6 maggio 1976
«È tardi, vado a casa. Ci vediamo domani pomeriggio».
Il ragazzino si chinò per recuperare la maglia che era stata usata per segnare il palo di una delle due porte. Non la indossò. Era sudato fradicio e l’aria bollente gli incollava la maglietta alla schiena.
«Ciao, andiamo anche noi» dissero Marco e gli altri del gruppetto.
Si incamminò verso casa. Tagliò per scorciatoie che passavano vicino a delle case accanto ai cortili. Doveva fare i compiti adesso, sai che voglia. Passando accanto a un cancello, un grosso pastore tedesco sbatté contro le sbarre metalliche a un palmo dalla sua faccia. Il ragazzino indietreggiò. Il cane non abbaiava, ringhiava alla ghiaia del vialetto, girando in tondo. Dalle altre villette risposero altri cani. Prima abbaiando, poi in un ululato continuo.
Lui raccolse la maglia che gli era caduta, guardò un’ultima volta il cane e riprese la strada.
«Ma dove sei stato? Che avete fatto?» fu il saluto con cui lo accolse sua mamma una volta arrivato a casa, «vatti a lavare che è quasi ora di cena e… hai fatto i compiti?»
Lui non rispose. Abbassò la testa e si diresse in bagno. La sua sorellina lo guardava ma non diceva niente.
Un’ora dopo tutta la famiglia era a tavola. Suo papà era tornato da poco. Voleva chiedergli una maglia della Juve, quella con il numero tre. Anche Marco ce l’aveva.
«Non si respira oggi, mica è normale per i primi di maggio» disse il papà mentre si versava un grosso bicchiere di acqua frizzante, quella che sua mamma faceva con le bustine. A lui non piaceva, era amara. Meglio la coca-cola anche se a casa non c’era mai.
«Sì è strano, fino a ieri si usciva con il maglione» rispose la mamma.
Finirono di mangiare e lui andò nella sua cameretta. Non aveva chiesto niente al papà, non ne aveva il coraggio. Finì di preparare la cartella per il giorno dopo. Guardò il quaderno di matematica. Sospirò.
Si ritrovarono tutti in sala. Come ogni sera il papà guardava il telegiornale e non si poteva parlare. La mamma aveva spalancato la portafinestra che dava sul balcone per far entrare un po’ d’aria. Il papà girò la testa infastidito verso il balcone.
«Ma cos’hanno questi cani. Stanno ululando tutti insieme. Non riesco neanche a sentire la TV».
«È tutto il giorno che fanno così… boh, sarà il caldo» rispose la mamma.
Lui era seduto al tavolo con sua sorella. Le stava insegnando un gioco con le carte ma lei sembrava proprio non capire.
La mamma toccò il tavolo e lui quasi rovesciò un bicchiere. Alzò gli occhi per dirle qualcosa ma non la vide. Era dietro di lui. Ma allora?
I cani smisero di colpo. Il ragazzino sentì una vibrazione alla base della schiena. Saliva dalle gambe della sedia di legno. Un brontolio sordo. Guardò verso i fornelli: la moka non c’era. Sua sorella smise di mescolare le carte, gli occhi sbarrati verso il tavolo.
«Ma cos’è? Un camion qua sotto a quest’ora?» disse suo papà mentre si alzava e andava verso il balcone per controllare.
Il brontolio divenne un boato. Il petto gli si compresse e sentì un bisogno fortissimo di fare pipì. Suo papà aveva smesso di cercare il camion. Fissava il soffitto, la bocca aperta. Il lampadario di vetro a gocce si alzava e si abbassava, puntando dritto verso la credenza. Poi un colpo secco alla sua destra. Si girò e vide lo sportello del grande mobile nero che si apriva. All’interno i bicchieri e i piatti sbattevano facendo un terribile fracasso. La mamma si sarebbe arrabbiata. Quelli erano i piatti belli, guai a toccarli. Suo papà si precipitò al mobile e chiuse lo sportello ma di colpo si aprì uno sull’altro lato. Sentiva male al braccio, lo guardò e vide la manina di sua sorella che gli stava affondando le unghie nella pelle. Solo dopo un attimo si rese conto che stava urlando.
«Via via, dobbiamo andare… è il terremoto» gridò sua mamma quasi strappandolo dalla sedia.
Scattò in piedi. Non vedeva niente. Tutto nero. Solo rumore, sempre più forte. Vetri che si infrangevano. Si trovò sul pianerottolo, c’erano altre persone. Gridavano. Lui non le vedeva. Sentiva da lontano la mamma che chiamava suo papà.
«Muoviti, lascia stare… scappiamo!».
Sua sorella urlava sempre più forte. E smettila.
Lui si mosse sulle scale. Ma non riusciva a muoversi. I gradini spingevano. Si muovevano e saltavano. Non riusciva a fare i passi giusti. Stava per cadere ma aggrappandosi al corrimano riuscì a scivolare verso il basso. Verso l’uscita.
Alle sue spalle, il grido di sua sorella coprì il boato.
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Avevo diciasette anni e quel boato non lo scorderò mai, secondi interminabili vissuti al settimo piano a Trieste. Ricordo di un vaso appoggiato su di un tavolo del balcone che iniziò a muoversi saltellando. Quando la scossa terminò si fermò sul bordo un centimetro prima di cadere. Per fortuna nessun danno ma la paura mi è rimasta dentro. Brutti ricordi che mi hai fatto rivivere leggendo queste righe che ho apprezzato molto.
Anche se l’ho vissuto in un altro contesto, quel boato lo ricordo benissimo. Stile asciutto e potente che rende quasi fisico quel senso di imminente tragedia.
Avevo vent’anni e lo ricordo: il rumore sordo e continuo, l’onda sotto i piedi, le grida. E qui da noi, niente crolli, solo paura e una notte infagottati in macchina. Il giorno dopo le immagini: le vittime. le case distrutte, i soccorsi, i superstiti, lo sgomento.
Grazie per questo racconto così sentito e sincero 🙂
Un racconto così reale e vivo da mettere i brividi. Grazie per averci ricordato di non dimenticare.