
Una vita mai vissuta
Serie: Nastro adesivo per le piccole crepe
- Episodio 1: La voce che profuma di Londra
- Episodio 2: Momenti rubati al tempo
- Episodio 3: Il segreto della gonna rosa
- Episodio 4: Una vita mai vissuta
- Episodio 5: Lettere dal Passato
- Episodio 6: Viaggio a senso unico
- Episodio 7: La torta che non c’era
- Episodio 8: Ancore di carta
STAGIONE 1
“Dolce o salato?” chiese con un sorriso di circostanza una ragazza carina, fermandosi con il carrello nel corridoio stretto tra due file di sedili. Eravamo decollati da mezz’ora e io avevo un gran sonno.
“Il mare è salato” risposi a caso, e vedendo la sua espressione perplessa, mi corressi subito. “Salato, per favore!”
Forse spaventata da una mia possibile prossima risposta, o forse per inesperienza, la ragazza mi diede automaticamente un biscotto salato e un bicchiere di tè caldo, poi spinse il carrello avanti.
“In realtà avrebbe dovuto chiedervi quale bevanda preferite!” commentò irritata la mia vicina di posto, che aveva osservato attentamente la scena. Portava un austero completo quasi maschile, gioielli d’oro massiccio e teneva in mano una cartellina di documenti su cui prendeva note ordinate durante il volo. Capelli perfettamente acconciati, labbra serrate e uno sguardo penetrante – sì, questa donna sapeva certamente come tutto dovrebbe andare nella vita.
“Non importa, va bene così” provai a minimizzare. Se essere oggettivi, avrei dovuto essere io quella infastidita. Cosa poteva aver colpito così tanto una personalità tanto granitica?
“Non capisce!” ribatté accalorata la donna. “Tutto inizia sempre con queste cose: qualcuno cerca di smussare gli angoli e lasciar correre le piccole mancanze. “Non importa, non è grave!” e bevete il tè invece del succo. “Non importa, l’importante è che mi abbia portato i fiori!” e sorridete alle rose, anche se amate le margherite. “Non importa, l’importante è che sia tornato a casa!” e coprite amorevolmente l’uomo con una coperta calda, lavando via le lacrime con acqua fredda.”
Si interruppe per un momento, fissando con uno sguardo vuoto il poggiatesta del sedile davanti. Conoscevo bene quello stato d’animo – quando il mondo rallenta e diventa indistinto, mentre davanti a te emergono uno dopo l’altro i fantasmi del passato. Talmente vividi da far stringere il cuore. Perché fanno male? I momenti felici svaniscono molto più in fretta di quelli che hanno plasmato le nostre esperienze.
“Mi scusi” disse la donna a bassa voce, sistemando nervosamente la sua impeccabile acconciatura. “Fausta” aggiunse, porgendomi una mano sottile con una manicure perfetta.
“Rina” risposi, ancora un po’ confusa. Vedere una persona forte aprirsi e mostrarti il suo vero volto è sempre difficile. L’importante è non spaventarla, non rovinare il momento con una frase maldestra o una parola fuori posto. Nemmeno respirare troppo forte. Solo aspettare e sperare che quel fragile momento di fiducia non si spezzi, frantumandosi in mille schegge di cristallo ai tuoi piedi.
“Il mio primo “non importa” è stato rinunciare all’università, a un passo dalla laurea, per sostenere gli studi di mio marito. All’epoca sembrava così insignificante, irrilevante – ci amavamo così tanto. Mi portava in braccio e prometteva di prendersi cura di me per tutta la vita. Sono rimasta incinta e dovevo scegliere: chiedere aiuto a mia madre per occuparsi del bambino e continuare a studiare, oppure diventare indipendente accettando il ruolo di casalinga.
E così rimasi sola in una casa enorme, circondata dai miei amati volumi di poesia francese. Avevo paura, mi sentivo fuori posto – ma l’amore rendeva tutto più facile da sopportare. Mio marito mi dava attenzioni, costruiva la sua carriera e sembrava un padre perfetto. Ma dopo la nascita del secondo figlio, qualcosa tra noi si ruppe.
Dicevo “non importa” alla sua costante assenza e al completo disinteresse per me – era solo stanco, troppo impegnato. Alle sue frecciatine e battutine davanti ai bambini: “Vostra madre non fa nulla, eppure dorme fino a tardi”. Non importava che nessuno mi abbracciasse. Non importava che il secondo cuscino fosse finito in un’altra stanza. Non importava…”
“Sì, sono diventata una donna di successo, ma a che prezzo?” chiese amaramente Fausta. “Il divorzio, la vendita della casa di famiglia, i capricci costanti dei figli – “è colpa di mamma se papà è andato via”. E tanto tempo fa sognavo una vita completamente diversa. Un piccolo appartamento nel cuore della Francia e una classe di venti studenti con cui leggere Baudelaire. L’aroma del pane appena sfornato e della lavanda.”
Non sapevo cosa rispondere, e poi… era davvero necessario dire qualcosa in quel momento? Accettando un muto invito, seguii le tracce della sua memoria in un futuro ormai impossibile. Vidi una giovane donna elegante, con pantaloni color kaki e una leggera camicetta, tenere in mano un piccolo cesto. Scendeva lungo una stretta via di pietra verso il panificio più vicino, salutando con un cenno i passanti – in un piccolo paese tutti si conoscono. Al ritorno, comprava della frutta e si fermava a chiacchierare cinque minuti con il macellaio della bottega accanto, prima di rientrare a casa.
Sul tavolo di legno grezzo c’era una tovaglia di pizzo. Il cestino con il pane, le pesche, un bicchiere d’acqua e un libro di poesie un po’ logoro. La giovane sistemava un piatto con fette di formaggio e, scegliendo la pesca più matura, se la portava alle labbra con piacere. Una goccia di succo dolce e zuccherino scendeva, ambrata, lungo il polso sottile. Dalla casa accanto arrivavano note di musica delicata, e i raggi del sole, filtrati attraverso le imposte socchiuse, accarezzavano con dolcezza i capelli castano scuro raccolti con un nastro leggero.
“Capisce, vero?” disse Fausta con un sorriso malinconico, interrompendosi subito dopo. Probabilmente si era sentita in imbarazzo per quel momento di vulnerabilità, per aver condiviso un ricordo così intimo con una sconosciuta seduta accanto a lei in aereo. Oppure, forse, era proprio di questo che aveva bisogno: un passeggero casuale a cui affidare una parte del proprio dolore, senza il timore di rivederlo mai più.
La ragazza con il carrello tornava indietro, e Fausta mi guardò con aria interrogativa.
“Scusi!” cercai di attirare l’attenzione. “Scusi!”
Mi sentivo davvero a disagio. Mi arrossii fino alle orecchie.
“Potrebbe cambiarmi il tè? Vorrei… Vorrei del vino bianco.”
La ragazza mi lanciò un sorriso un po’ forzato, ma prese il bicchiere di tè senza dire nulla e lo sostituì con il vino. Guardai Fausta, che a fatica tratteneva una risata.
“Il tuo primo “non importa” è stato sconfitto sul nascere.”
“Grazie. Non avrei mai avuto il coraggio di farlo. Ho sempre considerato queste richieste capricci da persone arroganti o semplicemente maleducate.”
Fausta annuì e riaprì la cartellina con i suoi documenti. Istintivamente capii che il suo limite di fiducia era stato raggiunto. Lentamente, sorseggiando il vino (che non era poi così buono), riflettei su quanto spesso facciamo concessioni e a cosa ci portano alla fine.
Forse “non importa” è diventato il mio motto negli ultimi dieci anni. Perdonando le mancanze degli altri a mio discapito, speravo di accumulare punti positivi per il karma. Ma in realtà stavo solo impoverendo me stessa.
Dire “No!” è spesso così difficile, per paura di perdere una felicità che in fondo è solo un’illusione.
Serie: Nastro adesivo per le piccole crepe
- Episodio 1: La voce che profuma di Londra
- Episodio 2: Momenti rubati al tempo
- Episodio 3: Il segreto della gonna rosa
- Episodio 4: Una vita mai vissuta
- Episodio 5: Lettere dal Passato
- Episodio 6: Viaggio a senso unico
- Episodio 7: La torta che non c’era
- Episodio 8: Ancore di carta
Molto profonde e significative le riflessioni verso cui spingi il lettore.
Un altro bel capitolo da leggere tutto d’un fiato.
Mi piacciono molto queste piccole storie a bordo di aerei oppure in aeroporti che altro non sono che luoghi di passaggio. Luoghi in cui, se si pone la giusta attenzione agli altri, si possono fare incontri che diventano, come in questo caso, spunti per personali riflessioni.