
“A” e la bora
Elucubro.
Elaboro.
È la bora che mi fa elaborare pensieri futili, spesso inutili. La mente duttile si ben adatta. È accomodante.
I pensieri spaziano nel tempo, volano lontano; a volte vagano finché la bora li spazza via. Perché la bora soffia forte e spazza tutto. È la bora spazzina che apre i cassonetti dando loro vita; li fa muovere, li porta a spasso per le vie in un girovagare senza meta. Anch’io vago senza meta mentre la mente, inconsciamente, divaga sincera verso lontani lidi: lei non mente.
C’è chi non si fida della bora; io la sfido, le vado incontro, mi piego e avanzo, a volte mi toglie il respiro tanto soffia forte, allora mi giro per prendere fiato. Non m’arrendo. Le raffiche si susseguono violente, a ripetizione. Sono scariche cariche di vento, non è un evento anomalo, è il vento gelido dell’inverno.
Una sola barca sfida le onde alzate dal vento di bora.
È sempre là nel golfo da un anno. È sempre la stessa “A”. “A” è il nome che le hanno dato. È la prima barca a vela al mondo quanto a lunghezza, a stazza, ad altezza dei tre alberi. È sua altezza, la barca “A” vela dei sogni di chi non solo i sogni ma anche la speranza a molti in patria ha tolto. Stolto! Ora non la rivendica mentre la guerra infiamma.
Lei non accosta mai per sicurezza, perché sotto sequestro. Lei costa invece agli italiani 20 mila euro al giorno per accudirla, per coccolarla, anche solo per guardarla. “A” è costata a chi l’ha commissionata 425 milioni di euro: un’immensità per noi comuni mortali. Un’inezia, pari solo ad un sessantacinquesimo del suo “sudato” patrimonio.
Di KI È? Verosimilmente di un oligarca russo. Doveva essere il gioiello più grande e bello per la sua amata; come su di un anello ha inciso la lettera A, l’iniziale di Aleksandra, sua moglie: una bella modella serba. Ora, per colpa delle sanzioni, non può veleggiare nel mare nostrum. Ne comprerà un’altra, forse anche più grande, da sfoggiare nel suo mare d’Azov senza bora ma con tanta boria.
La mia forse è solo invidia per non aver accumulato tanto. Sarà anche peccato, certo, ma aver accumulato tanto quanto Melnichenko non è peccato?
Ora la bora fischia. Anche le mie orecchie fischiano a vedere tanta e troppa ingiustizia.
“Ora et labora” direi se fossi un santo ma non lo sono.
Ora non prego e neanche lavoro: elaboro idee. E la bora è l’ideale amica.
Come novello Cecco Angiolieri “S’i fosse bora, spazzerei lo mondo dalle tante e immonde sanguisughe che lo infestano”.
Ora la bora scema. Scemo son io che scrivo simili idiozie per puro sfogo.
Ora la bora è cessata, “A” è ancora là, io son qua solo con le mie elucubrazioni.
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Tocca con grazia temi gravi. Coi begli intrecci di parole usate nell’ampiezza della loro area semantica, alleggerisce il racconto. Lo fa frizzante, tiene alto il ritmo. Bello. Mi è piaciuto proprio.
Grazie del commento dotto. Forse sono le parole stesse che mi hanno indotto a scrivere, che mi hanno condotto per mano in giochi di parole a volte arditi. Questo è il mio stile, tu lo hai certificato e reso edotto.
Quella “barchetta” passò di qua anche qualche estate fa, ma ho trovato più interessante la tua visione della bora. Mi sono sempre domandato come è e un giorno vorrei provarla e fare il confronto con il nostro maestrale “maestralino” così affettuosamente chiamato dai cagliaritani. Ricordo che alle medie, andando a scuola nei giorni di maestrale, dovevo appesantire lo zaino per non volare!
Ti posso mandare la bora in scatola, un simpatico souvenir così provi un refolo. Vieni per la Barcolana, quello è un evento da non perdere.
Una bella descrizione nitida, nell’ inizio della tua riflessione, che mi ha incantato come davanti a un bel quadro con un panorama marino battuto dal vento. Non e` mancato il tono critico, giusto e condivisibile. Un’ osservazione della realta` piu` seria del solito, usando la bora come pretesto e metafora, che innalza lo stile della tua narrazione. Qui da noi, intanto, abbiamo scampato una pericolosa bufera e uno tzunami, dovuto alle ripercussioni del terremoto in Turchia e Siria. Cos’ altro dovra` succedere ancora?
Oramai il vento non è più solo un evento normale per Trieste, forti venti soffiano un po’ dappertutto. Son passate le venti e piaccia o non piaccia Sanremo è comunque un evento. Mi sono lasciato prendere dal gioco di parole. Ritornando ad “A” grazie per aver condiviso la mia riflessione amara.
Quasi una chanson, la tua, che inneggia non a epiche gesta, bensì a infausti sprechi. Neanche la bora spazza via le sanguisughe che invece se ne stanno bene attaccate a succhiare Ahimè che tristezza. Una interessante analisi della nostra società.
“A” fa parte dello skyline della città ed è diventata un’attrazione per i tanti turisti. Forse un giorno, per rientrare dal buco di 7 milioni di Euro, sulle vele vedremo un’enorme scritta: VENDESI. Per il momento ci godiamo lo spettacolo; anche l’ingiustizia fa spettacolo.
Fantastico, mi ha fatto ridere!
Sono contento e ti ringrazio.