Viaggio: arrivo al villaggio

Serie: Frammenti di nero


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il piccolo protagonista è arrivato al villaggio dove vive la sua balia, e cerca di capire dove si trova la casa della balia. Alla fine arrivai a destinazione, e si addormenta.

Mi disse: ”Buon giorno, signore. Vedo che se ne sta qui da solo, sotto il meriggio torrido di questa giornata. Volevo chiederle se a questa solitudine qui fuori preferisse la compagnia delle persone del luogo. Immagino infatti che abbia visto che qui sulle strade non c’è nessuno, e questo perché si sono tutti radunati alla casa del vecchio Jarkins. Il buon vecchio Jarkins, che vive solo con sua moglie da quando i loro figli si sono trasferiti nell’America. Oh signore! Che coraggio, abbandonare la certezza della contea di Norwich, per cercare la fortuna fra le terre della vergine Virginia… beh, semplicemente della Virginia.” Sembrava un signore simpatico, e mi ispirò fiducia, per cui gli risposi giovialmente: “Signore, non ha da chiamarmi signore, perché io ho neanche tredici anni. O almeno, fra un mese ne avrò esattamente tredici.” Ero piuttosto particolare, da giovane, lo ammetto. Il signore rise e si presentò come Mr. Barrington, disse poi che mi aveva visto mentre si dirigeva a casa di una certa signora Blythe. Capii con uno sguardo che Mr. Barrington aveva un qualche affare rosa con Lady Blythe.  Certi sentimenti non si potevano nascondere. 

Man mano che formulavo nella mia testa queste teorie, Mr.Barrington continuava con i suoi discorsi circa dove avrei potuto trovare una buona taverna, e che vicino alla chiesa quel pomeriggio si sarebbe potuto vedere una piccola rappresentazione teatrale di un qualche dramma di cui non mi ricordo il nome.  Mi chiesi come potesse sapere che avevo bisogno di un luogo dove trovare riparo e cibo, ma supposi che se io ero riuscito a carpire il segreto di Mr.Barrington, allora anche egli poteva farlo con me. Sempre con uno sguardo negli occhi.

Alla fine mi disse che mi avrebbe accompagnato volentieri alla taverna, che era nascosta nelle strade arzigogolate di quel villaggio. Mi mise una mano dietro la schiena e mi accompagnò, come sospingendomi.

“Come ti chiami, giovane?”

(Taccio qui il mio nome, ma dico che risposi con sincerità al signore)

“Bel nome. Sembra una coincidenza, ma pure mio fratello si sarebbe dovuto chiamare come te, se non fosse che alla fine mio padre decise alla fine di chiamarlo Oscar. Comunque, cosa ne dici se andiamo alla Blackwood inn? (fu allora che compresi che Blackwood era un cognome piuttosto comune da quelle parti). Risposi che potevo fermarmi poco, perché dovevo andare a incontrare la mia balia. Disse che per andare in quella parte della campagna bastava seguire una stradicciola abbastanza rettilinea che passava fra dei meli selvatici. Lo ringraziai e dissi che forse facevo meglio ad andare direttamente dalla mia balia. Non nascondo che le premure di quel ragazzo erano a tratti snervanti, ma non persi la mia compostezza nemmeno quando provò ad accompagnarmi per la strada. Alla fine, vedendo che ero piuttosto sicuro delle mie scelte, mi salutò e disse che sperava di rivedermi. Mi augurai di non rivedere mai più un uomo di quel genere, perché per quanto gentile fosse, le sue azioni avevano qualcosa di sgradevole. Mi domandai se non fosse uno di quei ladri gentiluomini che infestavano la Gran Bretagna a metà dell’Ottocento. Partii dunque per la strada indicata dal signore, ma mentre andavo mi domandai se quella strada fosse davvero quella che portava alla casa di Donna, o se fosse la strada che Mr Barrington sperava io prendessi. Debole come poteva essere un ragazzino della mia età, preferii chiedere a qualcun altro quale fosse la strada che dovevo percorrere. Purtroppo, però, non trovai assolutamente nessuno, e il mio girovagare per la strada mi ridiede la sensazione che quella fosse una città fantasma. Mi arresi all’idea di andare alla taverna indicatami da Mr. Barrington, e dopo averla cercata per molto tempo, compresi che Blackwood Inn era il primo edificio che avevo visto quando ero arrivato in quel villaggio, e che non lo avevo riconosciuto come uno ostello perché non presentava alcun cartello o segnale. Compresi che dovesse essere una taverna da come erano disposti i mobili nella sala visibile da una finestra che si affacciava sulla via dove mi trovavo. Spinsi dunque quella che credevo essere la porta d’entrata, e mi ritrovai in un confortevole corridoio, tutto arricchito da quadri e un paio di tavolini su cui erano appoggiati dei vasi piuttosto vecchiotti. Una voce in fondo al corridoio mi salutò. Era un trillo femminile, allegro come uno di quelle orchestre del compositore Thomas. Sicuramente i figli dell’Inghilterra nati nella fin de siècle di questo secolo avranno sentito la fama del compositore, ed io, ora che scrivo, a ripensare a quella voce quasi serafica, vo comparandola a quella di Celestine Marié. Perdonatemi questa debolezza nostalgica.

Attraversai il corridoio e a destra avevo la grande sala che avevo visto dalla finestra, mentre a sinistra, in una piccola stanzetta, c’era il balcone e la signorina che mi aveva invitato a farmi avanti. Aveva i capello ramati, di lunghezza media, che le arrivavano a metà del collo, ed erano divisi in due fasce che ricadevano ai due lati della testa. Aveva occhi nerissimi, ed a rendere ancora più belle quelle iridi era una sorta di trucco che doveva aver fatto con dei tuorli di uova e del carbone. (Ricordo ancora quanto rigida era una volta la differenza fra il trucco delle ragazzacce e il docile e sottile trucco delle ragazze di buona famiglia). Mi salutò con un sorriso delicato, e subito dopo chiamò suo padre. Rivolse dunque la sua attenzione a me, e chinandosi lievemente verso la mia direzione, mi chiese:
“Signorino, cosa fate qui da solo? Avete fame? O volete solamente riposarvi?” Aveva delle mani sottili, per quanto i suo guanti provassero a renderle più grandi.  Fummo interrotti dall’arrivo di un signore sulla quarantina.  Aveva i capelli fulvi pure lui, ma a dispetto della figlia, il suo colore era molto più intenso, anche eccessivamente per l’età. 

Mi squadrò e quindi mi salutò. Aveva una voce che non riesco a descrivere se non come “affilata”. Notai anche che parlava molto velocemente, così che mi era difficile seguirne il filo del discorso. Appresi che era il signore Hendrik Bos, e che sua figlia Anne Hendrik, e che se volevo potevo consumare qualsiasi cosa che volessi, dietro il corretto pagamento, ovviamente. Notai che le sue basette fulve nascondevano alcune cicatrici, e mi chiesi se non si fosse ustionato accidentalmente. Dovetti però riprendere ad ascoltare il signore Hendrik, perché fu la volta di rispondere alle sue domande sul chi fossi e perché mi fossi recato lì, in quel villaggio dimenticato pure dai santi d’Inghilterra.

Risposi che ero alla ricerca di una signora, della mia balia, ed egli mi seppe indicare la via. Rimasi sorpreso a sentire che era la stessa indicatami dal tipo fosco e sospetto che mi aveva salutato quando ero seduto e meriggiavo. 

Dissi quindi che dovevo tassativamente recarmici, e così trovai la scusa per lasciare quel posto tanto fatato per vai della ragazza, quanto sgradevole a causa di quell’uomo che cercava di spillare soldi. 

Mi incamminai quando la campana del campanile rintoccò sette volte. Ero arrivato tre ore addietro. Il tempo era volato più velocemente di quanto si potesse pensare. Andai avanti per la strada per penso poco meno di un’ora, e alla fine trovai la piccola casetta, oramai adombrata dal sole che cominciava a scendere come un occhio benevolo, indorando ogni piccola parte della terra inglese. Mi chiesi se non ci fosse lì per condividere con me quel momento.
Confesso che stavo pensando alla bella figura di Anne, ma fui interrotto da un frusciare rapido vicino a me. A sinistra. 

Mi voltai, ma pur sforzandomi di vedere cosa ci fosse lì, non trovai alcunché di particolare. Mi fece involontariamente pensare alla sera prima, quando ero stato alla taverna, e in quel caso davvero desiderai di non essere mai partito da solo. Accelerai per l’ultimo tratto, e alla fine mi trovai sotto l’albero di cedro che stava dirimpetto a quella piccola casetta. Alla fine, bussai alla porta della casa. Mi aspettavano, in realtà, e ciò mi sorprese. Era strano, ma mi fece piacere, ed entrai.

“La ringrazio, signore.” Parlavo con il padre di Donna. La mia balia e sua madre erano ancora fuori, a portare gli auguri da Sir Jarkins. Mi disse che intanto potevo mangiare qualcosa, perché dovevo essere affatto, dopo tutto il viaggio, e mi offrì delle uova e del pane. Ebbi pure due biscotti e del vino. Consumai tutto, e poi dissi che avevo bisogno di dormire. Egli mi offrì un mucchio di paglia e piume, vicino tre o quattro, tutti stipati nell’angolo ovest della casa. Mi sdraiai e mi misi a dormire più comodamente che potessi. Un filo di corrente mi fece tremare tutto, ma poi persi coscienza.

Mi risvegliai qualche ora dopo, riposato ma anche con le ossa stanche e molto indebolito. La luna era fuori e sembrava salutarmi, come se mi fosse svegliato solo per vedere lei. Era luna piena, notai. Accanto al mio pagliericcio dormiva una signora anziana, i genitori di Donna, e un picciolo agnellino d’un bambino. Li guardai con curiosità, ma fui attirato da una voce, familiare.

“…Vieni qua!” disse Donna, da seduta.

Serie: Frammenti di nero


Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni