Vibra
Questo caffè fa proprio schifo, sa di cartone bruciato. Dovremmo proprio protestare.
«Buongiorno Mark, perché quella faccia?», la voce di Julian dietro di me. Mi giro.
«Prova tu a bere questa roba, dopo lo faccio presente».
Sogghigna, alza le spalle e va verso lo spogliatoio. Butto il bicchiere nel bidone a fianco alla macchinetta. Più tardi magari faccio un salto da Starbucks.
Mi sposto nella sala comune, sul tavolo c’è il giornale. Bene, gli do un’occhiata. Mi siedo e sento una vibrazione contro la coscia. Alzo la testa. Ah già, il telefono. Devo abituarmi.
«Oggi caldo in ufficio. Condizionatori già spenti. Cinese stasera?».
Stanno arrivando gli altri, c’è tutta la squadra. Jane ha sempre caldo, del resto quest’estate sembra non finire mai.
«Sì, se torno presto. Spero giornata tranquilla. Bacio», digito con cautela per non premere tasti sbagliati.
Apro il giornale. Niente da fare. La sirena irrompe con violenza e mi fa sobbalzare. Julian mi guarda e scuote la testa. Mi alzo, il giornale rimane aperto sul tavolo.
«Andiamo, il mezzo è il sei. Ci vediamo giù, veloci», dico a tutti senza guardare nessuno in particolare. Prendo l’elmetto e inforco la scala a chiocciola che porta in garage.
***
«Dove?» chiede Julian facendo manovra per uscire dalla caserma. Sono seduto accanto a lui e cerco di decifrare le urla che escono dalla radio, mi stanno distruggendo i timpani.
«Aspetta, non si capisce niente», e dopo un attimo, «ecco, Manhattan».
«Manhattan, e che succede?»
Ancora urla e gracchiamenti. Ma perché questa gente non rispetta le procedure? Alzo gli occhi, poi li riabbasso subito e fisso la radio. Forse ho sentito male.
«Dicono un incidente aereo».
Julian gira un attimo la testa verso di me, le labbra piegate in un sorriso.
«A Manhattan? Mi sa che qualcuno ha fatto festa stamattina».
***
Gente che corre, anzi, scappa. La macchina della polizia ci apre la strada. Cosa sta succedendo? La radio è ammutolita, hanno messo silenzio radio. Hanno detto al World Trade Center, urgente. Jane. Guardo Julian, è concentrato, segue la polizia a una velocità assurda, speriamo che questo camion non si ribalti.
Il telefono di Jane squilla. Una, due, tre, dieci volte. Nessuna risposta.
«Che succede lì? Tutto bene», digito con fatica tra un sobbalzo e l’altro.
«Cazzo…»
Julian ha gli occhi sbarrati. Alzo anch’io lo sguardo. Non è possibile. Una delle due Torri che vediamo da lontano ha un pennacchio di fumo nero che esce dagli ultimi piani. Jane.
Finalmente vibra.
«Sono alla finestra. La Torre nord brucia. Un aereo ci è finito dentro. Vedo fiamme da qui».
Aereo? Ma cosa sta dicendo?
«Mark… guarda!»
La macchina della polizia si è fermata, stanno cercando di rimuovere qualcosa che ci sbarra la strada. Seguo lo sguardo di Julian.
È puntato sulle Torri, una brucia, la Nord ha detto Jane. Non la sua.
«Ma cos’è?». Non capisco quello che vedo. Un aereo, basso così non l’ho mai visto. Ma dove va? Lo stomaco mi si stringe, mi scappa da pisciare. Vola verso le Torri.
«Mark che succede, cos’è sta roba?» urla Julian.
L’aereo prende in pieno l’altra Torre, la Sud. Una fiammata silenziosa. Arancione e poi nera. Jane.
Sento Julian che grida, la polizia è ripartita.
«Vai cazzo, corri», gli urlo nelle orecchie.
***
Siamo fermi, le scale sono già tirate su. Il comandante è di fronte a me e non ci fa passare. Siamo tutti con il naso per aria. Le narici bruciano con quell’odore, gli occhi si riempiono di lacrime. Vibra.
«Fumo, non vedo niente. Tutti urlano. Mark, vieni».
«Arrivo. Non andare sulle scale».
Afferro il comandante sulla spalla, lo costringo a guardarmi.
«Ci faccia passare, dobbiamo farli uscire. Subito».
Prima che mi risponda un urlo fortissimo alle mie spalle mi blocca.
«Oddio… guardate».
La cima delle Torri è avvolta in un cappello di fumo nero, lungo le pareti bianche della Sud vedo muoversi dei puntini che vanno veloci verso il basso. Julian si inginocchia accanto a me e vomita sull’asfalto.
Vibra.
«Mark, ricordati che ti amo e ti amerò per sempre».
***
Sono ore che ormai camminiamo in questo casino. Mucchi di acciaio e cemento. Da sotto esce fumo, bisogna far venire le ruspe. Così non combiniamo niente. E poi scarpe, fogli, pezzi di stoffa. Pezzi di umanità. Non c’è più nulla.
Ogni tanto un trillo, sempre uguale ma qualche volta diverso. Arrivano dalle viscere di quella terra. Gente che chiama, da tutta la città, da tutta l’America, da tutto il mondo.
Ho il telefono in mano. Leggo per la centesima volta «Mark, ricordati che ti amo e ti amerò per sempre». Apro la rubrica e cerco il numero di Jane. Metto il dito sul tasto verde di Invio.
Cambio idea, metto il telefonino in tasca e vado a cercare Julian.
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Una giornata che resterà per sempre nella mia memoria. Grazie per averci fatto rivivere il dramma di chi lo ha vissuto in prima persona. Una bella lettura, toccante nella sua drammaticità, che ci ricorda quanto tutto può cambiare in un istante.
«Cambio idea, metto il telefonino in tasca e vado a cercare Julian.»
Fa troppo male quando chiami qualcuno che ami al telefono e temi o sai già che non risponderà. Come tutti, ricordo quel giorno: ero in cucina a prendere il caffè insieme a mia madre, la finestra era aperta e abbiamo sentito un gran fracasso. Erano gli elicotteri delle basi NATO che sorvolavano la città. Tutta Napoli era con il naso all’insù, ed è lì che siamo corse ad accendere la TV: sullo schermo, quelle torri che bruciavano.
Un bellissimo racconto, scritto molto bene, e un omaggio a tutti coloro che morirono nell’attentato delle Torri Gemelle.