Æsᵜera 

Serie: Ritorno alla Singolarità


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il risveglio imminente di un antico nemico irrita lo spirito del Duca. Una guerra intestina all'impero potrebbe condurre alla morte milioni di vite umane, perché lui, il Duca è così, beve dal calice della sofferenza il sangue dei suoi nemici schiacciati, assaporando il lamento degli schiavi.


In un’era imprecisata, il Duca si sollevò sulla Terra dalla sua antica dimora di cui nessun mortale aveva sapienza. Gli Antenati parlarono di un luogo sconosciuto nella mente degli esseri umani, una spelonca nell’Inconscio dentro la quale il Signore dei Cento Milioni di Anni avrebbe dato vita al suo segreto impero. S’intronò così dentro i mortali e al tempo stesso ghermì il centro del mondo, imponendo il suo ordine, allorquando gli Altri decisero di risvegliarsi. Gli Altri, un’orda diversa dalla sua, una stirpe di spettri alieni e nomadi, che un giorno dei tempi antichi trovò rifugio dentro la carne di certi umani e vi si addormentò. Il Duca aveva in odio questa specie di alieni raminghi. «Ripuliremo il mondo dalla feccia nomade. Un popolo immondo che nessun figlio ha sacrificato sui miei altari, continua a suggere potere dal mio impero, senza alcun merito. Libereremo il nostro regno da quella fetida gente.» Eruppe durante uno dei suoi soliloqui al centro delle sue schiere adunate per glorificare la magnificenza del loro sire. Gli Altri erano pericolosi, una volta che si destavano nel corpo umano di cui avevano preso possesso, erano soliti darsi a scorribande maligne, razzie, uccisioni, poiché nella distruzione traevano il loro essere. Proprio l’energia malsana di cui si nutrivano era la causa del loro nomadismo. Avevano divorato il loro mondo originario e- incapaci di qualsiasi opera di creazione- ora vagavano alla ricerca di altri luoghi ove scatenare la loro fame.


Lei, il cui nome fra gli Immortali era Æsherah*, avvertì scuotimenti particolari nell’etere, un’elettricità impalpabile iniziò a propagarsi nell’aria della Città. Al momento di questa storia si trovava laddove era più intenso quel fragore spettrale, sul molo del Porto. Captò una dissonanza nell’odore salmastro d’una portarinfuse gorgogliante all’attracco. Intravide nel ventre metallico della chiglia la presenza di ciò che sarebbe dovuto rimanere sepolto in un luogo remoto nel tempo, sigillato da forze indicibili, prima ancora che la vita umana si diramasse in molteplici specie. La sua vista sottile catturò lo sfolgorio di un’aura che mai avrebbe dovuto riaccendersi sulla Terra; sicché un moto di sorpresa e tristezza afferrò il suo cuore e la sua mente.

«Lo hai avvertito anche tu, ne sono certa.» Sussurrò nei suoi pensieri, guardando fra le nebbie che dal mare si sollevavano per estendersi fra i moli e gli edifici del porto, nell’oscurità della notte. Dal buio vide ciò che si aspettava, un corteo di auto scure raggiunse il molo.

Dalla vettura in testa al drappello, emerse un uomo di mezza età, nobile d’aspetto ma ferino nella lingua, si guardò attorno con occhi torvi. Individuò la forma umana dell’Immortale, una donna bruna avvolta nel suo pastrano chiaro: «Vattene ora, lasciaci lavorare.»

«Fai attenzione, non si sono certo risvegliati per adorarti.» Replicò consapevole dell’odio che l’uomo le riservava.

«Cos’è questa premura?» Il volto freddo dell’uomo si contorse in una luce maligna, sorridendo «Vattene, ho detto. Non t’impicciare.» Quando i suoi soldati furono tutti sulla banchisa, ordinò loro di chiudere ogni via d’uscita del porto, sigillando il luogo con ogni mezzo. Il drappello eseguì con rapidità. Impressero sul catrame tumido i segni del comando ducale. Il Duca plasmava i campi cognitivi della mente, manipolando la rete spazio temporale dell’etere che circondava i mondi da lui ghermiti, perciò dava, secondo il suo volere, le forme carnali ai suoi servi e lui stesso indossava le maschere di carne che più lo aggradavano. Gli Immortali sfuggivano al suo gioco elettromagnetico, prendendo le forme da loro stessi.

«Non sono qui per evitare che ti faccia male.» disse la donna « Le tue esplosioni d’ira non fanno distinzioni fra le anime che coinvolgono; temo che uno di quegli spettri sulla nave possa commettere qualche sciocchezza nei tuoi confronti, trascinato dalla fame di vendetta. Ti chiedo di circoscrivere ciò che sarà di certo l’inizio di un’epoca sciagurata.»

«Bene, me lo hai chiesto. Puoi riferire al tuo inutile circolo di signore che hai fatto il tuo dovere. Ora basta così. Sparisci.» L’uomo sogghignò nella sua barba color grano, curata pelo per pelo con perfezione di una mano non umana. S’infilò il berretto e raggiunse i suoi servi.

La donna sapeva che non avrebbe potuto fare altro che lasciare il campo a quelle forze dannate che si stavano addensando l’una a ridosso dell’altra, in un crescendo d’instabilità emotiva; presto sarebbero deflagrate all’interno d’uno scontro che avrebbe scatenato un’inondazione irrefrenabile di energie assassine.

Stavo per uscire dal portone, con lo zaino sulle spalle, deciso ad andare in biblioteca per studiare, quando la vidi rientrare a casa, aveva un’andatura decisa, ma il suo volto era preoccupato. Volevo salutarla, non sapevo nulla di quanto stava accadendo, non potevo ancora avere conoscenza del Duca e dei suoi angeli nella mia mente. Un’emozione che sul momento non riuscii a interpretare, mi trattenne dall’andarla a salutare. Aspettai che rientrasse nel suo appartamento. L’avrei dovuta chiamare Signora Mauranna, ma lei mi conosceva da troppo tempo, le mie dita scivolano sul pianoforte forti e fluide grazie al suo insegnamento. Fu sempre con me, quasi avesse stretto una promessa a mia madre, quella sera di Luglio in ospedale, quando l’ultima cellula del suo corpo si spense. Non mi lasciò mai solo me né mia nonna, che continuò l’opera di mia madre.

«No, no, non ancora, non adesso!» Ruggì il Duca, innanzi allo scempio di quel gruppo di nobili signore della sua corte più santa, tutte prese a danzare senza pudore intorno a falò sacrileghi, nel cuore dei boschi selvaggi, catturate da un’insondabile passione. Urlavano come nittibi infolliti schioccando le lingue in suoni blasfemi ed irripetibili. «Cosa pensi di fare, maledetto?» Mugghiò il Signore dei Cento Milioni di Anni quando vide l’Alieno ergersi al centro di ogni fuoco acceso dalle insane ballerine. Le donne- le cui mansioni di nobili madri e i ruoli nelle loro case sante le rendevano emblemi degli altari più profondi e saldi del regno- ora erano tutte avvolte dal manto d’una smania incontrollabile, da questa furono trascinate d’un tratto dai loro palazzi nelle fitte e tumide foreste del Decimo Mondo. Un tempo l’Alieno era questo: il vento improvviso che, stravolgendo le imposte delle finestre, frantumandone i vetri, penetra nelle stanze, solleva i lenzuoli e lascia nude le carni. Rapiva le femmine dell’orda ducale annegandole con il vino del sogno, le ubriacava, trasmettendo nelle loro menti strani poteri, tali da renderle pericolose persino per il signore più massiccio di quelle schiere. Nessuno ha mai saputo come l’Alieno entrasse nei palazzi santi del Duca. Alcuni sapienti pensano a un’infezione latente nei mondi catturati, un germe che si ridestava in particolari cicli di tempo, penetrando la mente delle donne, inducendole uno strano risveglio dell’immaginazione.

*Æsᵜera l’Immortale la cui pronunzia umana del nome risuona come Æsherah

Zike incontra Shanuang il Re delle Montagne, il Signore delle Rocce . 

[Dal Libro del Tuono, fra le cui Montagne nascono i racconti della Serie Blake] 

Serie: Ritorno alla Singolarità


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