Il sale e le cinghie prima parte
Serie: L’Angelo
- Episodio 1: L’Ultima Conversazione prima parte
- Episodio 2: L’Ultima Conversazione seconda parte
- Episodio 3: Il sale e le cinghie prima parte
STAGIONE 1
Ocna Mureș, 1956–1974
Ocna Mureș si trova a trentadue chilometri da Alba Iulia, nella parte centrale della Transilvania, in una valle attraversata dal fiume Mureș. La prima cosa che si sente arrivando da est è l’odore: qualcosa tra il minerale puro e il dolce chimico. I romani sfruttavano queste miniere per pagare i soldati. Il sale è la radice di «salario». Qui questa connessione etimologica è fisicamente presente nell’aria, in ogni stagione, in ogni angolo, nei polmoni di chi ci è nato e se n’è andato e ci torna e non riesce mai a smettere del tutto di annusarlo.
Ci andai due volte. La prima in luglio del 2017, nove mesi dopo l’arresto, cercando le origini dell’uomo che avevo incontrato in quella stanza. La seconda nel novembre dello stesso anno, dopo che una prima conversazione aveva lasciato una porta aperta che volevo riaprire. Le due visite restituiscono due immagini diverse della stessa città . Quella estiva, polverosa e relativamente animata, e quella autunnale, con il cielo basso e le strade semideserte e quella fisionomia delle città industriali che hanno perso la propria industria: gli edifici del boom ancora in piedi, le arterie larghe progettate per i camion dell’industria pesante, i parchi costruiti per una popolazione più numerosa di quella che adesso li frequenta.
Ion Apostolache, padre di Eusebiu, aveva lavorato nelle saline dal 1949 al 1978, esattamente trent’anni. Era entrato come operaio di terza categoria a ventidue anni, con la schiena di un giovane contadino abituato alla fatica fisica, e ne era uscito a cinquantadue con la schiena distrutta e le mani bianche di chi ha lavorato nel sale abbastanza a lungo da perdere la sensibilità delle dita. Era il tipo di usura che non si esaurisce quando finisce il lavoro: si porta a casa, si dorme con essa, si mangia con essa, la si trasmette alla famiglia con la stessa inevitabilità con cui si trasmette qualsiasi altra proprietà che ha smesso di avere valore.
Morì nel 1991 di infarto, a sessantadue anni. Due anni dopo la rivoluzione. Non aveva visto quasi niente del paese nuovo che la rivoluzione aveva promesso, e forse era troppo stanco per aspettarselo.
Gheorghe Pascu aveva ottantatré anni quando lo incontrai. Ex collega di Ion alle saline per vent’anni, abitava in un appartamento al piano terra di un condominio degli anni Sessanta con le fotografie dei nipoti su ogni superficie disponibile: matrimoni, comunioni, lauree, la documentazione visiva di una vita che aveva prodotto continuità . L’appartamento odorava di cavolo bollito e della serenità mesta dei vecchi che hanno già fatto i conti con le cose importanti.
«Ion era giusto nel senso che non rubava, non imbrogliava» disse. «Ma duro. Con sé stesso prima che con gli altri. Un uomo che non si perdonava niente e non perdonava niente agli altri.»
Gli chiesi dei figli.
Fece una pausa. Il tè si raffreddava nel bicchiere. «Li teneva stretti. Questa è la parola che userei.» Mi guardò per un momento come per valutare quanto avessi capito. «Non è una parola gentile nel senso in cui la uso.»
Capivo.
La Romania comunista aveva prodotto generazioni di padri come Ion Apostolache. Non erano eccezioni, erano la norma, almeno nella loro classe, nella loro generazione, nel loro tipo di vita. La durezza era una risposta razionale a un sistema che puniva la debolezza in modo sistematico: chi mostrava emozioni facilmente, chi protestava, chi chiedeva troppo finiva nella lista nera degli uffici del Partito, perdeva la tessera, perdeva il lavoro, perdeva l’accesso all’alloggio statale. La durezza era necessaria per la sopravvivenza. Il problema delle tecniche di sopravvivenza è che non si spengono quando cessa l’emergenza che le aveva rese necessarie. Continuano a funzionare, a casa, sulle persone che non le hanno richieste.
Eusebiu era il terzo di quattro figli. Il primo, Gheorghe, aveva fatto la scelta di lavorare alle saline, come il padre, come il nonno. La seconda, Anișoara, si era sposata presto e aveva messo tra sé e la famiglia la distanza del matrimonio, che in certi contesti è l’unica distanza disponibile. Il quarto, Constantin, era il più quieto. Gheorghe Pascu lo ricordava come «un ragazzo che non aveva ancora deciso se essere del tutto presente».
Eusebiu era quello strano. Non stava mai fermo. Parlava da solo. Guardava le cose troppo a lungo. Reagiva alle esplosioni del padre in modo diverso dagli altri.
Anișoara me lo disse nella seconda visita, a novembre. Aveva sessantasei anni e una compostezza vigile.
«Quando papà cominciava» disse, «noi avevamo paura. Normale. Solo lui no, o non sembrava. Ti guardava. Come se stesse annotando qualcosa.»
Ho riascoltato molte volte queste parole, senza però considerarle come una rivelazione psicologica. Sarebbe stato troppo facile. La leggo come immagine: il bambino che guarda il padre che lo picchia e studia invece di spaventarsi. Che trasforma l’evento in informazione. Che impara a leggere il potere dall’interno dell’impotenza.
Quella capacità di separare il fisico dallo spirito. Prima la usò per sopravvivere. Poi per costruire. Poi per fare quello che ha fatto.
I documenti della scuola elementare Mihai Eminescu di Ocna Mureș, recuperati in un pomeriggio di luglio da un archivio polveroso, mostrano uno studente irregolare. Note eccellenti in italiano e letteratura rumena: «vivace immaginazione», «insolita capacità narrativa», «presenza nella lettura ad alta voce». Note mediocri in matematica, scienze, educazione fisica. Una nota del maestro di quarta elementare, scritta in inchiostro viola:
Apostolache E. mostra vivace immaginazione ma fatica a distinguere tra realtà e fantasia. In più occasioni ha interrotto la lezione per descrivere visioni o sensazioni personali che disturbano il regolare svolgimento. Consigliata consultazione medica.
Non risulta che la consultazione medica sia mai avvenuta.
Non è difficile immaginare la scena del ritorno a casa con quella nota. Ion che legge, la mascella che si contrae. La cinghia. Elena, la madre, che guarda altrove. Eusebiu che aspetta che finisca.
Serie: L’Angelo
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Bellissimo questo episodio, riuscito in ogni sua parte, dai dialoghi, all’ambientazione, ai personaggi. Bravissimo!