dieci erano già poche. Non era mai successo da quando mi avevano ricoverato, ma non potevo abbassare la guardia. Gianfranco, invece, non riusciva mai a conservarne nemmeno una.

Si alzò lentamente e si avvicinò alla finestra.

«Non fare la tosse!» gli dissi passandogli la sigaretta fumata per metà.

Appena fece il primo tiro ricominciò a tossire come prima.

«Lo sapevo» dissi ridendo e rise anche lui.

Finimmo di fumare. Il mozzicone lo buttai giù attraverso un buco nella zanzariera e ci rimettemmo a letto. Dopo un po’, quando ero già nel dormiveglia, si mise a ridere. Ci mancava solo questa.

«E mo’ perché ridi?»

«Eh… Sono cose vecchie» disse lui alzando il braccio sopra la testa.

«Dai dimmelo. Fammi ridere pure a me» lo sapevo che avrebbe parlato, ma voleva essere un po’ pregato. Faceva sempre così e poi sparava una delle sue.

«Quando ero giovane, nel mio paese, io e un’altra decina di ragazzi formavamo una gang. Io e altri tre eravamo i boss» fece un paio di colpi di tosse con la lingua fuori. «Una volta rapimmo un bambino.»

Questa non l’avevo mai sentita. Sapevo che erano tutte farneticazioni di un malato, non solo nel cervello. Le sigarette e la droga lo avevano distrutto nel corso degli anni, come dimostrava la sua tosse e il suo fisico. Probabilmente aveva un tumore ai polmoni, ma non era stato mai diagnosticato perché non voleva sottoporsi a nessuna visita medica.

«E questo bambino era del vostro paese?» chiesi curioso. Volevo vedere che si inventava stavolta.

«No, era un bambino tedesco. Lo andammo a prendere in Germania.»

«Fino in Germania?» chiesi con interesse.

«Sì. Era il nipote di un riccone americano» fece uno strano verso con la bocca a metà fra un colpo di tosse e un conato di vomito. «Il nonno aveva fatto i soldi con il petrolio.»

Le sue parole mi colpivano sempre di più.

«E che faceste?»

«Lo portammo sulle montagne qua vicino. A quell’epoca la ‘ndrangheta faceva molti di questi rapimenti, ma noi eravamo meglio di loro.»

«Come andò a finire?»

«Chiedemmo dieci miliardi di riscatto.»

«Dieci miliardi? E ve li diedero?»

«Sì, ce n’ho ancora un sacco in banca.»

«Se, non ci credo» dissi ridendo.

«Ci crederai.»

«Che significa?»

Lui non rispose.

«E il bambino?» dissi dopo qualche secondo di silenzio.

«Dicemmo loro di lasciare i soldi in un posto e che il bambino stava in un altro. Poi l’ammazzammo con un colpo in testa e seppellimmo il cadavere» disse secco, ridendo.

Non sapevo se crederci o meno, ma la storia mi disturbava. Pensavo di essere davvero violento, come aveva detto il giudice quando avevo spaccato la faccia al sindaco, tutto strafatto, e aveva ordinato il ricovero, ma era niente in confronto.

«Perché l’ammazzaste?» chiesi.

«Per non lasciare tracce» disse con sicurezza.

La storia era finita. Smise di parlare e, dopo un po’, cominciò a russare.

Era strano, ma questa volta la sua storia mi aveva colpito. Non era neanche inverosimile. Gianfranco era stato rinchiuso perché aveva aggredito un uomo con un coltello al ristorante, solo perché rideva, il tutto davanti ai clienti terrorizzati.

Pensai per un po’ non riuscendo nemmeno a prendere sonno. Poi, mi tranquillizzai. In fondo, Gianfranco lo conoscevo, sparava solo stronzate, come quella del jet più veloce della luce.

«Del suono» gli dicevo io.

«No, della luce» lo chiamava Tornado Laser.

Qualche giorno dopo, mi stupii, di notte, che non tossisse. Mi girai verso di lui, non lo sentivo neanche russare.

«Gianfranco!» lo chiamai più volte, ma non mi rispose.

Chiamai, urlando, gli operatori. Arrivarono subito, gli fecero il massaggio cardiaco e chiamarono un’ambulanza. Gli infermieri usarono il defibrillatore, ma Gianfranco se n’era andato già da un po’. Dissero che era morto per un infarto fulminante.

Al suo posto arrivò, dopo pochi giorni, un ragazzo obeso che dormiva alla grande, imbottito di farmaci. Quasi apprezzai la dipartita di Gianfranco. Ora le sigarette alla finestra, di notte, le fumavo da solo.

I successivi sei mesi passarono regolari. Mi dimisero a primavera.

Tornai a casa da mia madre, che, ormai, era disperata. Mi fece promettere più volte che non mi sarei più drogato, che sarei stato calmo e cose del genere.

La prima cosa che feci, uscito di casa, libero, fu di andare a prendere un po’ di erba. Rollai una canna e la fumai con gusto nel parchetto, dove non c’era nessuno.

Non so perché, ma pensai di nuovo a Gianfranco e alla sua storia. Dovevo fare la cosa giusta e denunciare, o farmi i fatti miei? E poi, chi mi assicurava che fosse tutto vero?

Il giorno dopo, avevo bisogno di soldi perché l’ultima banconota l’avevo data allo spacciatore. Aspettai che mia madre uscisse di casa e presi la mia carta libretto. Lei conosceva bene le mie abitudini e l’aveva nascosta, ma io l’avevo trovata facilmente. Se ricordavo bene, dovevano esserci almeno cinquanta euro. Andai di corsa alla posta, infilai la carta nel Postamat e spinsi il tasto per prelevare cinquanta. Per sbaglio stampai anche la ricevuta con il saldo e la misi in tasca senza neanche vederla. Consumai tutti i soldi in erba. Fumai parecchie canne tornando a casa, la sera, tutto strafatto.

Decisi di fare una doccia. Come sempre, tolsi tutto quello che avevo nelle tasche, per evitare che mia madre mi scoprisse. Trovai la ricevuta: la lessi. Non poteva essere! Lessi di nuovo e di nuovo ancora. C’era scritto: 50.009,23, cinquantamila in più di quanto avrei dovuto avere. Pensai che ci fosse stato un errore alla posta. Avrei dovuto restituire tutto? Poi ebbi un lampo: ricordai le parole di Gianfranco “ci crederai”. Era tutto vero! Quel bastardo, non so come, mi aveva donato parte dei suoi averi. Poteva essere stato solo lui.

Stetti imbambolato a fissare quella carta per non so quanto tempo. I pensieri si accavallavano nella testa. Fino a quando mia madre bussò alla porta.

«Hai finito?»

«Sì» risposi. Nemmeno mi lavai.

Quella notte non dormii. Pensavo ai soldi, a Gianfranco ormai decomposto, al bambino ucciso, di cui erano rimaste solo le ossa, forse.

La mattina dopo, aspettai di nuovo che mia madre uscisse, presi la carta e andai alla posta. Entrai dentro e chiesi spiegazioni all’impiegata. Mi disse che non c’era nessun errore. C’era stato un versamento da una banca svizzera, ma non poteva dire altro. Prelevai il massimo che potevo. Mi sballai come non mai.

Feci la bella vita per un bel po’ con quei soldi. Nei successivi anni, ogni tanto, mi chiedevo ancora se avrei dovuto denunciarlo. Ma come spiegare i cinquantamila? Quello stronzo l’aveva fatta franca, se così si può dire, passando gli ultimi anni della sua vita in una REMS.

Stetti zitto. Continuai a spendere, pensando a me stesso.

In fondo, era una storia troppo grande e vecchia, e io ero un uomo troppo piccolo.

Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Di questo racconto ho apprezzato l’estrema onestà. Il dilemma del protagonista sull’utilizzare o meno i soldi “sporchi” ricevuti in dono. Diciamoci la verità, molti avrebbero agito come lui, indipendente da tutto: bollette da pagare, figli da mantenere, affitto e quant’altro. Nella vita, la fame può più dell’onore

  2. Ciao Domenico, bel racconto, leggo dai commenti che e’ basato su una storia vera… Mi e’ piaciuta la dinamica fra i personaggi, i dubbi del protagonista, il finale. Ti seguiro’ con piacere.

  3. Ciao Domenico, interessante questo tuo racconto costruito in parte sui dialoghi, che appaiono veri, tra ricordi, riflessioni e conflitti interiori. Sorprendente la grande generosita` da parte di un criminale, mezzo pazzo, (che forse sapeva di avere i giorni contati), e un finale che lascia libera interpretazione sulla morale della storia.

  4. Mi è piaciuto il tuo racconto dal ritmo veloce e con fatti narrati così quasi assurdi da sembrare verosimili. Ho maggiormente apprezzato la prima parte che mi sembra più curata. Forse il finale meritava più tempo, ma a volte anche solo il nr max di parole ci limita. Secondo me è una buona prova.

    1. All’inizio avevo un’idea per un racconto più lungo, a episodi. Poi ho pensato che fosse meglio non allungare il brodo. Cercherò si migliorare la seconda parte. L’immagine è fatta dall’intelligenza artificiale e la somiglianza è casuale.

  5. Cinquanta euro di erba da solo e in poche ore? Mi, e che! Credo più alla storia di Gianfranco 😀
    Il racconto è abbastanza ben fatto, con una trama interessante. Il linguaggio che hai scelto mi sembra ben abbinato ai protagonisti. Una cosa che (probabilmente per mia ignoranza) non ho capito è cosa ci facesse il ragazzo ricoverato in una clinica per anziani.

    1. Grazie per aver segnalato le incongruenze. Ovviamente non si è fumato tutta la cinquanta euro. Per quanto riguarda la steuttura non era per anziani. Provvederò anche a inserire la ragione per cui il protagonista è ricoverato. Forse sono stato troppo affrettato. Grazie ancora.

  6. Complimenti, mi sono immerso nella lettura e mi sono gustato questa storia. Ho apprezzato più la prima parte, ricca di particolari e dettagli che ben dipingevano cosa stesse accadendo e i personaggi.