21 Grammi

La navetta Cerberus fu l’ultima a partire dalla Terra quando il Sole diventò una Gigante Rossa. L’umanità si sparse su tutti gli esopianeti abitabili più vicini, compreso l’unico con rotazione sincrona. I viaggiatori si stabilirono nella fascia centrale, poiché la faccia rivolta verso la stella bruciava come l’inferno, mentre quella che guardava lo spazio aperto era completamente avvolta nel ghiaccio.

Nella zona abitabile c’era acqua potabile, atmosfera respirabile e flora commestibile. Esisteva anche una certa quantità di fauna; creaturine curiose e innocue che, purtroppo, adorarono infilarsi nei motori dei cingolati.

Noi umani ci adattammo senza particolari difficoltà al nuovo ambiente e continuammo a prosperare per altre undici generazioni. Fino al giorno in cui scoprimmo che le facce del pianeta erano abitate.

Fummo svegliati dagli allarmi ai confini della zona abitabile. I motivi per cui questo accadeva erano tre: un mal funzionamento dei processori, intense tempeste stellari e glaciali, oppure un’invasione. Quest’ultimo caso non si era mai verificato, in quanto gli abitanti delle facce non sarebbero sopravvissuti ad un diverso ecosistema.

Durante il tragitto non ci fu una tensione diversa dal consueto. Certi d’imbatterci in qualche processore bruciato, non eravamo pronti a ciò che avremmo trovato: un sopravvissuto.

Pochi minuti dopo ricevemmo una chiamata dalla squadra sul versante freddo, che segnalò la presenza di una bambina sul confine.

Da quel momento le sparizioni cessarono.

La nostra squadra trascorse la notte a sorvegliare i superstiti: non si mossero all’interno delle celle di contenimento, non mangiarono e non dormirono. Era come se di umano fosse rimasto solo il corpo, o almeno in parte.

Il mattino seguente l’uomo trovato sul confine caldo fu il primo ad essere portato nel laboratorio. Si trattava del Dr. C., ricercatore specializzato nella flora che prospera ad alte temperature. Stava lavorando ad una ricerca per la creazione di una pelle sintetica in grado di resistere all’interno della zona infernale.

Paradossale, dato che gli arti inferiori e superiori parevano ricoperti da un’indelebile polvere nera. Gli occhi sembravano essere stati sostituiti da due scure sfere marmoree. Si muoveva lentamente tenendo lo sguardo fisso in un punto senza mai sbattere le palpebre.

Gli fecero qualche domanda, ma non ottennero risposte. Lo sottoposero ad esami approfonditi, tra cui biopsie cerebrali e spinali, tutti negativi. Non superò i test psicologici perché non parlò e ad un certo punto si resero conto che non comprendeva il linguaggio umano.

Furono costretti a riportarlo nella cella di contenimento a mani vuote.

Il giorno dopo la bambina fu sottoposta agli stessi esami medici, anche per lei con risultati negativi. Il team decise, inoltre, di prelevare un campione di occhio: questi ultimi assumevano l’aspetto di un’albite bianca se irradiati dalla luce, ma scomparivano lasciando esposta l’orbita oculare in penombra.

Evitarono gli esami psicologici, in quanto non parlò e non comprese una parola. Nemmeno alla vista dei genitori manifestò qualche emozione, continuò a guardarli muovendosi poco e velocemente come un piccolo animale. Anche lei fu riportata nella cella di contenimento dopo qualche ora.

Prima del ritrovamento, per tanto tempo ci furono delle sparizioni lungo tutta la zona abitabile. Non vi fu modo di proteggere la popolazione, se non limitare le spedizioni di approvvigionamento. Lungo i confini prospera la fauna impiegata per scopi medici e sperimentali, senza di essa non sarebbe possibile la fabbricazione di beni necessari alla sopravvivenza.

Fu grazie alle prime spedizioni che entrammo in contatto con gli abitanti delle due facce: gli Ibis dei Ghiacci e le Ombre di Fuliggine.

Gli Ibis dei Ghiacci avevano l’aspetto di enormi uccelli dalle piume bianche e il muso composto interamente di ossa. Possedevano un lungo e sottile becco e orbite cave, riempite da occhi bianchi se entravano in contatto con la luce. Questo, probabilmente, accadeva perché il buio dello spazio aperto fece sì che non necessitassero di occhi e, se esposti ad una fonte luminosa, il bianco ne attutiva la sensibilità.

Vestivano con lunghe tuniche azzurre e bianche e alcuni utilizzavano bastoni di ghiaccio per aiutarsi a camminare. Non era chiaro se fossero in grado di volare.

Non furono mai esplicitamente violenti: quelle volte che ci addentrammo nel loro territorio si limitarono ad osservarci, piegarsi per guardare più da vicino e qualcuno disse di averli addirittura toccati. Si muovevano con delicatezza, emettendo suoni simili a soffi.

Non era chiaro quanto fossero longevi: secondo le analisi al radiocarbonio avanzato effettuate su campioni di piume, si suppose che vivessero milioni di anni. Avvolto nel mistero era anche il loro ciclo vitale, data la pressoché immortalità.

Le Ombre di Fuliggine avevano l’aspetto di pennacchi di fumo nero dalle dimensioni variabili. Quando si muovevano, solitamente a grande velocità, assumevano una forma simile ad un liquido. Non avevano volto, corpo o sostanza e questo li rendeva entità intangibili.

Pare non conoscessero alcun tipo di organizzazione gerarchica, infatti vagarono senza meta e senza controllo. Non interagivano tra loro, se non quando entrarono in contatto con esseri viventi. In questo caso si coalizzarono e attaccarono con l’intento di uccidere.

Le loro esistenze erano brevi tanto quanto la vita di una farfalla. Nacquero dalle polveri incandescenti dei crepacci e si librarono nell’atmosfera in cerca di sollievo dal calore. Alla fine morivano per fissione, esattamente come accade ai nuclei pesanti in un reattore nucleare.

Per quanto questi clan fossero diametralmente opposti, una cosa li accomunava: il rituale post-morte di chi rapivano. Gli Ibis lasciavano sul confine una piuma bianca e un oggetto personale della vittima, mentre le Ombre il corpo carbonizzato.

Trascorsi un paio di giorni, con il consenso dei parenti, si optò per il trapasso dei superstiti. Di loro non era rimasto nulla di chi erano prima; non si nutrivano autonomamente, non dormivano se non in anestesia totale e avevano perso il contatto con la realtà.

Poco prima del fatidico momento, il team trasferì i ricordi su software per poterli donare ai cari. Fu allora che poterono ricostruire gli ultimi istanti di vita del Dr. C. e di Ly.

Quel giorno il Dr. C. partì dal laboratorio con l’intento di raccogliere dei campioni e tornare subito alla base. Decise di fare da solo dal momento che il materiale era urgente. Quando arrivò fu immediatamente assalito dalle Ombre: una di loro lo avvolse proteggendolo dal calore durante il trasporto. Essendo cosciente, poté ammirare la stella in tutta la sua maestosità rendere la superficie del pianeta un’infinita landa infernale. Nulla prosperava e nulla sopravviveva.

Le ombre lo portarono in un enorme cratere di pietra scura. Al centro c’erano due lastre: sulla prima vi posarono un loro simile, mentre sull’altra il Dr. C. L’Ombra accanto a lui parve agonizzante mentre evaporava diventando sempre più trasparente. Stava morendo.

Non fu chiaro ciò che accadde dopo: in un batter d’occhio all’interno dell’Ombra brillò una luce bianca che scomparve via a via che la densità del fumo aumentò. Il campo visivo del Dr. C. venne meno, fino a quando l’ultima cosa che vide fu l’Ombra schizzare fuori dal cratere.

Ly si allontanò dagli alloggi dopo che la mattina sentì la maestra parlare delle “creature dei ghiacci”. Impiegò qualche ora prima di arrivare al confine. Lì c’erano tre Ibis ad attenderla, avvolti nelle loro eleganti tuniche. Uno la prese in braccio con delicatezza e le fece una puntura. Sopravvisse una volta entrata nel loro territorio.

Gli Ibis l’accompagnarono in un palazzo con le pareti di scintillante ghiaccio, in cui le lontane stelle dell’Universo creavano un caleidoscopico spettacolo. Nella stanza in cui la portarono c’era un Ibis sdraiato su una lastra che la guardò soffiando.

Una delle creature prese uno strumento formato da due aghi collegati da un filo. Uno lo piantò nella testa del compagno sdraiato, l’altro nella fronte di Ly: da quest’ultimo ago salì una luce bianca che percorse il filo per poi sparire nel cranio dell’Ibis. Mentre Ly perse coscienza alla creatura caddero le piume e le ossa si polverizzarono.

A quel punto il team sottopose il Dr. C. e Ly ad un ultimo esame: li pesarono, utilizzando un apposito macchinario che rilevò l’esatta e precisa composizione dei loro corpi. In entrambi l’unica anomalia segnalata fu la mancanza di 21 grammi, ossia il peso dell’anima degli esseri umani.

Le Ombre, le cui vite erano brevi come quelle delle farfalle, avrebbero prolungato la loro esistenza; a differenza degli Ibis, creature pressoché immortali, che sarebbero morti di vecchiaia.

Ciò che gli abitati delle facce bramavano più di qualsiasi altra cosa è ciò che gli umani danno per scontato: 21 grammi.

Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Sci-Fi

Discussioni

  1. Ciao Mary! Bella questa idea di alieni predatori di anime, bello soprattutto il fatto che siano due razze antitetiche e così particolari👏🏻 Mi ha ricordato un po’ i concetti di Corrado Malanga, tra l’altro c’è anche un film particolarissimo che si chiama Dark City, dello stesso regista de Il Corvo, con una tematica simile. Se non l’hai visto te lo consiglio. Potrebbe piacerti😉

    1. Ciao Nicholas, vedo che stai proseguendo con la “scalata all’ultimo racconto”! 😸
      Conosco Corrado Malanga perché lo ascoltano i miei genitori e non ti nego che, nonostante non mi fossi ispirata ai suoi concetti quando scrissi il racconto, ora che me lo fai notare il collegamento si può fare eccome!
      Dark City con l’intramontabile Jennifer Connelly? Sta sera rewatch! 😼

  2. Rivolgo i mie complimenti all’autrice per questa sorprendente visione esoplanetaria, che non può prescindere da una conoscenza specifica di aspetti astronomici, aspetti a cui mi lega una profonda passione, nata sin da giovanissimo e che ritorna, non di rado, nei miei scritti.

    La lettura è stata davvero piacevole forse perché, come segnalato da più d’un lettore, parlare di

    fantascienza sarebbe in questo caso, se non sbagliato, quantomeno riduttivo. In realtà, ci sentiamo

    “intimi” non solo con quella umanità esule, ma anche (e soprattutto) nei confronti degli abitanti

    originari del corpo celeste… sin dalla loro prima apparizione, ci fanno sorgere il dubbio che

    rappresentino una emanazione di noi stessi: ombre fugaci, cuori di ghiaccio.

    Bravissima Mary, se ti dicessi che è perfetto mentirei – del resto, tutti noi siamo chiamati a migliorarci in continuazione – ma questo testo è talmente affascinante, così originale che tanto basta. E ricco di umanità: il complimento più bello che posso rivolgerti.

    1. Ciao Robért, che commento inaspettato e bellissimo il tuo! 😸
      Mio padre, sin da quando ero una bambina molto piccola, mi ha fatta appassionare alla Fantascienza e all’astronomia.
      Ma cerco sempre di andare anche oltre il genere (pare sia una peculiarità delle scrittrici donne di Fantascienza), creando personaggi con una loro profondità.
      C’è sempre da migliorare, l’importante è non mollare!
      Grazie mille ancora! 🖋️

  3. Molto bello. Il modo in cui dal “freddo” inizio, a volte tipico dei “diari di bordo” di pura fantascienza riesci a far smuovere molte emozioni, decisamente profonde, fa si che sia pienamente bilanciato e “affilato” per chi lo legge. 💪💪

  4. Ho letto il racconto che mi ha colpita nei suoi dettagli e nella sua struttura di diario di viaggio alla Star Trek. Ho letto anche i commenti e mi piace l’appunto di @ianni67 che sottolinea il fatto che le scrittrici del genere siano meno tecnologiche. Credo sia vero e credo anche che rappresenti un valore aggiunto. Brava Mary😊

    1. Ciao Cristiana,
      Concordo con te e @ianni67: le autrici donne di Sci-Fi hanno una visione meno “hard” del genere; più incentrata sul lato umano (che si tratti effettivamente di umani o altro). Prima o poi tenterò l’approccio più tecnologico, sono curiosa di scoprire cosa uscirà dalla mia penna. 🖋️

  5. Un racconto molto bello ed interessante. Lo scheletro è sicuramente quello della fantascienza, dalla struttura all’apparenza rigida e fredda, ma che al suo interno nasconde un cuore con un’anima dal suo peso specifico importante. Complimenti

  6. Non so per quale ragione non sia stato pubblicato il commento che avevo già scritto ieri.
    Comunque, lo riscrivo.
    È un racconto che ha un sapore molto peculiare: all’inizio ha il gusto della fantascienza classica di Bradbury e, in parte, anche quella di Clarke. Poi, però, assume i contorni della fantascienza moderna, come quella di Lavie Tidhar e di Han Song.
    Mi è piaciuto davvero molto e sono felice che tu l’abbia pubblicato, anche perché, per qualche strana ragione, non è semplice imbattersi in un racconto di fantascienza scritto da mano femminile.

    1. Mi intrufolo! Giuseppe, hai letto Nancy Kress o Octavia E. Butler o Ursula K. Le Guin o, magari, Kameron Hurley? 🙂 Tutte assolutamente straordinarie. Amo le scrittrici di fantascienza, sono quasi sempre più umane e più mature dei maschietti. Non è vero che sono alla pari, sono una spanna sopra. Solo, talvolta meno tecnologiche (non meno scientifiche!). Passo e chiudo, scusate l’intrusione maleducata.

    2. Ciao Giuseppe,
      Prima di tutto grazie per il dettagliato commento! 😸
      In effetti, ho notato anche io questo sbilanciamento nel genere della Fantascienza. Qualcuno dovrà pur rimediare. 😼

    3. Hai ragionissima, Mary: bisogna rimediare assolutamente! 😊👍
      @ianni67 Non ho ancora avuto modo di leggere queste autrici, Giancarlo, benché ne avessi già sentito parlare. Di recente, però, ho letto il libro “La natura dell’acqua” di Nina Munteanu, che è molto particolare: è una storia di fantascienza moderna che sfora anche nella filosofia oltre che nella narrativa. Se hai occasione dagli un’occhiata, perché è davvero curioso e scritto bene, ne vale la pena! 😉

  7. Un racconto che io classificherei di fantascienza senza alcun dubbio, perché la fantascienza è poliedrica e trasversale. Ma anche un weird tale decisamente mainstream per l’argomento trattato. Sarebbe rientrato, secondo me, senza difficoltà in un numero della rivista più rappresentativa del settore (Weird Tales, appunto) dei tempi d’oro. Molto bello, piaciuto. Grazie per la condivisione.

  8. Racconto interessante. Sembra fantascienza ma non lo è del tutto (per quanto poco ne capisca di fantascienza, ovviamente). E il fatto che il peso dei 21 grammi si scopra nell’ultima riga, lo rende ancora più interessante. Lettura originale.

    1. Ciao Rossano,
      Prima di tutto grazie per il commento! 😸
      Qualche volta mi piace sperimentare fondendo altri generi ad una base fantascientifica. È sempre curioso vedere il risultato.