
Utopia
«Buonasera, amici!» Entra con enfasi un invitato in una sfarzosa villa, proprio nel più bel quartiere, all’interno del centro storico della sfolgorante città di Parigi.
Ha appena varcato il cancello per entrare nel giardino della villa. Viene colpito da profumi armoniosi, colori sgargianti delle ricercate e delicate piante.
L’invitato, poi, varca il portone dorato della villa, dove viene accolto.
«Viene, caro, entra nella nostra umile dimora! Che risate! Avete capito la battuta? Piccola? Che ridere, amici.»
L’invitato prende posto nella sala di rappresentanza, la prima, la più pomposa, la più ornata di arazzi, dipinti, soprammobili di cristallo fine e prezioso, ove la luce si rispecchia ed irradia la sterminata stanza di luce argentea.
Poco dopo, alcuni servi cominciano a scendere dai loro piani in alto, sporchi e luridi, privi di ogni tipo di comodità, anche solamente le più piccole e misere erano loro proibite.
«Messere, vado alla toilette.» Annuncia un uomo panciuto, vestito elegante ed ordinato.
«Certo! Non vi perdete, vi prego!» Si continua a vantare del suo sfarzo l’ospite.
L’invitato, alla toilette, tira con orgoglio ed occhi illuminati di gioia lo sciacquone. Era da poco stato inventato il water closet, e l’invitato si godeva quella comodissima invenzione, nell’attesa che venisse installata pure nella sua dimora, poco distante da lì.
«Signore, vi stiamo aspettando! Bisogna parlare del futuro!» Risuona la voce del padrone.
l’invitato si specchia. Si mette in ordine e giunge.
«Ditemi.»
«Bisogna parlare del futuro!» Insiste l’ospite. Non attende altro. Non hanno molto da fare.
«Bene. Ti chiedo, puoi accendere quella lampada?»
«Ma certo, mio caro! Se non fosse stato per Edison avremmo ancora il fuoco!»
«Spero che nel futuro mettano le lampade di Edison pure in strada. Guardate che buio pesto.» Sospira una dama dalla pelle bianca, indicando la finestra.
«Mia cara, ma certo. Sono sicuro che verrà illuminata anche Parigi, dopo New York.» Esclama con enfasi suo marito, prendendole la mano. Si sorridono. Sono felici nelle ricchezze e negli sfarzi.
«Signora, io oggi prendere per voi vestito.» Giunge la serva personale della dama.
«Dove?»
«A Galeries Lafayette.»
«I nuovi magazzini!» Gli occhi della dama si illuminano. «Devo dunque essere all’ultima moda!» Quindi, si alza e se ne va.
«Parliamo di cose serie, Signori. Ho finalmente imparato ad utilizzare il telegrafo.»
«Solo ora?!?»
«Si. C’è tutto un alfabeto da imparare. A menadito!!!»
«Sapete che circa una ventina di anni fa hanno messo il cavo sotto all’Atlantico?» Cambiò discorso un uomo.
«E chi se lo scorda, all’epoca eravamo ancora giovani!»
«Ma non così ricchi, amico.»
«Bene, ho deciso che voglio di più. Qualcosa che mi faccia comunicare con la mia amante, a insaputa di mia moglie.»
«E cosa vuoi fare?»
«Il telefono.»
Bisbigli, sussurri, facce spaventate e sbigottite guardavano quell’uomo assurdo. Che confusione aveva tirato fuori il telefono. Era una nuova invenzione, che pochi avevano, ma che presto si sarebbe sviluppata moltissimo.
«Ma, aspetta un attimo. Vuoi l’affare dell’Italiano spaccone?»
«Quello!»
Parte un dibattito. Ci sono i sostenitori di Meucci, mentre altri che trovano la sua invenzione uno spreco di tempo. Erano questi i problemi dei borghesi. Vivevano in ville immense e sontuose, nel lusso e negli agi. Poi, stranamente, un uomo che era sempre stato nell’ombra dice una frase che nessuno di loro si sarebbe mai aspettato:
«Avete sentito dell’incendio?»
«Quale?» Domandarono subito tutti gli altri uomini, con facce esterrefatte.
«Quello in periferia, nei quartieri disagiati.»
Qualche giorno prima, in periferia, in uno dei peggiori quartieri, in una casa in condizioni atroci, a notte fonda, una madre con la prole era giunta in questa terrificante dimora.
«Papà non torna.» Dice il primogenito, con il poco fiato che gli è rimasto dopo il duro lavoro.
«Tornerà.» Risponde la madre, fissando il vuoto oltre la finestra.
Poco dopo, la porta si spalanca ed il gelo della notte penetra nella casa. Entra un uomo, il padre.
«Ho fatto sciopero! Forse ci pagheranno di più!»
Gli occhi dei familiari si riempiono di gioia, gioia che spesso si rivela essere un sogno utopico ed irrealizzabile. Allora, la madre decide di accendere un fuoco, per scaldarsi.
Lo accende solo per le grandi occasioni.
Purtroppo, la fiamma, priva di protezioni, prende presto il sopravvento distruggendo ed infiammando tutto ciò che le si trova attorno.
La famiglia riesce a sfuggire alle rapide lingue di fuoco, ma per la vita che conducono era forse meglio la morte.
Ma certamente, non sono questi i pensieri dei ricchi borghesi protetti nelle loro ville, attorniati di cultura e di ricchezza.
Loro pensano al futuro.
Ed al loro capitale.
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Interessante questa tua fotografia di una Prima e Seconda rivoluzione industriale. Il fermento, gli animi che si scaldano, il vociferare, le idee che circolano. Le donne che abbandonano la conversazione 🙁 Si sente tutto. Mi piacciono i dialoghi veloci. Secondo me, nella scelta delle parole, ci sarebbe stato bene anche del nonsense con un pizzico di futurismo.
Ciao Cristiana, grazie per le belle parole che spendi sempre per i miei racconti! Sono contenta di essere riuscita nell’impresa di rappresentare una fotografia verosimile di quegli anni.
Purtroppo, le donne, quando si cominciava una discussione importante, erano invitate a lasciare la conversazione.
Per quanto riguarda i dialoghi, certamente sono veloci e colloquiali, e poi ciò che hai detto per le parole è una bellissima idea, ti ringrazio e terrò presente!
Grazie mille!
sono contenta di aver letto il tuo racconto. La concentrazione – sempre crescente- della ricchezza (monetaria e tecnologica) nelle mani dei gruppi dominanti e l’accumularsi della povertà al polo opposto della società è uno dei caratteri fondamentali del capitalismo.
La cosa più importante, io credo, sta nel rifiuto di abituarsi a questo stato di cose e nel continuare a provare indignazione.
Ciao Francesca, grazie mille per aver letto il mio racconto!
Volevo mettere in evidenza due classi sociali, o meglio i poli opposti come dici tu, anzi ancor meglio metterli a paragone. Il capitalismo, come da te detto è basato su questo, ed una classe non può fare a meno dell’altra, sebbene spesso siano insorti scioperi e rivoluzioni, talvolta malamente repressi.
Assolutamente il tuo commento porta spunti di riflessione, anche poiché ne nascono a migliaia.
Grazie di cuore!
Ciao Beatrice, il tuo racconto è ben scritto e molto attuale! In poche righe hai evidenziato uno dei grandi problemi della nostra società le differenze di classe che purtroppo ci sono ad ogni epoca. Brava!
Cara Giorgia, sono felicissima che il mio racconto ti sia piaciuto. Assolutamente vero, e purtroppo aggiungerei, fin troppo attuale. Penso che, spesso, la storia si ripete, ed uno dei motivi per cui la trovo affascinante e misteriosa, perché ogni epoca storica, spesso segnata da problemi sociali, mantiene le sue cause e le sue, a volte, tristi conseguenze. Grazie mille!
Ciao ❣️
Mi è piaciuta molto questa fotografia della povertà descritta dall’alta borghesia. La contrapposizione dello sfarzo di chi ha tutto e si mette a pensare a chi ha perso quel poco che aveva ritenendolo un destino peggiore della morte. Fa riflettere perché per chi è così attaccato al proprio capitale, perdere i propri averi è proprio la cosa peggiore che possa accadere nella vita.
Ciao Lola, innanzitutto grazie per questo commento molto riflessivo.
Effettivamente il mio scopo non era solo quello di fare un paragone, ma mostrare ed immaginare i dialoghi ed i pensieri di questi commercianti arricchiti, che sfruttavano povera gente, in condizioni deliranti. Mentre i poveri, spesso colpiti da epidemie o incendi, perdevano il poco che avevano, e forse meglio perdere la vita.
Come hai detto tu, i borghesi pensavano che perdere il loro capitale fosse il peggio che potesse accadere loro.
Grazie ancora!