Un’audace incursione

Serie: Planavamo a stento


Continuammo a parlare fino a ora di cena e mettemmo a punto il piano in modo sempre più dettagliato, immaginando ogni possibile imprevisto o via di fuga e alla fine decidemmo che avremmo tentato la prima incursione due giorni dopo. Il giorno successivo, infatti, avevamo deciso che avremmo dovuto preparare una copia del compito d’esame in cui avremmo corretto tutti gli errori che avevamo individuato e messo la soluzione dell’esercizio che ci aveva sorpreso. Avremmo lasciato un paio di limiti e un integrale non svolti, per non destare troppi sospetti, ma in questo modo potevamo ottenere dei compiti d’esame con un voto abbondantemente sufficiente per poi dare l’orale con una certa tranquillità.

Così facemmo e due giorni dopo andammo al Dipartimento, partimmo nel pomeriggio in modo da fare un primo giro di perlustrazione per vedere se la situazione era la stessa che avevamo visto la prima volta e poi quando si fosse fatta notte saremmo entrati in azione, in modo che se avessimo dovuto fuggire ci saremmo ben presto confusi gettandoci di lato alla strada dove c’erano campi bui da cui poter poi raggiungere qualche strada isolata.

Lasciammo la macchina sotto la discesa, in modo che non venisse notata e che potessimo recuperarla senza dare nell’occhio, e salimmo a piedi la salita verso il vecchio convento.

Entrammo e vedemmo che non c’era nessuno nell’atrio e così senza dare nell’occhio percorremmo il lungo corridoio che girava intorno al cortile interno e, dopo aver svoltato due angoli, raggiungemmo lo studio del professore.

Notammo con sollievo che la porta era socchiusa come la volta precedente e noi facemmo finta di bussare per poi sporgerci sulla porta come se volessimo vedere se c’era qualcuno all’interno. Il pacco dei compiti era rimasto sulla scrivania nello stesso punto in cui l’avevamo visto la volta precedente. Noi ci guardammo in silenzio e uscimmo con disinvoltura, come se avessimo semplicemente preso atto che il professore non c’era: così potevamo apparire come normali studenti che venivano per incontrare il professore per una spiegazione o altre informazioni.

Uscimmo e andammo verso la macchina dove avevamo deciso di aspettare almeno un’ora. Mentre eravamo lì ricontrollammo i compiti per vedere che gli esercizi e tutti i dati personali fossero scritti bene e in modo chiaro e scambiammo qualche parola mentre la tensione saliva.

Ci ripetemmo però che tutto sarebbe andato bene, perché a quell’ora c’era pochissima gente in Dipartimento e nessuno ci avrebbe notato.

Finalmente ci avviammo e velocemente salimmo verso l’edificio, entrando nell’atrio, vuoto anche questa volta. Si sentiva solo il ronzio delle luci al neon e un lontano rumore di qualcuno che digitava qualcosa su una tastiera nell’ufficio adiacente con la porta aperta.

Ripercorremmo i corridoi, cercando di camminare con disinvoltura, ma ci muovevamo come soldati in incursione in territorio nemico, con attenzione e paura di trovarci all’improvviso su qualche campo minato o presi in una improvvisa imboscata. Incontrammo solo un giovane sui trent’anni che probabilmente era un ricercatore che non conoscevamo, che sembrava assorto e ci sembrò che neanche ci notasse.

Arrivammo allo studio del professore, con la porta socchiusa come al solito, e ci fermammo bussando e facendo finta di attendere una risposta, come avevamo fatto le altre volte. Rimanemmo alcuni istanti immobili davanti allo studio. Nel corridoio in cui sostavamo c’era una calma assoluta, scandita solo dal lieve brusio lontano di persone che parlavano in uno studio dall’altra parte dell’edificio. In contrasto con quella calma totale che regnava all’esterno, sentivo una tensione insostenibile crescere dentro di me e percepivo il cuore che pulsava veloce nelle tempie.

Guardai Carlo e lui mi fece un cenno per dirmi che era il momento che avevamo pianificato in quegli ultimi giorni convulsi. Guardò un attimo davanti a sé, come per prendere fiato prima di immergersi in qualche aliena profondità e varcò la soglia dello studio. Come eravamo d’accordo, io rimasi fuori a controllare il corridoio in modo da avvertirlo se qualcuno fosse comparso e così farlo uscire senza il voluminoso pacco di compiti.

Lui ci mise pochi secondi a entrare, prendere i fogli e metterseli sottobraccio dietro un grosso quaderno ad anelli che doveva mascherarli, e uscire velocemente prendendo il corridoio in senso opposto all’uscita per dirigerci verso il bagno che avevamo individuato a poche porte di distanza.

Io mi incamminai accanto a lui, dalla parte in cui aveva i fogli in modo da mascherarli ulteriormente e in pochi passi fummo dentro i bagni, dove per un attimo io mi chinai per vedere sotto le porte degli angusti stanzini dei wc e controllare che non ci fosse nessuno.

Appena terminato il breve controllo entrammo nell’ultima porta e ci chiudemmo dentro, cercando di fare poco rumore. Appena dentro Carlo si sedette sulla tazza e cominciò a scorrere velocemente i compiti finché non trovò il mio. A quel punto tolse i due fogli protocollo inseriti uno nell’altro, lo posò per terra e io gli porsi la nuova versione che avevamo preparato che lui mise al posto di quello che aveva tolto. Continuò poi l’operazione e dopo una decina di compiti trovò il suo e ripeté la stessa operazione. A quel punto stavamo per uscire, quando improvvisamente sentimmo aprirsi la porta principale del locale bagni ed entrare due uomini che parlavano fra loro. Io e Carlo ci sentimmo gelare e ci scambiammo dei cenni per dirci di aspettare ad uscire. Sentimmo i due avviarsi verso le porte dei due box ancora liberi ed entrare e appena udimmo le porte chiudersi, aprimmo la nostra velocemente uscendo per dirigerci verso l’entrata del bagno. Ci trovammo velocemente di fuori e ci incamminammo rapidi verso lo studio del professore: sapevamo di dover agire in fretta, prima che i due uscissero dal bagno per non rischiare che ci vedessero lì davanti: uno dei due poteva magari essere il giovane che avevamo incontrato prima e avrebbe potuto insospettirsi per il fatto che eravamo ancora lì.

Del resto, se fossimo andati via coi compiti, poteva poi diventare ancora più rischioso entrare di nuovo e passare davanti all’ingresso dove sentivamo sempre la presenza di alcuni impiegati. Ritornare il giorno dopo era escluso, perché non potevamo essere sicuri che qualche impiegato o assistente potesse entrare nello studio del professore e accorgersi della mancanza dei compiti. Se fosse accaduto sicuramente avrebbero controllato due studenti che entravano e ci avrebbero potuto scoprire con il pacco.

Dovevamo per forza lasciare i compiti in quel momento, ma il rischio era che i due uscissero dal bagno, che era a una decina di metri dallo studio, e che potessero vederci uscire dallo studio e potessero così farci domande o trattenerci. Troppo rischioso: noi avevamo i compiti che avevamo sostituito nella tasca del giaccone.

Quindi arrivammo alla porta dello studio e Carlo senza esitazione entrò, mentre io mi posizionai di fuori per controllare la porta del bagno. Appena Carlo fu entrato, come temevo, vidi la porta del bagno che si apriva e sentii un tuffo al cuore. Mi raschiai la gola, che era il segnale che avevamo concordato per avvisarci che qualcuno era in vista, e Carlo si appiattì dietro la porta socchiusa dello studio. I due mi guardarono, ma senza alcun sospetto, visto che avevo appena fatto finta di bussare e stavo facendo fingendo di attendere, e si diressero verso di me. Mentre si avvicinavano sussurrai a Carlo di non muoversi se non glielo avessi detto io. 

Serie: Planavamo a stento


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