Uomini che camminano
Serie: Uomini
- Episodio 1: 1. La Zona Grigia
- Episodio 2: 2. L’uomo che non piange mai
- Episodio 3: Di ciò che resta
- Episodio 4: Venerdì
- Episodio 5: Goodbye Stranger
- Episodio 6: La crisalide
- Episodio 7: I miei difetti mi servono
- Episodio 8: Quell’anno prima
- Episodio 9: Il pollo ruspante
- Episodio 10: Spaccherò il mondo
- Episodio 1: I resti di un amore
- Episodio 2: Il cappello
- Episodio 3: Uomini che camminano
- Episodio 4: Parsimonia
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Camminano da ore, anzi da giorni, senza ricordare da quanto tempo sono partiti. Il sentiero non ha un nome, non compare sulle mappe digitali, non è segnalato da colori o numeri. È una linea incerta che attraversa pendii, s’infila tra alberi radi, riemerge su creste dove il vento spazza via ogni rumore umano. Non è un percorso escursionistico. È ciò che resta dopo che ogni direzione ha perso significato.
Non serve conoscere i loro nomi, le loro storie. Non perché nascondano qualcosa, ma perché non hanno più nulla che valga la pena riassumere in una frase. Età diverse, corpi segnati in modo diseguale: ginocchia rigide, schiene abituate a stare piegate troppo a lungo, respiri che cercano un ritmo. Indossano scarponi consumati, giacche funzionali, zaini leggeri. Nessuno porta oggetti inutili. Nessuno porta un simbolo.
Camminare non è una scelta ideologica. È una soluzione pratica alla saturazione. Il mondo da cui provengono è rimasto intatto: città frenetiche, mercati aperti, notizie continue, opinioni urlate che si sovrappongono senza che qualcuno le ascolti veramente. Un mondo dove ogni gesto è commentato prima ancora di essere compiuto. Qui no. Qui il passo precede il pensiero. Il corpo decide per primo.
Non parlano quasi mai. Non per voto, ma per stanchezza. Le parole hanno smesso di essere strumenti, sono diventate superfici scivolose. Ogni frase rischia di trasformarsi in una spiegazione, e ogni spiegazione in una giustificazione. Camminare li dispensa da questo lavoro. Finché si procede, non è necessario chiarire nulla.
Il paesaggio non promette nulla. Non è sublime, non è ostile. È indifferente. Boschi che si diradano senza dramma, radure senza centro, salite che non sembrano condurre a un punto panoramico. La bellezza, se c’è, non chiede di essere riconosciuta. Esiste e basta. Questa è la sua forza.
Ogni uomo porta con sé una versione ridotta del proprio passato, compressa fino a diventare sopportabile. Non eventi, ma sensazioni residue: il fastidio di riunioni inutili, la ripetizione di gesti professionali svuotati, l’impressione di aver partecipato a un gioco le cui regole cambiavano sempre un istante prima della mossa decisiva. Nessuno di loro si considera una vittima. Sarebbe un altro modo per restare legati.
A volte uno rallenta. Gli altri non lo aspettano in modo evidente. Continuano, sapendo che il passo si riallineerà o si perderà. Non c’è gerarchia, non c’è gruppo. Solo una prossimità temporanea, una condivisione di traiettoria. Se uno scompare dietro una curva o prende una deviazione, non viene cercato. La scomparsa non è un evento. È una possibilità prevista.
La fatica è reale, misurabile. Le vesciche, il fiato corto, il freddo che entra sotto gli strati di tessuto sono eventi concreti, non metafore. Ed è proprio questa concretezza a funzionare da antidoto. Il dolore fisico non mente, non promette nulla, non rimanda a un futuro migliore. Chiede solo di essere sentito, sopportato e infine attraversato.
Ogni tanto si fermano. Non per contemplare, ma per bere, mangiare qualcosa di secco, stringere meglio un laccio. In quei momenti il tempo sembra allargarsi. Non c’è fretta di ripartire, ma nemmeno la voglia di restare. La sosta non è un’alternativa al cammino, ne è parte.
Non cercano un luogo dove arrivare. L’idea stessa di arrivo appartiene al mondo da cui si sono sottratti. Lì ogni percorso deve produrre un risultato, una crescita, una narrazione coerente. Qui il senso è distribuito lungo il tragitto, in modo irregolare, spesso invisibile. A volte coincide con un tratto pianeggiante dopo una salita lunga. A volte con il semplice fatto di non pensare.
Quando scende la sera, il sentiero si fa meno leggibile. La luce si ritira senza spettacolo. Nessuno accende subito una lampada. Camminano ancora un poco, affidandosi alla memoria recente del terreno. Non è una prova di coraggio. È un esercizio di fiducia limitata: sapere quando fermarsi prima che la notte lo imponga.
Dormono in luoghi che non reclamano nulla. Un avvallamento, un margine di bosco, una struttura abbandonata senza storia. Il sonno arriva senza sogni articolati. Il corpo, finalmente, ha qualcosa di semplice da fare.
Al mattino riprendono. Non c’è un momento inaugurale. Il cammino ricomincia perché non c’è un motivo sufficiente per non farlo. E in questa assenza di motivo, per la prima volta dopo molto tempo, nessuno di loro sente il bisogno di essere altrove.
Serie: Uomini
- Episodio 1: I resti di un amore
- Episodio 2: Il cappello
- Episodio 3: Uomini che camminano
- Episodio 4: Parsimonia
Un brano molto compatto e coerente, con un tono quieto che accompagna bene il tema del cammino come sospensione dal mondo. Colpisce la scelta di togliere enfasi e spiegazioni: tutto resta concreto, fisico, essenziale. Mi è piaciuto il modo in cui la fatica diventa quasi una forma di lucidità, senza bisogno di simboli o grandi dichiarazioni.
Anch’io cammino, meno di un tempo, ma ancora molto. Aspetto quel “continua” per avere un ‘idea più precisa. Per me il cammino è onda che accompagna i passi, è fiato che si fa pensiero, fatica che si fa vita, ma anche alzare gli occhi e stupirsi di bellezza.
Il camminare e basta sta diventando un’ esigenza sempre piú sentita e diffusa. Dopo chissà quanto tempo trascorso in macchina o seduti, svolgendo un lavoro sedentario, il corpo, la mente e direi anche lo spirito, reclamano spazi aperti in mezzo alla natura, movimento e calo dello stress. Nascono in continuazione nuovi percorsi naturalistici per soddisfare questo bisogno umano crescente. E forse, anche per questo l’ ultimo film di C. Zalone ha raggiunto un record di incassi.
Peccato che il tuo sia un racconto breve, avrei letto volentieri un seguito. Leggere i tuoi racconti é sempre piacevole; inoltre credo di essere anch’ io affetta da “camminite” cronica.
Credo che il cammino sia anche una metafora della vita. Cerchiamo di raggiungere la meta senza goderci il viaggio.
Ciao Rocco. Ho trovato il tuo testo molto evocativo e meditativo, capace di trasmettere un senso profondo di stanchezza del mondo e di ricerca di essenzialità.
La scrittura è sobria, quasi contemplativa, e costruisce bene l’idea del cammino come liberazione dal rumore e dalle aspettative.
Testo che mi ha colpito molto. Essendo anche io uno che cammina, mi sono ritrovato in tanti passaggi: nel corpo che decide prima del pensiero, nella fatica concreta che rimette tutto in ordine, nell’assenza di un vero “arrivo”. Mi è piaciuto soprattutto il modo in cui togli ogni retorica al cammino e lo riporti a gesto semplice, necessario. Un camminare che non cerca epica ma equilibrio.