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Serie: Filo rosso
- Episodio 1: Marco non sta bene
- Episodio 2: Il reparto
- Episodio 3: Inattesa
- Episodio 4: Visite
- Episodio 5: Aria
- Episodio 6: Poesia
- Episodio 7: Fuga
- Episodio 8: Lieto fine
STAGIONE 1
«Ciao mamma. Portami via, ti prego. Non voglio stare qua, ora sto bene. Mi dispiace per quello che ho fatto, scusa. Non lo faccio più», disse queste parole tutto d’un fiato non appena vide sua madre.
Sua madre sospirò. «Hai detto la stessa cosa un milione di volte. Hai resistito al massimo qualche giorno e poi hai fatto di peggio. Devi avere pazienza solo per due settimane», Antonella fece una breve pausa guardando negli occhi suo figlio. Le sembrava che stesse meglio. «Ti ho portato altra roba».
Marco si innervosì. Avrebbe voluto gridare contro sua madre, ma gli tornarono in mente le parole di Pino. Fece un respiro profondo e prese il borsone dalle mani di Antonella. Lei non voleva portarlo via, ma Marco pensò di scappare.
Mise a posto la sua roba mentre Antonella parlava con gli operatori. Le dissero che al momento non c’era ancora una diagnosi, dovevano osservarlo per un po’ e poi lo psichiatra avrebbe detto la sua anche in base a quello che aveva fatto prima di essere ricoverato.
L’effetto del THC era praticamente sparito quando Antonella uscì dalla stanza. Marco rinunciò a chiederle di portarlo via, aveva capito che lei non poteva fare molto. La salutò dandole un bacio sulla guancia, poi tornò nella stanza da pranzo dove c’era ancora Pino, Caterina e il ragazzo obeso che fumava piegato sul posacenere.
«L’altra ce la fumiamo dopo pranzo», disse Pino sussurrando. Marco fece segno di sì con la testa.
Per pranzo c’era della pastina in brodo. “Il classico cibo da ospedale”, pensò Marco mentre mangiava di malavoglia. Dopo pranzo quasi tutti andarono a riposare. Quando rimasero solo lui e Pino, Marco preparò anche l’altra canna, sempre mentre gli operatori si riunivano per il cambio turno.
Pensò a quanto fosse strano che avesse trovato della droga anche lì dentro. Sembrava destinato a quella vita. Dovunque andasse incontrava solo tossicodipendenti, alcolizzati e ora si erano aggiunti gli schizofrenici. Non c’era modo, per lui, di condurre una vita normale, magari lavorando e sposando una bella ragazza. La canna lo aiutò a distrarsi da questi pensieri.
Dopo la riunione del pomeriggio, mentre Marco era steso sul letto ad ascoltare la musica dal suo smartphone, un infermiere che disse di chiamarsi Rocco lo invitò a seguirlo.
“Ci siamo! Hanno scoperto tutto”, pensò Marco.
Si fermò sull’ingresso della stanza per i colloqui. C’era una scrivania al centro con uno schermo. La luce arrivava da una finestra a sinistra dove si scorgevano delle persone camminare per recarsi in ospedale. Marco si chiese a che piano si trovassero, visto che i passanti erano più in alto. Seduta alla scrivania c’era una signora di mezza età con i capelli tinti di rosso e un sorriso stampato in volto.
«Siediti, Marco» gli disse continuando a sorridere. «Io sono la dottoressa Marisa Dragone».
«Piacere di conoscerla» rispose semplicemente guardandola negli occhi, ma non si fidava di lei.
«Tua madre mi ha parlato di te, dice che sei un bravo ragazzo. Ora non voglio farti domande strane, penseresti che io sia una strizzacervelli» fece una breve pausa guardandolo, Marco stava pensando proprio quello. «Ma voglio proporti una cosa» gli fece vedere un’agenda. «Che ne dici di scrivere? Quello che vuoi, non ti do nessuna regola».
Marco guardò l’agenda, ci pensò qualche secondo. A scuola, i professori di italiano avevano sempre apprezzato i suoi temi. Decise di provarci. «Va bene», disse prendendo l’agenda e la penna.
«Poi, se vorrai, potrai farmi leggere qualcosa, quello che vuoi», la dottoressa lo salutò e Marco tornò nella sua stanza. Pensò che non ci fosse niente di male nella proposta della dottoressa e lui aveva un sacco di tempo libero. Si sedette al tavolo, aprì l’agenda e si chiese cosa potesse scrivere. Aveva tanti pensieri, ma non sapeva da dove cominciare. Mentre si spremeva le meningi, udì un urlo provenire fuori dal reparto. Si chiese cosa stesse succedendo. Sentì suonare il campanello e le urla aumentarono improvvisamente di volume.
Si affacciò per vedere chi fosse: era una ragazza più o meno della sua età, con capelli lunghi neri e il volto truccato. Urlava e si dimenava.
«AIUTO! NON VOGLIO STARE QUI! LASCIATEMI!», si era aggrappata alla porta aperta e non mollava la presa.
Sua madre cercava di tranquillizzarla. La ragazza lasciò la presa sulla porta, si girò e graffiò Rocco sulla mano. Aveva delle unghie lunghe e affilate.
«Calmati, Anna!», disse sua madre e le tirò un ceffone. Sembrò funzionare perché Anna smise di gridare e di dimenarsi, ma scoppiò a piangere.
«Perché, mamma?», singhiozzò un paio di volte. «Non lasciarmi di nuovo qui, ti prego».
Sua madre la accarezzò. «È solo per due settimane. Non ti abbandono, verrò a trovarti ogni giorno. È per il tuo bene», sembrava che anche sua madre stesse per mettersi a piangere. Si abbracciarono e Anna pianse come una bambina, lasciando una traccia di mascara sul vestito di sua madre.
Rocco fu costretto a disinfettare la ferita sulla sua mano e a fasciarla.
Quando la madre andò via, dopo aver parlato con gli operatori, Rocco avvicinò la ragazza.
«Ascoltami bene, Anna. Non è una minaccia, ma in casi come questo», e alzò la mano per farle vedere il danno, «siamo costretti a legare il paziente. Quindi, se non vuoi essere legata al letto, comportati bene. Per questa volta lascio passare, ma che non si ripeta più».
Marco ascoltò tutto dall’uscio della stanza da pranzo. Subito dopo, Anna nervosa entrò nella stanza e lo vide.
«Che cazzo guardi?», gli disse passandogli accanto. Si sedette vicino alla finestra e si accese una sigaretta.
Marco chiese una delle sue agli infermieri. Entrò di nuovo, ma si sedette lontano da Anna, senza guardarla nemmeno un attimo. Pensava, però, che fosse una bella ragazza e che non si meritava tutto questo.
Poco dopo, arrivò la cena. La signora del cibo suonò il campanello, spinse il carrello dentro e cominciò a mettere i contenitori di alluminio sul tavolo. Marco contò otto cene. C’erano quattro stanze nel reparto, quindi due per ogni stanza ora che era arrivata Anna. Uno era Pino, uno il ragazzo obeso di cui non sapeva nemmeno il nome, poi c’era Caterina, Anna e lui stesso. Non conosceva ancora le altre tre persone. Uno lo vide poco dopo. Era un signore con la barba lunga e calvo davanti, con i capelli lunghi che gli scendevano sul collo. Il suo aspetto era singolare. Venne a sapere che si chiamava Roberto, ma anche lui era piuttosto schivo e non parlò affatto con nessuno.
Dopo qualche minuto, mentre mangiavano, Rocco entrò nella stanza e prese un contenitore. Marco chiese a Pino dove lo portasse.
«Lo porta a Maria, che è legata».
«Perché?»
«Ha dato uno schiaffo a Gabriele».
Marco continuò a mangiare le sue patate.
«Non conosco l’ultimo», sapeva che era un uomo e che stava in stanza con Roberto, ma non l’aveva mai visto.
«Mariolino!», disse Pino. «Lo vedrai domani. È bipolare: un giorno dorme e un giorno è un po’ più attivo, ma mi raccomando: non lo contraddire mai».
Marco quasi si spaventò, anche se il nome che aveva non incuteva poi tanto timore.
Serie: Filo rosso
- Episodio 1: Marco non sta bene
- Episodio 2: Il reparto
- Episodio 3: Inattesa
- Episodio 4: Visite
- Episodio 5: Aria
- Episodio 6: Poesia
- Episodio 7: Fuga
- Episodio 8: Lieto fine
Un altro racconto interessante, che fila liscio, senza appesantire, nonostante il tema sia tutt’ altro che leggero. Impossibile non entrare in empatia con Marco e con gli altri ospiti della struttura. Ognuno di loro viene penalizzato per i suoi comportamenti lesivi di cui e` stato vittima, almeno in parte, per qualcosa che ha subito o per un’ eredita` genetica che ha contribuito a determinare la loro fragilita`.
Purtroppo, la contenzione è una pratica ancora diffusa nei reparti psichiatrici. Dovrebbe essere praticata solo in casi estremi, ma spesso se ne abusa.