Venti minuti

Che strano sentir parlare in questo modo, non ci ero più abituato. A questo stava pensando Matteo mentre guardava un giornale che in realtà non leggeva. Tornare a Trieste lo spiazzava sempre, doveva farlo più spesso si disse.

Era stato un soggiorno breve purtroppo. Guardò il grande orologio a muro, venti minuti alla partenza. Doveva iniziare a prepararsi, chiuse il giornale lo appoggiò sul tavolino.

Fece per chinarsi e raccogliere la valigia che aveva ai piedi quando avvertì uno strano prurito alla nuca, quasi una sensazione di calore. Si girò e la vide. Tra la folla che entrava e usciva dal bar c’era lei, ferma. Una distinta signora di mezza età. Elegante.

E lo guardava.

Matteo rimase un attimo senza fiato e sentì il cuore accelerare. I loro sguardi si incatenarono per un lunghissimo istante.

«Ma… sei tu?»

«Ester?»

I rumori della stazione sparirono. I continui annunci degli altoparlanti un brusio indistinto. Le persone che lo circondavano erano come dei manichini di quelli che si trovano ai magazzini. Sagome senza vita. Solo lei. Quel viso. Quella voce.

«Ma che fai qui? A Trieste dico».

Lui non sapeva dove mettere le mani. Spostò una sedia e le fece cenno di sedersi.

«Un caffè?» e già si agitava cercando di fermare la ragazza che serviva ai tavoli.

«Sto andando via, mi sono fermato giusto un paio di giorni. Torno a Torino».

«Ho sentito di tua mamma l’anno scorso, mi dispiace».

La guardò. Si era seduta di fronte a lui e erano vicinissimi. Sentiva il suo profumo. Vedeva i suoi occhi verdi. Erano circondati da un piccolo reticolo di rughe ma brillavano luminosi.

«Sì, grazie… purtroppo la vita gira. Era l’ultimo legame qui».

«Me la ricordo, sempre gentile con noi bambini. Era fantastico venire a casa tua, lei ci dava sempre la coca-cola».

«E i tuoi? Tuo fratello?»

«Marco sta bene, sta invecchiando anche lui ma è sempre uguale».

«Tu non stai invecchiando…» le disse sorridendo.

Un lieve rossore sulle sue guance.

«Sì magari. Anche tu mi sembri in forma comunque. È rimasta solo mia mamma, e non è che stia granché bene».

Matteo si vergognò. Non aveva saputo nulla di suo padre. Del resto, come avrebbe potuto?

«Mi spiace… ma che fai qui in stazione?»

«Devo prendere il regionale, vado a Monfalcone a trovare mia figlia. Ha appena avuto una bambina».

«Che bello… io ho il Frecciarossa tra…» alzò gli occhi verso l’orologio «diciassette minuti».

Per un lungo momento nessuno parlò. La ragazza portò il caffè a Ester. Lui le guardava le mani. Dita lunghe. Affusolate. Un po’ invecchiate ma sempre uguali.

Lei sollevò la tazzina e prima di accostarla alle labbra disse quasi in un soffio:

«Ti ricordi il compleanno di Marco? La festa nel garage dei miei».

Matteo sentì le orecchie che avvampavano.

«Certo, sì, me lo ricordo».

«Quello in cui ballammo quel bellissimo lento».

Non riusciva quasi a parlare.

«Sì».

Ester riappoggiò la tazzina sul tavolo. Chiuse gli occhi per un attimo. Sembrava persa in qualche pensiero. Poi li riaprì. Lo guardò intensamente.

«Sei andato via presto dopo».

«Sì è vero» rispose lui.

«Ci ero rimasta male».

Si fermò di nuovo. Sembrava cercasse le parole. Lui continuava a guardarla e sentiva la bocca sempre più secca. Doveva andare. Il rumore di altre conversazioni intorno a loro saliva.

«Pensavo che qui ti stesse stretto, che cercassi altro».

Matteo sospirò, per un attimo temette di non riuscire a emettere suoni.

«No, forse non era il posto giusto» e, dopo un attimo «o il momento giusto».

Poi distintamente si fece strada l’annuncio del suo treno. Invitava i passeggeri a salire. Era ora di andare.

«Il mio…».

Si alzarono quasi contemporaneamente. Lui in maniera goffa, perse leggermente l’equilibrio e appoggiandosi rovesciò il bicchierino con l’acqua che c’era sul tavolino. Lei gli sorrise.

«Scusa, son sempre il solito».

«È stato bello rivederti Matteo».

«Sì, anche per me».

«Fatti sentire se torni» disse, quasi senza convinzione.

«Senz’altro» e sentì gli occhi che si inumidivano.

Rimasero un attimo in piedi, uno di fronte all’altro. Senza parlare. Poi lei si avvicinò e alzò le braccia, quasi timidamente. Lui allargò le sue e la accolse in un abbraccio. Rimasero stretti senza parlare. Non ce n’era bisogno.

Quando si staccarono lei aprì la borsetta e estrasse un fazzoletto di carta. Si asciugò un occhio.

«Ciao Matteo, abbi cura di te».

Rimise il fazzoletto nella borsa, si girò e senza una parola si diresse all’uscita del bar.

Lui sollevò la valigia. Guardò ancora l’orologio. Doveva sbrigarsi.

Mentre si sistemava sul treno sentiva gli altri passeggeri che parlavano intorno a lui. Tutto sembrava strano, irreale.

Lui continuava a vedere un piccolo garage con una bellissima canzone in sottofondo.

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Discussioni

  1. Bello, e molto “vero”: hai reso benissimo quell’incontro casuale che non esplode mai in scena, ma ti lascia addosso una scossa lunga. Mi piace il ritmo sobrio (gesti piccoli, dettagli da stazione) che fa da contrasto al terremoto interno: l’acqua rovesciata, il fazzoletto, l’orologio, sono oggetti che tengono a terra una memoria enorme. E quel finale col garage/canzone è una chiusura pulita e malinconica: non serve dire “rimpianto”, lo si sente.

  2. Non si può non commuoversi. Ho la convinzione che quello struggente smarrimento lo abbiamo provato tutti, almeno una volta. Un’amica che da ragazzo ti aveva fatto pulsare il cuore, un amico con il quale avevi vissuto momenti di gioia. Poi anni di distanza, di silenzio, di ricordi sbiaditi e poi, casuale, l’incontro e il tuffo al cuore. Straziante, ma, sinceramente quante sensazioni possono essere più belle di queste? Un grande abbraccio. Pierpaolo.

  3. Ah, come sarebbe la vita, se potessimo tornare indietro! Quanti errori potremmo aggiustare, quante occasioni potremmo ritrovare per non perdere più! Sono d’accordo con Antonio, il racconto è nostlgico, ma esprime anche rammarico e rimpianto dei due personaggi che si incontrano, ognuno con la propria quotidianità, e si salutano, ognuno con la consapevolezza di aver lasciato nel passato una opportunità che avrebbe, giocoforza, cambiato il percorso della loro esistenza.