Viaggio: la locanda

Serie: Frammenti di nero


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: L'anonimo protagonista decise di mettersi in vaiggio verso il villaggio dove si era rifugiata la sua balia, Donna. Ambientato nel centro dell'Inghilterra dell'Ottocento

La mia stanza, per quanto piccola e ridotta di mobilio, manteneva un’aria di comodità, così che dopo essermi cambiato i vestiti, e chiusa la porta a chiave, mi stesi sul letto e aspettai che il sonno calasse su di me. E aspettai, come fanno i gatti negli stipiti delle porte; come gli usignoli sugli alberi di betulle, che cinguettano in attesa di una risposta che freme. Attesi a lungo, perché il vocio e le urla allegre dei signori seduti al piano di sopra mi impedivano di rilassarmi. L’allegria riesce a essere contagiosa, ma può anche generare sentimenti negativi; questo fu ciò che imparai in quell’occasione. E compresi che i miei sentimenti avrebbero avuto la meglio su di me molto facilmente, perché il mio desiderio in quei momenti era di scendere giù dalle scale e bruscamente chiedere silenzio. Avrei sbraitato, lo posso giurare, ma dovetti controllare quell’impulso, e per appagarlo cominciai a tirare pugni contro il duro muro che stava alla mia sinistra. Il freddo e bianco muro rispose ai miei colpi con una testarda resistenza, rendendo difficile proseguire a colpirlo a lungo senza fermarsi per riaversi dal dolore. Al quarto colpo di seguito, sentivo un pizzicare e un dolore diffuso lungo il metacarpo perché avevo sbattuto la mano chiusa a pungo con violenza, e tutta la forza la avevo impresa con quella parte che andava dal polso al mignolo piegato.  Eppure, per quanto ci fosse stato rumore al piano di sotto, ebbi come la sensazione di sentire un quinto colpo contro la parete. Spiegai quel suono come un semplice atto di protesta da parte del mio vicino di stanza, stanco del mio chiasso, specialmente perché il suono veniva amplificato dalla natura delle mura. Il mio vicino doveva aver sentito i miei pungi con più forza rispetto alle fameliche risate che venivano dabbasso. Dentro di me chiesi perdono al signore del rumore che avevo fatto. Mi chiesi anche quale fosse il motivo che impedisse alla taverniera di fermare tutto il baccano, ma scacciai quella domanda da me subito. Chiusi gli occhi, e poi non ricordo più nulla, non prima di poco prima che mi svegliai. 

Risalii le acque della mia fantasia onirica, e solo quando dovevo essere vicino a risvegliarmi, cominciai a prendere coscienza di ciò che stavo sognando, ma mentre mi incuriosivo sui segreti dell’arte notturna di Orfeo e Oniro, ecco che la mia anima veniva richiamata alla luce e al cielo chiaro. Mi svegliai tanto rapidamente che dimenticai tutto ciò che sognai nell’aprirsi delle palpebre. Uno sguardo al cielo terso che fluttuava fuori dalla finestra mi fece sorridere. 

Mi alzai e cominciai a risistemare le mie cose nella mia cesta, ed ecco che mi parve di sentire un bussare leggero alla mia porta. Mi girai e mi chiesi chi potesse essere. Sentii un delicato grattare contro la porta e nient’altro. Mi avvicinai alla porta e chiesi:
“Chi è?” ma non ricevetti alcuna risposta, e cosi pensai fosse stato qualcuno che per sbaglio aveva cercato di entrare in quella che pensava fosse la sua stanza. Tornai alle mie faccende, e rimisi nella mia cesta i miei vestiti, un paio di pence che avevo nella tasca, i miei guanti estivi e… e allora mi ritrovai fra le mani un piccolo pugnale. Lo guardai con interesse, ma pure con orrore. Infatti, non avevo alcuna memoria di essermi portato una cosa del genere con me, e vedere quella lama fra le mie mani mi fece tremare, e mi chiesi se qualcuno potesse esserselo dimenticato, se io sovrappensiero l’avessi preso da qualche parte. La risposta a tutte queste domande che mi facevo era negativa. Quell’arma, tra l’altro, non l’avevo vista mai dalla sera precedente, e non potevo non averla vista, perché l’avevo vista sopra un paio di cose che erano di mia proprietà. Mi assalì la paura che qualcuno fosse entrato in camera mia e…l’avesse dimenticato. Che avesse cercato qualcosa di valore, e che si fosse portato un’arma in caso che la sua vittima si fosse svegliata con il ladro a fianco? Avevo lasciato la mia sterlina sul tavolo, la sera prima, e fu la prima cosa che poi rimisi nella cesta. Non mi era stato rubato nulla. Decisi di controllare la porta, ma vidi che la chiave era nella toppa, e quando provai a girare la manopola la porta non ruotava sui cardini. Quel pugnale doveva essere mio, allora, per quanto sembrasse impossibile. Lo nascosi fra i vestiti, e diedi un’altra occhiata alla stanza, cercando di capire se ci fossero state altre entrate , magari nascoste.  Ero un bambino, però, e mi stancai rapidamente della ricerca infruttuosa, e la fame ebbe la meglio di me in breve tempo. Aprii la porta e scesi per le scale. Non c’era nessuno, giù, se non un paio di signori seduti a un tavolo. Conversavano di un telegrafo inventato da C. Wheatstone. Mentre pagavo alla taverniera l’altra metà del costo della stanza, sentivo che proseguivano con i loro discorsi di Lady Lovelace e di uno scandalo circa una sua relazione adultera. Il loro chiacchiericcio era alimentato dalle molte voci che circolava in Inghilterra della figlia del sesto barone Byron. Parlavano della prima macchina capace di risolvere semplici espressioni, così semplificando i calcoli ai matematici. All’età che avevo allora non potevo interessarmi molto di discorsi di quel genere, ma ricordo tutt’ora quel caso perché mi fece fantasticare a lungo durante il mio secondo viaggio verso il villaggio di Donna.

La magia del paesaggio, il dolce cullarmi della carrozza che sballottolava a causa dei sassi sulla strada sterrata, la sensazione piacevole che mi dava la vista delle piante rugiadose di mattina: tutto mi spinse ad addormentarmi.

Sognai prima di aver fra le mani la “macchina analitica” di Lady Lovelace, ma nella mia mente era più compatta, più piccola, e pensavo che si usassero delle vacche per azionarla. Sognai anche che la macchina permettesse di scrivere testi in inglese, in qualsiasi lingua esistesse. Nella mia mente riuscii anche a dare vita a una macchina che permettesse di prendere le uova, senza che ci fosse bisogno che qualcuno si scomodasse per quello. E appena mi misi a dar forma a quel macchinario domestico, mi svegliai a causa di uno scossone piuttosto brusco. Andai a sbattere con la testa contro la portiera, e rischiai di volar fuori dalla carozzetta, Per fortuna, qualcuno che passava di lì urlò abbastanza forte da allertare il cocchiere del pericolo in cui incorrevo. I cavalli furono richiamati alla quiete, e io mi ricomposi sul mio sedile. Tuttavia, il mio sognare a lungo mi aveva portato a perdere coscienza e concezione del tempo, così che mi ci volle qualche minuto per capire che eravamo arrivati a destinazione. Ad avvisarmi dell’arrivo fu il cocchiere, che pareva sorpreso che io stessi ancora aspettando. Infatti, seduto com’ero, e ancora sonnolento, sembravano assai poco incline a lasciare la vettura, per quanto scomodo fosse il legno dei sedili. Lasciai una mancia al cocchiere, per quanto non ne fosse stato degno, dato che aveva dei modi piuttosto bruschi, ed andai verso il centro del paese.

Non c’era quasi nessuno. Sembrava che le anime di quel luogo si fossero raccolte tutte da qualche altra parte, e che a testimoniare che fossero passate di rimanessero solo alcuni edifici. Il campanile era stato costruito accanto alla chiesa del luogo, una scelta piuttosto inconsueta e sicuramente rimproverabile secondo alcuni;  la casa dello speziale più grande della abitazione di un certo Sir Tainted (un nobile decaduto, da quanto appresi successivamente); la piazza che presentava alcune panchine tanto vecchie quanto la storia di Matilde di Normandia. E vidi una fontana che era stata costruita fedelmente al gusto romanico, nella sua variante inglese ovviamente ( o dovrei dire anglo sassone?  Penso che alcuni storici criticherebbero la mia imprecisione). 

Mi misi dunque a vagare per il villaggio, alla ricerca di una qualsiasi persona che potesse essermi d’aiuto, ma con il passare del tempo le mie speranze diventavano sempre più vane, così che dopo aver caracollato di su e di giù, a oriente e a occidente, decisi di sedermi e riavermi dalla stanchezza del viaggio. Fu allora che, nel meriggio delle tre di pomeriggio, in quella landa desolata come il deserto di Giudea, mi parve di vedere qualcuno avvicinarsi. Fu inizialmente una impressione, anche perché fu con la coda dell’occhio sinistro che mi parve di vedere un movimento incerto. Bastò una sola parola a risvegliarmi dal mio torpore pomeridiano. Era davvero un pomeriggio caldo, più di quanto un inglese possa immaginarsi, e sotto l’influsso di tale calore mi calò la palpebra. Ma, come stavo dicendo, fui svegliato da quella figura esile, vestita con un abito bruno e una camicia di lino, con le mani inguantate e un cappello calato sul viso. Mi salutò con un cenno, e si fece ancora più avanti. Ricambiai il saluto.

Serie: Frammenti di nero


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Molto bello e ispirato.
    Una storia originale e intrigante, che coinvolge dall’inizio alla fine.
    Mi è piaciuta anche l’attenzione che hai rivolto allo stile, adattandolo al periodo storico.
    Bravo.