Un’escursione

Serie: Famiglie


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: I due amici sono andati a fare una vacanza in montagna insieme con le loro famiglie

Il giovedì, dopo giorni tranquilli, proposi a Carlo di fare un’escursione solo noi due, come ai vecchi tempi, così il giorno dopo partimmo all’alba, con gli zaini leggeri. Avevo scelto un itinerario bello, anche se impegnativo: una salita fino al passo sopra il paese e poi da lì avremmo preso un sentiero attrezzato ed esposto per raggiungere la cima che dominava la valle.

Quando arrivammo al passo vedemmo l’attacco della ferrata: la linea di cavi d’acciaio saliva lungo una cresta rocciosa fino a una cima alta più di tremila metri.

Attaccammo con passo sicuro, il metallo dei moschettoni era liscio e freddo sotto i guanti, il percorso era pieno di salti ripidi ed esposti, ma il nostro ritmo era buono, e il respiro regolare. Nessuno dei due parlava: ci bastava il rumore del ferro contro il ferro, il suono dei passi sulla roccia ruvida, e ogni tanto uno sguardo veloce per controllare l’altro.

Dopo quasi un’ora di salita sbucammo in vetta e ci sedemmo su un masso con sopra una piccola piastra con il nome della cima. Bevemmo e mangiammo qualcosa, mentre guardavamo il panorama sotto di noi, ma dopo circa venti minuti le nubi basse ci avvolsero e ci trovammo all’improvviso in una nebbia densa come un sipario calato tra noi e il mondo.

«Non si vede più niente, ora è un problema trovare la discesa», disse Carlo, voltandosi su sé stesso.

Mi guardai attorno preoccupato, tutto era bianco, la cresta, la valle sotto, ogni riferimento era svanito.  

Lui disse: «Dai manteniamo la calma, abbiamo la carta e la bussola».

Le tirai fuori e cercammo il punto esatto in cui ci trovavamo, e da lì determinammo l’angolo da seguire per trovare la discesa e poi la bussola ci consentì di individuare la direzione da prendere.

Ci incamminammo con cautela, misurando ogni passo, ma dopo dieci minuti, non avevamo ancora trovato nessuna indicazione capace di confermarci se eravamo sulla via giusta. 

«Non mi piace questo terreno», dissi, fermandomi a guardare verso il basso. 

Carlo condivideva la mia preoccupazione: «Si, hai ragione, se sbagliamo, potremmo infilarci in qualche punto troppo esposto».

Mi sedetti su una lastra per rivedere la carta e Carlo mi indicò un punto.

Io annuii e dissi: «Si, hai ragione, forse qui la traccia cambia leggermente direzione e potremmo averla persa».

Carlo mi ascoltò con attenzione e poi disse: «Dobbiamo tornare indietro e correggere un po’».

Correggemmo la rotta, spostandoci di traverso su un terreno ancora incerto fino a quando Carlo si fermò di colpo esclamando: «Guarda laggiù! C’è un ometto».

Seguimmo quella traccia come si segue un filo sottile nel buio, trovammo altri due ometti, poi un sentiero cominciò a delinearsi.

Mi voltai verso Carlo, aveva un’espressione ancora tesa, ma negli occhi brillava un riflesso di entusiasmo.

A metà discesa ci sedemmo su un masso di roccia liscia da cui si vedeva tutta la valle. 

«Vai ancora all’aeroclub?» gli chiesi a un tratto.

«No, da diverso tempo, non sono più andato nemmeno alle manifestazioni aeronautiche» rispose.

«Come mai?» chiesi.

Scrollò le spalle e disse: «Ho smesso di pensarci e ho riposto tutto in una scatola».

«Ma era la tua passione. Te la ricordi la tesi? Ti brillavano gli occhi quando ne parlavi.»

«Sì, la tesi sul comportamento aerodinamico delle superfici portanti non convenzionali», disse con un sorriso triste.

«E allora perché ora hai perso l’entusiasmo?»

«Perché poi bisogna fare i conti con la realtà» disse.

Poi continuò: «Quando mi sono laureato, i posti in ambito aeronautico erano pochi, tutti lontani, spesso malpagati. Io e Paola ci volevamo sposare e così ho accettato il primo lavoro serio che mi hanno offerto. Controllo qualità in uno stabilimento di produzione di bocchette d’aerazione e cruscotti in plastica per utilitarie».

Lo guardai e dissi: «E ti piace il tuo lavoro?»

Lui rispose: «Non importa se mi piace o no, è un posto sicuro, con un buono stipendio e possibilità di migliorarlo. E adesso che abbiamo Samuele e Paola lavora con contratti a singhiozzo, qualcuno deve pensare alle questioni pratiche».

«Certo, ma tu avevi un amore immenso per l’aeronautica, quando parlavi di aerei trasudavi di entusiasmo. Ora invece sembri quasi orgoglioso di avere rinunciato a tutto questo.»

Fece un sorriso chiuso, quasi difensivo e disse: «Non sono orgoglioso. Ma ho compreso che la passione non paga le bollette e sono contento di riuscire a garantire la sicurezza alla mia famiglia, quella è ora la priorità. E poi, anche nel mio lavoro attuale ci sono aspetti interessanti: migliorare l’efficienza dei processi, evitare difettosità, prevenire errori nella realizzazione degli stampi».

«Ma non è la stessa cosa, questi aspetti non ti appartengono veramente.»

«Forse potresti aver ragione, ma nel tempo si deve cambiare, non si può rimanere su posizioni che ormai sono insostenibili», disse.

Poi guardando verso valle mi fece un cenno e disse sorridendo: «Dai, basta con discorsi troppo seri per una bella giornata come questa, scendiamo che le donne ci aspettano e a me è venuta pure fame».

Continua...

Serie: Famiglie


Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni