La casa sbagliata

Gastone ascoltava distrattamente il panegirico dell’assistente sociale che seguiva il cugino di Lorna, un alcolizzato affetto da disturbi paranoidi della personalità. Sapeva bene dove voleva arrivare quella entrante dottoressa con i suoi modi melliflui, ma la risposta, già scritta in partenza, era no. Gastone non avrebbe accettato l’ingresso del cugino di Lorna in casa sua. Gastone e Lorna non si erano sposati proprio per evitare che ciò si tramutasse in un obbligo giuridico nei confronti di quella zavorra, rimasto senza genitori ed i cui fratelli erano emigrati all’estero. L’assistente sociale stava tentando la carta della necessità emotiva di Daniele. Gastone la bloccò sul nascere evidenziando che lui e Lorna il giorno non erano mai in casa, e non avrebbe mai acconsentito a lasciare solo in casa uno squilibrato affetto da deliri psicotici. Non appena l’assistente sociale tentò di giocare la carta della famiglia, Gastone sentenziò con freddezza “Lui non è la mia famiglia né mai lo sarà”. L’assistente sociale bofonchiò qualche parola sconnessa. 

Gastone, innervosito dal prolungarsi di quella tiritera, tagliò corto domandando:

“Senta, tanto per essere chiari, lei può parlare fino a domani ma il responso sarà sempre lo stesso: Daniele non entrerà mai in casa mia”.

L’assistente sociale azzardò qualche parola in merito alla possibilità di pensarci ma Gastone fu irremovibile.

“Parlo una lingua straniera?!” sbottò infine spazientito.

In quel momento si aprì la porta di ingresso. Era Lorna. Non appena vide l’assistente sociale mutò espressione. 

“Come mai è qui? Le avevo detto di non coinvolgere Gastone!” ringhiò.

L’assistente sociale, una donna minuta e dallo sguardo vispo, assunse un’espressione sgomenta.

Gastone osservò a turno le due donne.

“Mi ha detto che ti aveva avvertito che sarebbe passata e che te avevi acconsentito” sibilò infine, calcando ogni singola parola.

L’ assistente sociale avvampò per l’imbarazzo.

Gastone e Lorna iniziarono a fissarla contemporaneamente con furente risentimento. Nella stanza era calato un silenzio innaturale.

“Lei si è introdotta con l’inganno in casa mia” sibilò infine Gastone con voce roca carica di odio, mentre Lorna le si avvicinò con espressione torva, bloccando, con la sua imponente fisicità, ogni via di fuga.

La dottoressa, percependo il pericolo imminente che su di lei incombeva, iniziò a balbettare frasi scomposte, mentre lacrime di pianto isterico iniziavano ad irrorarle i bulbi oculari.

“Io … non volevo … era a fin di bene …” azzardò in stato ormai confusionale.

“Non esistono bugie dette a fin di bene” replicò con voce sibilante Gastone con gli occhi ridotte a due fessure e le vene del collo in esposizione, assomigliando sempre di più ad un serpente velenoso prossimo all’attacco.

Infine Lorna ruppe gli indugi.

Urlò “Maledetta baldracca ingannatrice!” e, subito dopo, mollò un ceffone a mano aperta nella guancia della dottoressa.

La donna, un attimo prima dell’impatto, sgranò gli occhi urlando “Signore vengo a te!!”, mentre, un attimo dopo, le ginocchia le cedettero e franò a terra priva di sensi.

Gastone e Lorna si avventarono su di lei, scarnificandone dapprima le membra e cibandosi poi delle sue frattaglie.

D’altronde non esistono bugie dette a fin di bene. Le menzogne sono menzogne. E quella era la casa sbagliata in cui tentare spregiudicatezze.

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Discussioni

  1. “Gastone e Lorna si avventarono su di lei, scarnificandone dapprima le membra e cibandosi poi delle sue frattaglie.”
    Due casi psichiatrici antropofagi. Altro che bugie bianche o nere.