
Abdul lo sapeva
Serie: A casa loro
- Episodio 1: Il mare e Benedetta
- Episodio 2: Sabato e Domenica
- Episodio 3: Mon Amour (In questura)
- Episodio 4: Mon Amour (Casa Canneti)
- Episodio 5: Mon Amour (Paul e Michelle)
- Episodio 6: Una penna e una matita
- Episodio 7: Abdul lo sapeva
STAGIONE 1
Ad Abdul i documenti glieli ha dati Dio.
Livio non lo sapeva, Anita non lo sapeva, Rashid non lo sapeva, e nemmeno Marianna, che fa lo stage dell’università a Casa del sorriso, nemmeno Marianna lo sapeva. Ma Abdul sì. E gliel’aveva anche detto, a tutti quanti. Li aveva informati della cosa. Educatamente ma con la fermezza propria di chi sa per certo. Che se uno chiede, casomai, allora lui ci si siede a tavolino e, con pazienza, piano piano, glielo spiega un’altra volta.
La faccenda era cominciata un paio di mesi prima. Abdul era tornato dalla Commissione di Ancona verso sera. In struttura, a quell’ora, c’erano Anita e Rashid. «Com’è andata, Abdul?» gli aveva chiesto Anita, alzando un po’ la voce per farsi sentire dalla stanza della casa che fungeva da ufficio, da archivio e poi da succursale minima del ripostiglio principale. «Anita, ciao» aveva detto Abdul sorridendo, con il piede destro già sul terzo scalino. «Non ti preoccupare, è tutto a posto, i documenti me li da Dio». Poi Abdul era corso, quasi volando, in camera sua, lasciandoli lì, Anita e Rashid, a pensarci su. Era stato da quel giorno, dal giorno della Commissione di Ancona, che Abdul aveva cominciato a pregare. Pregava e pregava e pregava. Passavano le ore, i giorni e le settimane e Abdul non la smetteva più. Era così preso, Abdul, da quella conversazione, da quel contatto privilegiato, luminoso e lontano, che aveva smesso quasi del tutto di mangiare.
Livio è laureato in filosofia. Insegna italiano ai richiedenti asilo e, al momento, fa la staffetta tra la struttura Domus Mariae e la struttura Casa del Sorriso. Tra Il Pelingo e Calcinelli. Sono, a farla tutti i giorni, un discreto numero di chilometri. Un pezzettino di lavoro, per lui come per molti altri operatori, va contato in asfalto, spostamenti, gomme lisce e superstrada. Quando questa cosa di Abdul era venuta fuori, un po’ di giorni dopo, in equipe, Livio aveva cominciato a girarsi la barba. Livio, infatti, è uno di quelli che si girano la barba. C’è chi si gratta la testa, chi il collo, chi sbuffa, chi impreca, chi sbatte i pugni sul tavolo, prende la porta e se ne va. Livio no. Livio si gira la barba. Un’altra cosa che fa, ma solo se si sta già girando la barba, è guardare lontano, l’espressione fissa e quietamente preoccupata. Cerca di capire se casomai, la soluzione del problema sia laggiù in fondo. Meglio ancora: se il risultato della partita che si sta giocando sia già fissato. Se si può ancora far qualcosa oppure no, che allora, tanto vale.
«Cos’è che ha detto, esattamente?»
«Ha detto che i documenti glieli da Dio, che non mi devo preoccupare»
«E poi?»
«Poi niente, è andato di sopra. Sorrideva, sembrava contento»
«Oh Gesù Cristo»
«Qualcosa del genere, si»
In quell’equipe svolta a ridossa del fatto e poi nelle equipe successive, si erano tracciate varie strategie per risolvere la situazione, per tentare lo sblocco del digiuno ad oltranza che Abdul portava avanti con gentile ma incrollabile determinazione. La matrice di ogni strategia tentata o tentabile era quella secondo cui, tutti e quattro gli operatori di Casa del Sorriso avrebbero dovuto far fronte comune, sempre, usando e declinando nel miglior modo possibile gli elementi di logica e di razionalità implicati in questa faccenda. Era però contro un fortissimo atto di fede continuamente in movimento, che si stava combattendo. Era con valori assoluti e fissi che ci si stava misurando. Mentre Anita, Livio, Rashid e Marianna parlavano di tribunali, di leggi, di dati di fatto, di elementi quantificabili, valutabili, prevedibili, mentre Anita, Livio, Rashid e Marianna parlavano di precedenti e di statistica, Abdul che faceva finta di ascoltarli, in realtà si allungava con crescente convinzione e profondità verso un nulla enorme. Cercando in quel nulla l’infinito che gli avrebbe dato, tra le altre cose, i documenti. Nel frattempo dimagriva a vista d’occhio.
«Da quant’è che non mangia?»
«Sarà una ventina di giorni»
«Ma non mangia per niente?»
«Quasi»
«Abdul, Abdul, vieni qui. Perché non mangi? Avrai perso 5 chili. Guarda che i documenti sono i documenti, Dio è Dio, la commissione è la commissione, il cibo è il cibo»
“Non preoccupatevi, la commissione non c’entra niente. Non sono affari suoi. I documenti a me me li da Dio”
Livio a domandarglielo ti direbbe che è agnostico, ma qualche tentazione di sconfinamento ce l’ha anche lui. Se ti giri la barba abbastanza a lungo guardando un punto lontano può capitarti, ogni tanto, di non essere più sicuro né di quel che vedi, né di quel che non vedi. Soprattutto se hai a che fare con un tipo come Abdul, che invece, a torto o a ragione, pare proprio che, al buio, ci veda benissimo. Abdul, prima di dedicarsi unicamente alla sua peculiare impresa era un ottimo studente di Casa del Sorriso. Francofono, sveglio, scolarizzato, ha imparato i rudimenti dell’italiano in quattro e quattr’otto e da lì, poi, ha costruito giorno per giorno la sua lingua nuova di zecca. Rivelando ad Livio, a misura dei crescenti progressi linguistici, una personalità complessa e bizzarra. Estremamente pratica da una parte e infinitamente fatalistica dall’altra. Due rette parallele che non si dovrebbero mai toccare, in Abdul sono sorprendentemente, indissolubilmente intrecciate. I risultati di una combinazione del genere sono, come è ovvio, variopinti e scarsamente prevedibili.
Livio d’altra parte sa come funziona, perché in questi mesi l’ha visto capitare e capitare ancora. Paese in guerra: documenti. Persecuzione personale o discriminazione di gruppo: documenti. Motivi umanitari fondati e comprovati: documenti. Storia traballante, parentale, tribale: niente documenti. O quasi niente. Ad Ancona, in Commissione, va così. È, dopotutto, una questione di applicazione di criteri. Niente di più, niente di meno. Un righello che misura. Una cosa rigida che decide. Abdul, a guardar bene, è piazzato nell’ultima categoria in questione. Della sua storia non si capisce quasi niente. È un misto di superstizioni, violenza spicciola, minacce di morte reiterate ma generiche, malattie misteriose e capricciose, difficilmente documentabili, difficilmente traducibili in esperienza medica corrente. Ci sono dolore, miseria e lutti terribili. C’è la molla potente della ricerca di una vita vivibile e sicura. Felice. Ma la sua storia, la storia di Abdul così com’è, per la Commissione di Ancona non sta in piedi.
E Livio ad un certo punto gliel’ha anche detto. L’ha messo sull’avviso. L’ha preso da una parte, un pomeriggio, e, pacatamente ma a bruciapelo, l’ha avvertito.
«Guarda, Abdul» gli ha detto «non farti troppe illusioni…prega pure, male non fa, ma sappi che può andare storta, i documenti…sai…non è facile, non li regalano. E comunque vedi di mangiare».
“Non preoccuparti, Livio” ha detto Abdul, sorridendo, sempre più magro, sempre più sereno. «Non vi dovete preoccupare. I documenti, a me, me li da Dio». Poi si era girato e se n’era andato, con il suo passo rapido e leggero, su, al piano di sopra. A negoziare direttamente con il Capo, saltando a piedi pari opinioni subalterne, fallaci meccanismi, autorità mediane.
«Come la vedi, Livio?»
«La vedo che è una questione culturale. Giochiamo due partite diverse. È come parlare di briscola con uno che pensa si stia giocando a poker»
«I documenti non li prende, con quella storia non li prende. È matematica»
«Già. Credo proprio di no»
«E come possiamo fare per convincerlo a mangiare?»
«Non possiamo. Se Dio mi parlasse non ascolterei nient’altro di sicuro. Tu cosa faresti?»
«Dio?»
«Dio»
«Pensi che Dio gli stia parlando?»
«Boh, perché no? È pur sempre una possibilità»
«Non eri agnostico?»
«Appunto. Non si sa mai finché non si sa qualcosa»
«…»
«…»
«Ti preferivo quando ti giravi la barba e stavi zitto»
I documenti, Abdul, li ha presi il 23 di Maggio. Erano le sei di pomeriggio di una bellissima giornata di sole. C’era un filo di vento profumato che sapeva giù d’estate, il fruscio cartaceo delle foglie verdi e nuove, l’autobus arancione che si fermava, soffiando, a 200 metri da Casa del Sorriso, e che poi scaricava i passeggeri e lentamente, sempre soffiando, ripartiva.
Rashid e Livio, che erano in giardino a vagliare la possibilità di un ancora ipotetico quadratino d’orto, se lo sono visti arrivare di corsa, magro come un chiodo, che urlava, che rideva e che saltava. «Abdul, sei diventato matto? Abdul! Abdul!».
«Livio! Livio! Livio!» diceva Abdul, ridendo, girando intorno ai due operatori esterrefatti «Rashid! Rashid! Rashid!». Aveva in mano e lo sventolava come fosse la bandiera di uno Stato, un sottile plico di fogli A4. «Cos’è? Cos’è?» chiedeva Rashid a Livio, anche se in verità aveva capito e infatti sorrideva. E anche Livio, aveva capito lui pure. E lui pure sorrideva. Quei fogli A4, quel plico sottile, erano la notifica di esito positivo proveniente dalla Commissione Ancona. Abdul era andato a ritirarla in questura, a Pesaro, il pomeriggio sul presto. Riconoscimento dello status di rifugiato politico. Cinque anni di permesso di soggiorno. Un miracolo. Ad Abdul i documenti glieli ha dati Dio. Lui lo sapeva dall’inizio. E adesso, soltanto adesso che è finita, può mangiare.
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- Episodio 4: Mon Amour (Casa Canneti)
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- Episodio 6: Una penna e una matita
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Bello il personaggio di Livio, come quella tua riflessione sul girarsi a lungo la barba e sulle due partite a carte.
Grazie, Francesco, per aver letto e commentato. Dio è tutto quello che non conosciamo. Chi l’ha detto? Boh, non mi ricordo…
Mi sono ritagliato un po’ di tempo tra ieri e oggi per leggere queste tue storie, Michele. Quello che mi piace è che sono storie vere, non nel senso di realmente accadute, ma sincere, plausibili, complesse, speciali nella loro quotidianità. Riportare queste esperienze, tue o di tuoi conoscenti, è davvero un modo prezioso per valorizzarle e immortalarle. Grazie per averle condivise con noi
Grazie a te, Gabriele, di aver dedicato un po’ di tempo a quello che ho proposto qui.
Una storia che finisce bene. Ma Abdul da che paese viene?
Grazie per aver letto il racconto, Kenji. Si alcune storie finivano bene. E abbiamo testimoniato a qualche miracolo, durante il viaggio. C’era di tutti lì dentro, anche un bel po’ di speranza. Abdul e’ una storia che non ho vissuto in prima persona. Mi è stata raccontata (da Livio), sicché non mi ricordo il suo paese di origine. Sono passati un po’ di anni. Era un paio di mondi fa, in effetti.
Sembra di poterli toccare, i personaggi: Livio, la sua barba e la sua preoccupazione, Abdul, il suo sorriso ed il suo Dio.
Bello, bello.
Grazie, Fanni, di aver letto e commentato. E di aver toccato barbe, preoccupazioni, sorrisi e Dei.
Non ne toppi una, Michele… Complimenti. Bellissima storia, nella sua semplicità.
Grazie Giancarlo. Sei gentilissimo. Alle volte quando succede quello che non ti aspetti possa succedere è bellissimo e semplice. Altre volte un po’ di meno.