
Valigie
Di solito le nonne odorano di crema per le mani e sugo appena cotto, quelle più trasandate di chiuso e naftalina. La mia odorava di scotch e Winston blu.
Un giorno mi disse che sapevano del bacio di un uomo che aveva amato tanti anni prima, avevo circa sei anni.
Da bambino, quando mi dicevano che era strana, fingevo di non capire. E se insistevano a chiedermi cosa ne pensassero di lei i miei genitori, rispondevo che erano in cielo.
Lasciavo la frase in sospeso, non aggiungevo altro, li guardavo diventare rossi e balbettare scuse. Alla fine scoppiavo a ridere. Mio padre era pilota di linea e mia madre hostess, vivevo con mia nonna perché erano a casa tre giorni al mese, più o meno.
Ora lo ammetto, mia nonna era strana, ma mi amava, e nel suo modo strano cercava di dimostrarlo. Per farmi addormentare leggeva La Stampa, ma prima toglieva le pagine della cronaca nera.
Non mi dava baci e non mi faceva coccole, ma aveva nei miei confronti una premura costante, che dimostrava in ogni piccolo gesto quotidiano. Per questo capì che c’era qualcosa che non andava dalla minestra.
Me la buttò davanti senza dire nulla e quando provai a chiederle dove fosse il parmigiano mi disse di arrangiarmi. Se ne andò in salotto e mi lasciò mangiare da solo.
Due cucchiaiate e mi passò la fame, andai in camera mia.
Sul pavimento c’era una valigia già chiusa, sul letto due ancora aperte, stracolme. Avevo provato a infilarci dentro tutta la mia stanza. Sulla scrivania, piena di diecimila cazzate fino a due giorni prima, restava solo il biglietto del treno.
Immaginai le ore che mi attendevano su un sedile di seconda classe senza nulla da fare e mi tornò in mente il mio vecchio iPod, regalo costoso dei miei per un natale mancato.
Ripensai alle canzoni che a quattordici anni avevo scelto perché mi rappresentassero come un adolescente profondo, dall’emotività complessa. Sorrisi e mi venne voglia di riascoltarle.
Frugai nel cassetto della scrivania infestato da un groviglio di cuffie e cavi che sembrava un dio di spaghetti. L’avevo preso in mano almeno cento volte mentre cercavo altro e ora non c’era. Andai in salotto, mia nonna leggeva il giornale sulla sua poltrona, quella vicino alla finestra. I miei non volevano che fumasse in casa così ciccava fuori.
– Hai visto il mio vecchio iPod?
– Fatti furbo.
Quando non aveva voglia di parlare te lo faceva capire subito. Stavo per tornare in camera mia ma mi venne un dubbio. Fatti furbo me lo diceva quando, da bambino, la pregavo di ridarmi il Game Boy che mi aveva tolto per punizione. Di solito lo nascondeva in camera sua.
Arrivato davanti alla mia stanza aprii la porta e la richiusi senza entrare, poi, in punta di piedi, scivolai lungo il corridoio, fino alla sua.
Entrai e fu come se braccia e gambe si accorciassero, la barbetta incolta sparisse e mi tornasse la pancetta che mi aveva accompagnato per tutta l’infanzia, avevo di nuovo dodici anni e cercavo il gioco che mi era stato nascosto.
Mia nonna non era il tipo da centrini, statuine della madonna o gondole in ceramica. Gli unici soprammobili erano alcune foto mie e di mia madre allineate sul cassettone. Per qualche secondo mi fermai a guardarle, mia nonna non era una persona ordinata, erano passate le due e non aveva neanche rifatto il letto, ma le foto seguivano un rigido ordine temporale, iniziavano con mia madre in fasce, poi bambina, a scuola, al liceo, diplomata, una che le aveva mandato dall’estero a uno dei suoi primi voli, il matrimonio, poi iniziavano le mie, disposte con la stessa logica. Molte manco me le ricordavo. Ma non avevo tempo per la passeggiata sul viale della memoria, tornai alla mia ricerca.
Aprì l’armadio, di solito nascondeva il mio Game Boy nella tasca di un cappotto e ne aveva solo tre: due per il freddo e uno per le occasioni speciali. Non mi ci volle molto a controllarli, ma non trovai niente.
Oltre ai cappotti c’erano solo le trapunte invernali, provai a spostarle, per vedere se l’aveva messo lì sotto e scoprì un bauletto di legno, un oggetto semplice, senza nessuna decorazione, nessuna scritta. Non l’avevo mai visto prima. Spostai di lato le coperte e sollevai il coperchio.
Il mio iPod era lì, assieme a un’altra mezza dozzina di oggettini. Riconobbi una catapulta giocattolo, una di quelle scemenze che si trovano negli ovetti Kinder, gliela avevo regalata qualcosa come dieci anni prima. E poi un vasetto di ciottoli che avevo raccolto un’estate al mare, un cavatappi che mi ero portato dalla gita a Barcellona della quinta liceo. E altre cose non mie, occhiali da sole a forma di cuore, elastici per capelli, tutti disposti in file perfette, in un ordine che pensavo impossibile per mia nonna.
Impilate in un angolo c’erano altre foto, iniziavano in bianco e nero ed erano la vita di una famiglia degli anni cinquanta, le vacanze al mare, le cresime, i primi giorni di scuola. Mi ci volle un po’ per riconoscere mia nonna circondata da zii e zie che non avevo mai conosciuto.
L’ultima era leggermente più recente, anni sessanta, a colori, sembrava scattata in un bar vicino al mare. C’era mia nonna in costume, con una bambina dall’aria confusa seduta sulle ginocchia, l’età era giusta per essere mia madre. Vicino a lei, con un bicchiere di Whiskey in mano, un uomo più vecchio di una decina d’anni, sul tavolino riconobbi la sagoma familiare di un pacchetto di Winston blu.
Tornai in salotto.
– Perché l’avevi messo nel baule?
– Hai frugato tra le mie cose?
– Non è questo il punto.
– Rimettilo subito dove l’hai preso.
Buttò il giornale a terra.
– Dobbiamo parlare – Cercai di dirle.
– Rimettilo a posto.
Si sfilò la ciabatta e corse verso di me, proprio come quando avevo dodici anni, con l’unica differenza che non riusciva più a colpirmi in testa, al massimo arrivava alle spalle.
– Rimettilo a posto.
Cercai di difendermi, ma lei continuava a colpirmi e a ripetere “rimettilo a posto”. Alla fine le strappai la ciabatta di mano.
– Smettila di fare la matta – Senza volerlo urlai – Non sto mica partendo per sempre.
Lei si fermò, si guardò le mani, solo in quel momento si rese conto che le era caduta la sigaretta.
– Tornerò per le vacanze.
– Ma secondo te sono preoccupata per me?
Chinò la testa.
– Con un po’ di fortuna e un pacchetto al giorno avrò ancora due o tre anni da sopportare, ma tu che farai laggiù? Sarai solo, e non c’è niente di più brutto.
Abbracci, lacrime, singhiozzi e frasi fatte del tipo “Non sarò mai solo, tu sarai sempre con me” avrebbero potuto essere una degna conclusione per un’altra nonna, con un altro odore, ma non per la mia. Se ne tornò sulla poltrona, scalza da un piede. Raccolse la sigaretta da terra, la buttò fuori dalla finestra e ne accese un’altra.
– Se proprio lo vuoi te lo puoi anche prendere – Diede una lunga boccata – però ogni tanto toglitelo e cerca di parlare con qualcuno, se non saprai cosa dire raccontagli di quant’è strana tua nonna, si faranno una bella risata.
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
“a bambino, quando mi dicevano che era strana, fingevo di non capire. E se insistevano a chiedermi cosa ne pensassero di lei i miei genitori, rispondevo che erano in cielo.Lasciavo la “
👏 👏
“i solito le nonne odorano di crema per le mani e sugo appena cott”
❤️
Un racconto che sembra quasi autobiografico. Sei riuscito nell’intento di narrare i ricordi del ragazzo come fossero quelli del lettore.
Molto bravo!
Grazie, in effetti è basato in parte sulla mia vita, non tanto la parte della nonna, la mia è proprio la classica vecchietta di paese, ma un paio di anni fa mi sono traferito in una città abbastanza lontana da quella in cui sono cresciuto.
È davvero molto bello il tuo racconto, si distingue per il modo educato in cui fai entrare i ricordi del protagonista nella testa del lettore, in punta di piedi.