Zio Ergo

Serie: Raccolta di Voci e Volti


Per rendere le persone normali un poco più speciali, per tentare di rallentare la loro caduta sul fondo della memoria, nell'oblio. [Le persone raccontate sono reali e non frutto della mia immaginazione]

Per tutti era sempre stato lo Zio Ergo, ma da piccolina non capivo mai perché l’intero villaggio lo chiamasse così, nonostante fosse solamente il mio di zio.

Quelli del mio paesello non lo chiedevano mai il mio di nome, o quello di mio fratello, ma semplicemente di chi fossi figlia.

“Sono la figlia della Elena” ero solita rispondere, e li vedevo che socchiudevano gli occhi, tentando di mettere insieme volti e nomi, mogli di contadini che conoscevano.

Ma mia madre era venuta dalla città solamente per stare vicino all’amore ed al lavoro di mio padre, e qui ancora non la conosceva nessuno se non come “la donna di”.

Ed allora, dopo il loro scuotere il capo, aggiungevo: “Sono la nipote dell’Ergo”.

Vedevo sorrisi aprirsi e denti splendere sotto il sole del pomeriggio; mani che battevano insieme allegramente, la pelle dura e segnata dalle rughe che si tirava, i segni lasciati dalle gocce di sudore sulla polvere depositatasi sulla pelle che scomparivano.

Tutti lo conoscevano, lo Zio Ergo; solo io non ne avevo mai visto il volto, eppure potevo quasi convincermi del contrario, tante erano state le volte che me ne avevano raccontato la storia.

Quando andavo a prendere il latte al negozietto, o la panna direttamente in fattoria, se ne parlava. Il suo nome pareva sempre essere nell’aria, nei pensieri di tutti, ed un qualche momento della giornata aveva bisogno d’essere pronunciato.

Mi facevano sedere su una seggiola di vimini e paglia, dalle gambe corte e storte fatte da un vecchio ceppo di legno. Mi ci appollaiavo sopra, i piedi appoggiati sulla seduta quadrata ed il sedere sullo schienale, attenta a non perdere l’equilibrio. Ma mi piaceva sedermi così, mi faceva sentire più matura ed adulta, all’altezza di poter rispettare e parlare con i vecchi.

Loro si appoggiavano stancamente al bancone, o si sedevano sulle panchine che mettevamo solitamente contro i muri delle case, soste predilette dai turisti e dalle membra stanche dei lavoratori che tornavano dai cantieri la sera. Si toglievano gli stivali di plastica verde, sporchi di terra o di letame, lasciando le calzette di lana prendere aria, la pelle callosa che si rinfrescava contro la pietra della strada.

“Tu non l’hai mai conosciuto” iniziavano sempre con il chiedermi.

Io sospiravo, scuotendo la testa. “Ho solo sette anni” dicevo come per chiedere scusa della mia ignoranza, della mia assenza terrena nella vita di un uomo che sembrava conoscere la fama di un dio.

Loro annuivano sorridendo, aggiungendo che non era mica colpa mia, ma che allora era ancora più importante per me di sapere, ascoltare.

Ed io ascoltavo, sempre, tutto quello che usciva loro di bocca, ed osservavo alcuni di quegli occhi farsi lucidi.

“Era l’uomo più forte che ho mai conosciuto” iniziavano con il dire. “Come un mulo: gli mettevi qualcosa in spalla e lui non si lamentava, camminava in silenzio, con la sigaretta in bocca, e non si fermava fino a quando il sentiero non finiva”.

“E ne fumava di sigarette”, continuavano ridendo forte. “Una dopo l’altra, non penso di averlo mai visto senza del fumo uscirgli dalla bocca o un bastoncino tra le dita”.

Guardavo le loro mani, ed immaginavo le sue. Dita rese gonfie dall’artrosi, qualche volta con una o due falangi in meno per colpa di un’accetta andata a finire troppo di lato o perché chiuse dentro ai pesanti pianali dei trattori, nelle catene dei motori. Le unghie corte, la fede spesso troppo piccola attorno all’anulare, unico gioiello ad adornare quelle mani così semplicemente e grottescamente terrene, umane.

Alle volte un piccolo orologio dal cinturino di vecchia pelle si vedeva al polso, sotto la camicia a righe di spesso cotone che ci faceva riconoscere, dagli altri luoghi del mondo abitato.

Guardavo le loro mani, e ci vedevo la sigaretta del quale tutti mi parlavano, anche senza conoscerne ancora l’odore che lascia sulla pelle od il gusto in bocca.

Mi avevano raccontato che viveva da solo, in una cascina appena sotto l’alpe estiva, lontano dal villaggio. I muri di pietra non erano isolati, ed allora durante l’inverno dormiva e mangiava attorno al focolare aperto, in un angolo, il fumo che usciva da una finestrella senza vetro. Metteva delle lamiere contro i muri e viveva in un’unica grande stanza, dal pavimento di legno ed il soffitto reso nero dalla fuliggine.

“Quando stavamo ricostruendo l’alpe, non c’erano ancora gli elicotteri e dovevamo portarli a piedi i sacchi di cemento” mi raccontavano sempre. “La maggior parte usava mucche o muli, ma lo Zio Ergo ne metteva uno per spalla e li trasportava su, fino in cima”. La voce era solita incrinarsi dall’emozione: “Due sacchi di cemento! Era fuori di testa quello, matto come un cavallo davvero! Doveva essere almeno un quintale! E poi c’era Lucky che non lo abbandonava mai.”

Il cane fedele. Non sapevo di una moglie, di figli, di nessuno che fosse veramente imparentato con lo Zio Ergo. Avevo il suo sangue perché mio nonno era suo primo nipote, e così via di seguito tutti quelli della famiglia da parte di mio padre, e per quello mi sentivo una perla rara nel poter dire che era veramente mio zio.

Nessun mi aveva mai parlato di donne; tutti mi avevano sempre detto di Lucky.

Un bastardino, simile ad un setter, dal pelo medio e le macchie scure, il muso aguzzo e le gambe veloci.

“Si assomigliavano i due. Testardi, solitari, silenziosi, due anime che cercavano la compagnia degli altri ma senza volerlo chiedere mai. Girovaghi senza meta, sapevano sempre ritrovare la via di casa, la notte. Se il posto dove stavano non gli piaceva, prendevano e se ne andavano, senza baci od addii.”

Il sole era già andato a nascondersi dietro le cime delle montagne quando arrivavano alla fine della storia. Sapevo come era morto, ma ogni volta mi pareva di sentirne il dolore, vedendolo passare negli occhi dei vecchi che mi stavano davanti.

“Alla fine sono state quelle sue sigarette ad ammazzarlo, sacro Ergo”. Si era addormentato sul divano senza averne spenta del tutto una, gli era scivolata tra i cuscini. Si era messa a fare fumo, bruciando il tessuto senza creare fiamme.

Lo Zio Ergo da quel divano non si era mosso più, Lucky sdraiato sul pavimento ai suoi piedi gli era rimasto fedele.

Serie: Raccolta di Voci e Volti


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. È molto bella l’atmosfera agreste e la minuzia artigianale che sei riuscito a ottenere attraverso questo sguardo interno e ispirato, scoprendone luci, feritoie, sofferenze, meraviglie sopite. Il tutto in un tempo pastorale, assonnato, che concede alle immagini la loro giusta luce di iniziazione e di espansione, con la stessa pazienza degli anziani, degli insetti e delle leggende.

  2. Ciao Fanni, mi piace l’ atmosfera che si respira in questo racconto, che sa di terra, di campagna e di vita semplice. La mia massima aspirazione, anche se… lo so dal periodo della mia infanzia: non e` sempre profumo di rose e prati in fiore. La vita e` dura, a volte, in ogni luogo. Almeno li` lo zio Ergo si e` potuto tenere il cane, che gli e` rimasto accanto, fedele, fin dopo la morte. Il mio cane, dal condominio, l’ ho dovuto allontanare dopo pochi mesi, in seguito alle minacce subite. Nei grossi centri urbani asfaltato, cemento e troppi cuori di pietra.

    1. Grazie Luisa,
      hai ragione, la montagna ha sempre qualcosa di speciale, ma come hai detto anche bene: non è troppo da idealizzare.
      Sono contenta che almeno questo racconto ti abbia ridato un po’ di respiro, tra il cemento e le automobili, ed il ricordo del tuo cagnolino.

  3. Ciao Fanni, ho letto finalmente il tuo racconto e ne sono rimasta particolarmente colpita. Il tema che farà da filo conduttore alla serie mi sembra veramente valido e coinvolgente. Il primo capitolo è assolutamente convincente. Si sente che sei tu, che c’è veramente l’autrice dietro alle parole. La storia vissuta. Mi sono sentita catapultata quasi fisicamente nel paese e fra la gente, ho visto quei volti. Hai descritto così bene la figura dello zio da renderla reale anche solo attraverso la narrazione delle sue “gesta”. Veramente brava, Fanni. Aspetto volentieri di leggere di altre persone conosciute che ci vorrai rivelare. Buona scrittura.

  4. Ciao Fanni, davvero bello, e mi piace molto l’idea di questa serie. In questo racconto sento tanto affetto per lo zio Ergo mai conosciuto, e poi dolcezza verso le persone che ti parlavano di lui, le montagne, i posti. Brava, e grazie per aver condiviso questo ricordo.