Una voce alle spalle

Serie: Una voce alle spalle


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Maria di ritorno da Mosca scopre l’identità dell’uomo misterioso che la guardava. Una rivelazione del suo capo, lo scrittore triestino Ettore Brun, sembra turbarla…

A casa, ormai sera. Seduta nella comoda poltrona sfogliava l’ultimo libro del suo capo. Provò a leggere qualche riga ma le parole si attorcigliavano, posò il libro. Si aggirò per un momento nel piccolo soggiorno e poi lo sguardo le cadde sul cappotto nero appeso dietro la porta. Ora di metterlo via, a Trieste non serviva più, forse a Mosca. Lo prese e si diresse nella camera da letto dove aveva un grande armadio. Lo sistemò su una gruccia e prima di chiudere gli stirò le maniche. La mano sfiorò qualcosa di irregolare. Si fermò e accese la luce. Esaminò il cappotto. La fodera interna aveva due lunghe cuciture. Irregolari, ma che roba è? Lo tolse dall’armadio e lo distese sul grande letto matrimoniale. Con delicatezza tastò la parte interna. Un fruscio, qualcosa si muoveva sotto le sue mani. Sentì un mal di testa arrivare da lontano, si faceva strada in mezzo alle tempie. Andò in cucina e dopo un attimo tornò con un paio di forbici da sarta. Con cura estrema aprì la cucitura sulla parte sinistra. Il filo verde scuro cedette con facilità. Infilò la mano nella fodera e un rigurgito acido le salì in gola. Un giornale, un libro. No, qualcos’altro. Tirò fuori un blocco di fogli. Tanti, scritti a mano. Li posò sul letto accanto al cappotto e chiuse gli occhi. Non voleva guardarli. Attese che il cuore rallentasse e ne prese uno in mano. Cirillico, lo sapeva. La grafia era irregolare ma riuscì a leggere facilmente le prime righe. Parlavano di una certa Sonija. Fece cadere il foglio sugli altri e riprese il cappotto. Aprì anche l’altra cucitura, questa volta con meno attenzione. Infilò la mano e afferrò un’altra risma di fogli, equivalente alla precedente. Li estrasse con un gesto brusco e nel farlo qualcosa di più piccolo uscì e cadde sul pavimento in legno. Maria posò i fogli e guardò il piccolo oggetto. Un foglietto. Spiegazzato. Ingiallito. Le mani le tremavano mentre si chinava, il mal di testa era sempre più vicino. Prese con due dita il cartoncino da terra. Ma cos’è? Un documento o qualcosa del genere. Delle scritte che si leggevano a malapena. In italiano. Qualche lettera qua e là. Lo girò e le si bloccò il respiro. Si sedette di scatto sul letto pieno di fogli. La foto era rovinata e macchiata di qualcosa di scuro. I baffi. Il naso. Non è possibile. Gli occhi neri di Giuseppe Vascotto la fissavano. Uno sguardo che veniva da un altro spazio. Da un altro tempo. Maria strinse il vecchio documento al petto e chiuse gli occhi. Non sentiva più il mal di testa.

«Papà» gridò.

***

Camminava a testa bassa in Corso Italia. La grande borsa nera pesava sulla sua spalla. C’era poca gente in giro. L’ora era già tarda e la Bora soffiava impetuosa. Ogni tanto si toccava la tasca della giacca. Sì, il documento era lì con lei al sicuro. Non riusciva a togliersi dalla testa quei personaggi e le loro angosce. Nomi grossi. Al professor Brun sarebbe venuto un colpo. Una deflagrazione senza precedenti. Riusciva a vedere quel che sarebbe successo, un incendio impossibile da spegnere. La prova definitiva, la fine di Serov. Ma non era quello che lui aveva voluto? E anche senza la prova non sarebbe finito lo stesso?

Maria alzò gli occhi e si trovò di fronte al Caffè Tommaseo. Guardò all’interno, non voleva trovare il professor Brun o altri. A quell’ora era praticamente vuoto. Entrò e si sedette su un divanetto al fondo della sala. Ordinò un caffè macchiato e, quando il cameriere si fu allontanato, mise sul tavolino il documento di suo padre.

«Papà cosa devo fare?» chiese a voce bassissima, forse lo pensò soltanto.

Tornò ancora a Mosca, a quegli occhi grigi, o verdi.

Poco dopo era di nuovo sotto le raffiche della Bora che portava il penetrante odore di mare. Attraversò quasi di corsa Piazza Grande. Giusto qualche passante che si affrettava verso casa. Si diresse decisa al Molo Audace. Era deserto. La schiuma delle onde saltava alta quando colpivano il molo.

Lo percorse a passo più lento, arrivò fino all’estremità dove la bronzea Rosa dei Venti troneggiava da sempre. Si fermò e con lei anche il vento si placò. Il mare e il cielo erano un unico colore, l’orizzonte non era distinguibile. Al largo un peschereccio, i gabbiani gli volavano intorno. Urlavano eccitati. Maria li fissò a lungo. Poi si mosse e staccò la borsa dalla spalla e la mise a terra. Si chinò e infilò dentro una mano.

«Maria!» gridò una voce alle sue spalle.

Lei si fermò un istante. Ritrasse la mano dalla borsa e iniziò a girarsi.

Continua...

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