1 Aprile 1923
Erano da poco passate le sei quando mi svegliai e, dopo una toeletta veloce ma accurata, gustai una colazione continentale.
Mi vestii per uscire, indossando il mio cappotto di astrakan e un fedora appena spazzolato. Prima, però, infilai i guanti di struzzo, poiché l’aria era ancora fresca.
Così bardato, scesi le scale e m’incamminai lungo il corso per una passeggiata. Mentre ammiravo le vetrine, scorsi una figura seduta per terra, al margine del marciapiede, con la schiena appoggiata al palazzo delle poste e un braccio teso a chiedere l’elemosina.
Ne notai gli abiti, ma fu soltanto quando ne riconobbi i lineamenti che sobbalzai. D’istinto, sollevai il bavero del cappotto per nascondere il volto e abbassai gli occhi. Quasi contemporaneamente, accelerai il passo. Quando fui abbastanza vicino da non poter più evitare di incrociarlo, trattenni il respiro fino a farmi diventare le gote violacee, e continuai così finché non fui certo di essermi lasciato quell’uomo alle spalle.
Avevo incontrato il me stesso di un anno prima.
Sapevo che sarebbe potuto succedere: il professore mi aveva avvertito. La spirale degli eventi che ci aveva condotti a incontrarci di nuovo era qualcosa che avevamo messo in conto, ma non immaginai che sarebbe accaduto così presto.
Non appena ne ebbi l’opportunità, provai a chiamare il laboratorio al numero che mi aveva lasciato il mio caro amico, ma non ottenni risposta. Decisi allora di recarmi direttamente da lui.
Scelsi di non fare ritorno a casa, ma di prendere il primo treno disponibile e viaggiare, anche per tutta la notte, pur di allontanarmi il più possibile da me stesso.
A causa dei tumulti di quella mattina, crollai in un sonno senza sogni. Mi svegliai soltanto quando il controllore mi avvisò dell’arrivo in stazione. Mi ricomposi e mi portai in prossimità della porta d’uscita.
Rimasi gelato quando riconobbi, nel riflesso dello specchio della carrozza, il me stesso di un anno prima, in piedi, pronto a scendere dal treno, con ancora indosso la divisa grigioverde.
Pensai a uno scherzo della mente, a un incubo annidato nel sogno. Ma non era nulla di tutto ciò: era la verità, la più nuda e cruda.
L’onda spazio-temporale che aveva generato la mia doppia vita portava con sé conseguenze, anomalie capaci di sconvolgere ogni certezza.
Nel giro di una sola notte, mi aveva catapultato indietro di un anno, proprio verso l’ambulatorio del professore: lo stesso che, di lì a poco, avrebbe pronunciato la mia sentenza.
Era un loop temporale che si ripeteva ormai da almeno cinque anni e del quale io rivivevo gli effetti ogni primo aprile, da almeno quattro anni.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Sci-Fi
Una specie di “giorno della marmotta”: abbastanza innocuo, tutto sommato.
Certo, se nel giro di pochi anni il protagonista era passato dal mendicare all’uscire rivestito di tutto punto, un bel miglioramento di vita c’era stato…
hahaahah
credi di essere uscito da un incubo ed invece ti riportano al punto di inizio ….
amara è la vita