2

Serie: Area Cani


    STAGIONE 1

  • Episodio 1: 1
  • Episodio 2: 2
  • Episodio 3: Intro

NELLA PUNTATA PRECEDENTE: siamo sempre nell'area cani ma tra poco ce ne andiamo...

«Signora… le conviene fermarlo o torna indietro nel tempo, il topo. Posso abbatterlo?» E così dicendo, mi sfilo e gli tiro prima una scarpa, poi l’altra, poi inizio a raccogliere roba da terra ma è talmente veloce che non riesco a colpirlo, pare un gioco delle giostre, metto l’ultimo gettone che ho ed afferro la gallinaccia per un braccio, per scaraventargliela contro ma lei pacatamente mi frena:

«Non si preoccupi» mi rassicura «quando si stanca, poi si ferma.» Ed inizia a chiamarlo con un tono neutro, vuoto, afono, lo stesso tono con cui si potrebbe convincere un cantonale del salotto a scendere da solo in cantina e coprirsi con i giornali, la cosa ancora più inquietante è che non lo chiama per nome ma “amore”.

«Amooore!» sibila la decrepita ed il cane sfreccia imperterrito in cerchio come Schumacher a Monza: vuuum, vuuum, vuuum, un passaggio, due passaggi, tre passaggi.

«Lo avveleniamo?» Chiedo.

Nel frattempo Alfred, che è il degno cane di mio padre, per cui cerca di farsi tutte le cagnette del parchetto, sta appunto flirtando con una, la cosa però a iniziato ha diventare petting (farlo castrare al risparmio dai cinesi che fanno l’orlo ai pantaloni, non è stata una grande idea) e quindi decido di intervenire.

Con tono deciso, secco, risoluto, lo chiamo. Per chi come me ha vissuto gli anni ’90, lo chiamo con quel tono cupo con cui i punkabbestia chiamavano i loro cani sotto cassa durante i rave, con la sola differenza che i cani dei punkabbestia avevano nomi come Odio, Ganja, Riot.

Chiamo Alfred una sola volta, pronuncio il suo nome e lui si blocca, si gira verso di me, abbassa la testa ma mantiene il contatto visivo, come in un inchino giapponese, la coda scende e lui flette un po’ sulle zampe posteriori: tutta la sua attenzione ora è rivolta a me ed a me soltanto, lascio passare qualche secondo di silenzio, sempre fissandolo, per far sì che la tensione nervosa monti, poi lo chiamo una seconda volta con lo stesso tono perentorio, «Alfred! Vieni qua!» Gli intimo, a quel punto lui ubbidisce ed inizia ad avvicinarsi con ineluttabile lentezza, come Sean Penn che percorre il miglio verde verso l’iniezione letale. Quando mi arriva davanti, si siede e mi guarda, cerca la grazia ma io ho visto tutta la serie Gomorra e so cosa devo fare, lo fisso qualche istante, l’eccitazione è ora all’apice, meglio la punizione che l’attesa della Cassazione con i tempi della giustizia italiana, pensa lui ed è in quel momento che distolgo lo sguardo e lo lascio lì, come se nemmeno esistesse, lo scarico nell’incertezza più assoluta e così facendo l’ho ipnotizzato, si risveglierà solo “quaaando lo dico io!” come una gallina di Giucas Casella.

Mi volto per riprendere la piacevolissima conversazione (ve l’ho detto che comunque ci tengo alle regole sociali) ma adesso la bisnonna di Matusalemme è trasfigurata e mi guarda come si guarda all’ultimo maschio della propria specie. Io ho fatto ginecologia soltanto a livello amatoriale ma da quanto posso diagnosticare così su due piedi, l’azienda della salma dovrebbe essere chiusa da un pezzo, eppure colgo segnali inequivocabili: un lieve rossore è apparso sulle gote raggrinzite, le labbra sono semi aperte, umide e soprattutto tenta di spingere verso di me quella specie di petto di pollo che ha.

«Ma come ha fatto?» Mi sussurra languida.

«A fare cosa?» Le domando,

«A richiamarlo così.» È perduta, biascica, sta chiaramente vivendo un transfert.

«Ho usato la voce, si chiama fonetica, dal greco phoné, suono.» Argomento, cercando di mantenere un tono distaccato da vero professionista.

«Sì… ma lo ha fatto addestrare?» Balbetta con la bava che le cola dall’angolo della bocca, ormai in preda ad un fremito inarrestabile.

«Addestrare?» ripeto stupefatto, «Mica è un delfino! Non devo insegnargli a portare le bombe sotto le navi inglesi come nella seconda guerra mondiale; lei vive di ricordi, dovrebbe valutare di seppellirsi viva come i fachiri. Abbiamo un rapporto e questa è la conseguenza, comunichiamo, punto.» Cerco di spiegarle attonito.

Ed è qui che la granny, ancora scossa dalle palpitazioni, mi rivela qualcosa di semplicemente sconvolgente, qualcosa che ancora oggi non ho pienamente realizzato. Mia madre mi ha sempre detto che avrei dovuto studiare e non posso darle torto, santa donna ma sappiamo tutti che il vero successo economico e sociale in Italia, si ottiene per davvero solo con la truffa (siamo il popolo che ha coniato il termine “furbetti” per assenteisti, evasori, intrallazzatori di qualunque risma, non “delinquenti” ma “furbetti”, non è un caso). Insomma, la stagionata mi rivela come, per “addestrare” il cane a stare al guinzaglio, ogni venerdì si rechi al parco, dove lei ed altre depensanti come lei, si ritrovano con le loro bestiole, inutile dirlo, tutti pezzi unici di marca e alla moda (notate per la strada come i cani siano ormai in leasing e si cambino ogni tre anni, secondo la tendenza) e, guidate da questo pseudo addestratore, degno erede della dinastia Marchi, imparino a tenere i loro costosi amici quadrupedi ad un guinzaglio sempre più corto di settimana in settimana, per l’amichevole cifra di qualche cinquanta euro a seduta. Lo pseudo addestratore prima della pensione sarà certamente eletto Senatore a vita per altissimi meriti in campo sociale.

«Lei mi sta dicendo che, al posto di dare un po’ di soldi ai bambini handicappati, una volta a settimana va al parco con il topo, si mette in un prato con altre dieci rimbambite come lei e fate giocare i ratti che avete comprato, tenendoli ad un guinzaglio di 10 metri, che ogni settimana si accorcia di un metro? Ho capito bene?»,

«Sì», mi ha risposto “sì”.

«Quindi dopo 9 settimane, avrete dato al tizio abbastanza soldi da trasferirsi a Lugano ed i vostri cani non avranno imparato una mazza di niente, perché per 2 mesi hanno scorrazzato come hanno voluto, fregandosene del guinzaglio perché era lungo e delle regole perché non c’erano e pretendereste che, così facendo, fossero addestrati?»

«Sì», mi risponde “sì”…

«Beh ma allora, cara la mia fattucchiera, siete veramente da compatire…» e chiudo la conversazione.

Abbasso lo sguardo ed ai miei piedi rivedo Alfred, ancora lì, in ipnosi da prima, in attesa di un mio comando: me l’ero scordato, povera bestia, «Dai, andiamo» gli dico, «qui sono tutti da buttare. La saluto signora»,

«Aspetti!» mi dice dall’oltretomba, afferrandomi il braccio con le dita rugose e gelide, «Non vada via così.» Ed incomincia a sbottonarsi la camicetta,

«Ehi, bionda gallinella d’acqua» l’ammansisco con voce calda  «non qui, sentiamoci dopo, lontano da occhi indiscreti.» Le lascio il numero di un mio collega che mi sta particolarmente sui coglioni.

Faccio un cenno ad Alfred, usciamo e ci allontaniamo, lasciando ovviamente il cancelletto aperto: free Tibet!

«La società è una gran cosa ma la gente, presa singolarmente, è proprio tutta da buttare» confido ad Alfred che mi cammina a fianco, lui alza la testa, ha la bocca aperta, la lingua fuori, le labbra penzolano all’indietro, mostrando i denti, pare che sorrida, «Beato te, pirlone» lo canzono, «che sei un cane. Ti voglio bene» e gli faccio una carezza.

Voltato l’angolo, scorgo un altro giardinetto, il risultato di una casa abbattuta per far posto ad una più nuova che tarda ad arrivare, non c’è nessuno, attraversiamo per tagliare verso casa. Mi fermo e faccio pipì contro un albero, Alfred si abbevera ad una pozzanghera, poi tira su il muso tutto sporco di fango, mi guarda e mi fa: «Oh, comunque hai ragione, quelli son tutti da buttare. Anch’io ti voglio bene, andiamo a casa».

Milano, Ottobre 2022

Serie: Area Cani


  • Episodio 1: 1
  • Episodio 2: 2
  • Episodio 3: Intro

Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Pensavo che nel finale la vecchina offrisse al tuo protagonista un ingaggio come dog trainer! Pur grottesca, la tua serie centra un punto fondamentale del rapporto che a volte si instaura fra umani e compagni a quattro zampe: quello di voler umanizzare i nostri coinquilini, perdendo di vista che l’amore e capirsi e rispettarsi a vicenda.