
Yochanam contro Legione
Serie: Parole di Dio, voci di uomini
- Episodio 1: La vedova
- Episodio 2: Il pastorello scemo
- Episodio 3: Yochanam contro Legione
- Episodio 4: Tana per Zaccheo
- Episodio 5: Giovane leone
STAGIONE 1
Le voci cominciarono a dodici anni. Iniziarono di notte, svegliandomi in preda al terrore, bloccandomi il respiro e costringendomi a correre fuori, all’aperto, per cercare disperatamente di trangugiare aria nel petto.
Ricordo lo spavento dei miei genitori. La mia imma che mi sedeva accanto accarezzandomi la schiena per calmarmi, mentre io ansimavo, e abba in piedi davanti a noi con gli occhi terrorizzati, alto e tremante nella notte, al lume di stelle.
Non mi resi subito conto della presenza di quelle voci, perché si insinuarono in me gradualmente, una alla volta. All’inizio erano flebili, con rari sussulti improvvisi. Mi bastava uscire, prendere aria e osservare in silenzio il mare di Galilea in lontananza per ritornare in me. Guardare a ovest verso quelle acque, sempre mi dava pace.
Ma quelle voci attendevano latenti, e quando tornavano a parlare lo facevano ogni volta con maggiore forza. Per dodici anni crebbero insistenti e violente, radunandosi come un cerchio di folla attorno a me, nella mia mente.
Paura fu la prima ad arrivare, seguita immediatamente dalle sorelle Terrore e Panico. Parlavano sempre in modo improvviso e senza una vera ragione. Paura alzava la mano, Terrore scattava in piedi e Panico iniziava ad urlare. Sempre in quest’ordine, come ondate di un’alluvione.
Poi presero parola Rimpianto, Tristezza e Disperazione. Giunsero in silenzio e lentamente, sedettero nel cerchio senza farsi notare, come un banco di nebbia che si addensa oscurando la luce del giorno.
Vennero allora Insofferenza, Rabbia e Risentimento, con Brama, loro madre, e nel cerchio ci fu rumore. Quando Disperazione e Paura prosciugavano ogni mia forza, Brama e i suoi figli riportavano turbolenza, caricandomi di un’energia scarlatta che mi impediva di morire, sì, ma non mi consentiva riposo, soffocando perfino il ricordo della pace.
Poi nel cerchio giunsero i Bianchi Signori. Pacati, cortesi. Si disposero in piedi tutt’attorno, alti e imponenti. Erano senza nomi. Li riconoscevo dalle loro voci ferme, martellanti e inesorabili. Ognuno di loro aveva in bocca la propria sentenza, che ripeteva costantemente come una goccia che erode la roccia:
«Sei solo.»
«Sei unico.»
«Non sei abbastanza.»
«Sei il migliore.»
«È colpa tua.»
«Sei tutto.»
«Non sei niente.»
«Ti hanno dimenticato.»
«Tutti ti vogliono.»
«Sei condannato.»
«Abbandonato.»
«Dimenticato.»
«Prendi!»
«Lascia!»
«Basta!»
«Ancora!»
Queste voci erano attorno a me come una folla urlante pronta a lapidarmi. Mi fissavano con sarcastica sfida, alzavano la mano insistendo per parlare, pretendendo io fossi il giudice che concedesse a ciascuno uno spazio per emergere. Ero io che avevo il comando, dicevano sogghignando. Spettava a me portare ordine, dando a tutti un posto. Ma ciascuno di loro voleva essere tutto. Si beffavano di me quando tentavo di prendere il controllo. Alzavano le mani, parlavano, gridavano, litigavano. Mi sovrastavano con la loro presenza.
In quel cerchio che mi si stringeva attorno era soltanto disordine, contesa e frastuono. Dalla mia mente scendeva fino alle viscere e da lì ai muscoli e si impossessava dei miei piedi, delle mie braccia, della mia voce, mentre io precipitavo giù del tutto impotente.
Cominciai a distruggere oggetti e graffiare muri, poi iniziai a fare male alle persone e a me stesso. Provarono a legarmi con catene, ma il frastuono che emergeva da quel cerchio poteva distruggere il ferro e perfino la carne. Esso mi trascinò lontano dai miei cari, dalla mia gente.
Nemmeno il mare di Galilea riusciva più a darmi pace. Provavo ad avvicinarmi ad esso con un desiderio che era quasi una preghiera posata sulle labbra.
«Misericordia, Dio, per la mia povera vita. Misericordia.»
Ma quelle parole in me non trovavano alcuna voce per essere pronunciate, immediatamente soffocate da tutte le altre voci.
Volgermi a ovest, verso quelle acque mi era ormai insopportabile: scatenava nel cerchio una violenta ira, una repellenza e una paura che mi spingeva, impotente, a scappare lontano, in cerca di sollievo.
Presi a vivere in alto, lontano dalla riva, tra le tombe e i sepolcri scavati nelle caverne, e iniziai a desiderare la morte. L’attendevo come un’amica lontana, confondendola con la pace, e i Bianchi Signori sorridevano compiaciuti, sicuri che il frastuono del cerchio, infine, era la sola voce rimasta.
Poi arrivò la Sua voce.
Venne da ovest, dal mare, pronunciando una sola parola che io neanche udii, sommerso dall’ombra del cerchio. Lui era di Nazaret e giungeva da Cafarnao, da ovest, con altri uomini che lo seguivano.
Paura ne fiutò la presenza per prima non appena egli mise piede sulla riva, e contagiò tutto il cerchio di un’angoscia febbrile. Cominciarono ad agitarsi come mai era avvenuto in passato, generando un frastuono di voci assordanti. In tutto quel rumore però si udiva sempre la Sua voce con quell’unica parola ripetuta costantemente, come un lieve suono lontano, quasi un sussurro che non cessava e non poteva essere sovrastato.
Quella parola fu per il cerchio come un amo da cui era impossibile sottrarsi, come la luce del fuoco per le falene che ne attira inesorabilmente i corpi per estinguerli nelle fiamme.
Mi ritrovai così sulla riva del lago ai Suoi piedi, trascinato dal cerchio. Urlavano con la mia voce implorando l’uomo di Nazaret di non tormentarli.
«Qual è il tuo nome?» lui chiese.
«Legione» risposi. «Siamo in molti.»
Poi la sua voce chiamò: «Yochanam.»
E io riemersi.
Ero a terra sulla riva, e difronte a me l’acqua ribolliva come se un’intera mandria di animali vi fosse precipitata.
Le voci del cerchio erano infine cessate. Inghiottite dal mare.
Legione se ne era andato.
Ora c’ero solo io e, difronte a me, l’uomo di Nazaret.
«Bentornato, Yochanam» disse.
Udii pronunciare il mio nome come quando si ricorda qualcosa che si era perduto, e dopo dodici anni, mi sentii uno, unificato, finalmente io.
Compresi allora quale era stata la parola che Lui aveva ripetuto da quando era giunto sulla riva.
Per tutto il tempo aveva chiamato il mio nome:
Yochanam, “Dio è misericordioso”.
Serie: Parole di Dio, voci di uomini
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- Episodio 2: Il pastorello scemo
- Episodio 3: Yochanam contro Legione
- Episodio 4: Tana per Zaccheo
- Episodio 5: Giovane leone
Ciao Guglielmo. Coplimenti. Questo tuo modo di dare contemporaneità a storie antiche mi piace moltissimo. Mai scontato nel riprendere una storia già scritta a cui riesci però a ridare una vita completamente diversa senza però stravolgerne l’essenza. Veramente bravo!
Caro Piergiorgio, grazie. Davvero.
Il tuo modo di ripensare e riscrivere queste storie, traendone qualcosa di originale, è incredibile.
Piaciuto molto!
Caro Giuseppe, grazie per questo commento. Questo racconto è stato un tantino difficile da buttare giù. Le tue parole dunque hanno ancora più significato. Grazie.
Mi piace come sottolinei l’importanza del Nome che ritroviamo specialmente nelle religioni monoteiste. Il Nome chiamato, invocato, benedetto e maledetto. Il Nome che ci identifica e ci lega alla nostra stirpe, alla nostra gente e poi alla famiglia. Hai scelto una parabola che diventa trasposizione di un moderno disagio. Ciascun uomo dovrebbe provare a ritrovarsi, a ritrovare il proprio Nome. Un ottimo lavoro, il tuo.
Ti ringrazio Cristiana per il commento. Da quel che ho colto nel brano, conoscere il nome è possedere la persona. Infatti in quella cultura il nome di Dio è impronunciabile, chi può mai pensare di possedere Dio? Yochanam che ritrova il suo nome vuol dire che riprende il controllo di sé. Può farlo però perché qualcuno glielo ha restituito, chiamandolo. Umanamente è bello quando si sente una voce amica che ci chiama: nel mezzo della folla ci strappa via dall’anonimato e torniamo ad essere qualcuno.
Ciao Guglielmo, mi è piaciuto molto lo sguardo con cui hai raccontato questa storia. Con questa serie dai un sapore nuovo a storie e personaggi antichi e permetti a chi ti legge di entrarci dentro. Molto bravo!
Grazie per l’incoraggiamento Melania. Proseguo fiducioso.
Mi è piaciuto tantissimo come hai descritto l’insorgere della “malattia”. Hai chiamato le emozioni con il loro nome, in un modo a noi familiare, ma che duemila anni fa sarebbe stato improponibile. questo tocco contemporaneo, mescolato al tema religioso, in una parabola dal sapore antico mi è molto piaciuto. Mi è piacito molto anche l’effetto visivo di questo racconto. Non soltanto l’ho letto, l’ho proprio visto. Ho visto le figure, il cerchio, il mare che chiama. Si presterebbe benissimo a diventare un pezzo teatrale. Davvero bravo.
Ps. Ti faccio i miei complimenti anche per le immagini di copertina che stai usando. Sono dipinti meravigliosi.
Grazie Dea. Ci tengo a dirti che le immagini sono realizzate con l’intelligenza artificiale. Mi ci vuole molto tempo per generare quelle giuste e modificarle, ma sono contento di farlo perché le ritengo importanti tanto quanto le parole.
Faccio miei i commenti degli amici e te li ribadisco. Riesci a proporci “parabole” in maniera garbata e geniale e mi è facile leggerle e accettarle. Credo ti guidi una grande visione e sai esprimerla e condividerla con un’ottima esposizione. Bravo!
Grazie Giuseppe. Ammetto che questo racconto è stato difficile da scrivere e forse non è venuto esattamente come speravo. Non il finale almeno. Nei due precedenti forse è più facile immedesimarsi con i personaggi scelti. Con loro si entra in empatia con più facilità. L’episodio dell’indemoniato invece mi sembra più ostico, più distante ed estremo. Di conseguenza anche la sua guarigione per me è stata più difficile da comprendere e di conseguenza da rendere nel racconto.
Quello che citi nel tuo racconto è l’episodio dell’indemoniato di Gerasa, ma la possessione e l’esorcismo appaiono solo all’ultimo ed è questa la cosa più interessante. Si vedono infatti nascere e crescere i disturbi psicotici del protagonista, che però hanno i nomi dei peggiori sentimenti della natura umana: È il lato oscuro della nostra natura la “Legione” che porta la fragile mente del ragazzo alla schizofrenia.
Molto bello anche come chiudi il cerchio: a metà racconto il ragazzo chiede a Dio misericordia per la sua vita e alla fine la frase “Yochanam, ‘Dio è misericordioso’ “.
Molto ben fatto, complimenti.
Grazie del tuo commento, Francesco. Volevo far passare l’idea di una folla di voci che a parole si sottomettono al protagonista, ma in realtà ne occupano l’animo e la mente, quasi volessero convincerlo che lui stesso è il responsabile della sua condizione. Niente di più subdolo.
Quelle voci che lo assillano sono una parte di lui? Si sono insinuate dall’esterno? un pò tutte e due?
Chissà…
Trovi delle immagini bellissime per costruire le tue similitudini, non sono mai banali né scontate, hai una grande capacità di controllo.
Apprezzo sempre i tuoi commenti Roberto, davvero. Grazie