
Un’Alabarda come le altre – Parte I
Serie: Legione di Sangue: La Chiamata
- Episodio 1: Il Pozzo
- Episodio 2: Un Mondo di Cani e Porci
- Episodio 3: Un’Alabarda come le altre – Parte I
- Episodio 4: Un’Alabarda come le altre – Parte II
STAGIONE 1

L’Addolorata. Qualcuno oserebbe definirla un’alabarda come le altre. Chissà, forse avevano ragione, ma era lei a brandirla, a calarla come una folgore d’acciaio in un netto rumore sordo, quasi gelatinoso. E lì, dove prima vi era l’insulso triangolo di legno e ferro, ora rimaneva solo una massa informe di carne. Il Cadavere Mancato in ginocchio, l’orrore nei suoi occhi, immersi nel macabro riflesso della mano recisa, ancorata al “resto” da pochi brandelli di nervi.
«Chiedo venia, rimedio subito.» Le sottili dita macchiate di fuliggine scivolarono rapide sull’asta. Un movimento fluido, preciso aprì torace e gola con un netto taglio obliquo. Il sangue sgorgò a fiotti sotto gli spasmi di un rantolo strozzato.
«Che state facendo? Uccidetela! Uccidete quella puttana!» qualcuno gridò, quasi soffocato dal denso fumo che avvolgeva il cortile. Forse proveniva da lontano. Lo sguardò di Lei levò sui camminamenti sopraelevati.
“Lurido vigliacco.”
Tuttavia, le “soavi” parole in qualche modo erano riuscite a galvanizzare le guardie del castello. I volti, anneriti si fecero più vicini. Le spade sguainate in un coro di sfida, stringendosi intorno a Lei come un cerchio di spine. Guizzò lo sguardo da un avversario all’altro, valutando la situazione. Aveva pochi granelli di clessidra a disposizione. Ponderò ogni movimento, ogni possibile attacco o stratagemma. Infine, un sottile quanto crudele sorriso le incurvò le labbra mentre divaricava le gambe all’altezza delle spalle.
«Bravi, venite dalla puttana» li invogliava gioviale in un canto suadente, come una fanciulla innocente alla sua prima notte di nozze. «Venite a prenderlo… tutto.» Le parole sibilavano pregne di una promessa perversa.
Una delle guardie tirò fuori un grido iracondo: «Fanculo. Muori, stre-»
La bestemmia si spense bruscamente, sotto il soffio fatale di un sibilo nell’aria densa di calore. Il crano di Grido Iracondo volò via sotto la mezzaluna di sangue descritta dalla lama ad ascia, riflessa nel bagliore delle fiamme. L’istante dopo, dalle grezze pareti di granito lacrimavano viscere e budella fumanti. Cinque, no, quattro guardie del castello giacevano a terra, contorcendosi in pose innaturali. Le membra sparse come pezzi di fantocci rotti con i ventri squarciati che rivelavano un grottesco mosaico di organi interni. Ma una quinta anima mancava all’appello. Un mero sfregio sulla cotta di maglia. Nulla di più la separava dalle carcasse di carne attorno a sè.
“Un errore veniale”, ammise Lei alla sua vergogna. Un sussurro rauco, graffiato dal tempo si fece spazio in essa: “L’imperfezione è il nostro destino, la perfezione il nostro ideale, il peccato il nostro indulgere nella prima.” E con uno scatto lesto, la cuspide dell’alabarda si conficcò nella tenera coscia.
L’Errore Veniale crollò al suolo come se avessero appena tagliato i fili che lo muovevano, cedendo a un groviglio di lamenti confusi. Inutile sforzarsi di carpirne le parole. L’acre alone dei suoi pantaloni in pelle bastò a svelarne l’arcano. Bramava pietà.
“E la pietà” come le insegnava il Sussurro, “va concessa profusamente e senza distinzione alcuna”; e pietosamente, l’Addolorata calò, dissetando la terra battuta, sporca ora di polvere, ora di cervella. Poi, un clangore ferroso, ritmico alle sue spalle. Rapida, vibrò un affondo dietro di sé con il codolo appuntito dell’asta, destando un gemito di dolore. Si voltò, roteando l’Addolorata per deviare i frammenti di pietra incandescente che si staccavano dalle mura come schegge impazzite, tracciando una… «Fermati Massa!»
Il fendente si interruppe a un pelo dal naso di Elvione, piegato in due dal dolore con le mani strette tra le gambe.
«Oh, ehi, El, che ci fai qui? Non dovresti guidare il primo reggimento?» disse Massa allontanando la lama.
«Che ci faccio…» Elvione arricciò le labbra screpolate dal caldo. «Mi hai appena fracassato i coglioni e sai solo dire “che ci fai qui”?» aggiunse rialzando il capo, passando rapidamente dall’irritazione all’accusa isterica.
«Avete sentito come la chiamata? Oh Dèi, è lei. La Sviscera-Anime!» proruppe un lamento, serpeggiando tra le guardie.
Proprio così. Lei era Massa la Sviscera-Anime. Un nome, un crudele disegno della malasorte inciso in un ghigno crudele che le illuminava il volto sporco di sangue e sudore. Si concesse un profondo respiro. Il terrore degli uomini dilagava come fosse miasma.
“Delizioso”
Si udì brusio crescente con nuovi volti sbucare dagli archi. Fauci oscure che si aprivano sui lati del cortile. Altri calarono dalle poche impalcature non ancora divorate dalle fiamme, aggrappati a corde logore e scale traballanti. Arrivarono in tre, poi in sette, infine in dieci. Erano un branco di bestie urlanti. Imprecavano, bestemmiando il nome di Massa, prede di una furia delirante nata dal coraggio del branco. Poco importava. Erano burattini di carne, niente di più.
«Ah, no, basta così. Ce ne andiamo» esclamò Elvione, spingendosi sulle gambe tremanti con uno sforzo che gli strappò un gemito. Dietro un cumulo di macerie alle sue spalle qualcosa emerse silenziosa dall’oscurità.
«Dietro di te!» Massa avrebbe fatto in tempo a intervenire, lo sapeva. La spada già scattata verso il fianco di Elvione, ma lui la deviò con il bordo dello scudo. L’aggressore perse l’equilibrio ritrovandosi esposto alle punte acuminate della sua mazza ferrata. Rovinò a terra, la mascella spezzata che penzolava in un angolo innaturale.
«Cazzo se fa male» si lamentò Elvione, piegandosi con la mano sull’inguine.
«Scusa.» Il mormorio di Massa scivolata tra la tiepida pietà e un sottile disgusto. Gli faceva ancora strano vederlo come un uomo. Anche se ormai il “ragazzo” aveva più di trent’anni.
Elvione sbuffò, spazientito quasi avesse intuito i suoi pensieri. «Piuttosto, ti ripeto: ce ne andiamo. Mi sono spiegato “ragazza”?»
Le labbra di Massa si incresparono in un broncio di falso diniego. «Dai, ancora un po’! Dobbiamo assicurarci che imparino la lezione. Non privare una fanciulla dei suoi pochi momenti di piacere.» Fece sbattere il bordo della lama ad ascia contro il muso di una guardia. I pochi uomini rimasti continuavano ad avanzare senza alcun timore. Non che le dispiacesse, anzi, accolse tanta audacia con rinnovato entusiasmo. Estinto solo da un sordo boato. La terra tremò mentre un’ondata di calore li investì. Per un battito di ciglia il mondo parve farsi statua di sé stesso, sospeso in un silenzio irreale.
Una cascata di detriti si riversò da una delle balconate ancora in costruzione. I corpi dei caduti furono inghiottiti dalla nube grigia. Urla soffocate dalla pioggia di pietre e calcinacci dall’ l’ala est del castelli. Scricchioli sinistri preannunciavano l’imminente collasso di una piccola torre. Era lì che pendeva minacciosa sul cortile, mantenuta in bilico dai ponteggi di legno. Le fiamme l’avvolgevano in una tela scarlatta fino alla cima, dove il vuoto della tettoia le lasciava fuoriuscire come un’enorme torcia, pronta a calare al minimo capriccio dei Vecchi e Nuovi Dei.
«Beh, pare sia arrivato il momento di andarcene» disse il sorriso sbarazzino di Massa Massa davanti al silente rimprovero di Elvione dipinto che si incurvava su un sopracciglio alzato.
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Molto belle le descrizioni e i dialoghi, crudi e coinvolgenti.
La storia prosegue bene e rimane sempre intrigante.
scusami se rispondo solo ora Giuseppe. È da parecchio che non davo un’occhiata al sito. Cmq grz per la lettura e i generosi complimenti. Spero di deliziarti ancor di più con la quarta puntata.