AFTER INFERNO

Si ritrovarono nella macchina tutti assieme. La noia amplificò la nostalgia nei loro occhi; più s’annoiarono, più imprecarono.

“Oggi ho visto un film di Cronenberg”

“Non ti riprendi, sempre film”

“Com’era?”

“History of violence. Bello”

“Ragà, ma che cazzo facciamo? Cristo, come vorrei un appartamento per me”

“Questo posto è degradante”

“Andiamo da Rufus”

Come ogni sera, si recarono nel posto più frequentato del paese. 

L’atmosfera lugubre ed il profumo del luppolo invase le narici del gruppo appena arrivato. S’appollaiarono al tavolo all’angolo con le loro birre. Il vociferare s’amplificò con il passare del tempo, con l’aumentare dell’alcol.

“Sto fatto, facciamoci una canna”

Uno dei ragazzi tirò fuori il pezzo di fumo dalla tasca dei jeans. Sorrise agli altri. Attesero quel momento di libertà, provvisoria, ma pur sempre libertà. La rollata fu rapida, l’accesero.

Se la passarono con facilità ed un minimo di apprensione nell’attendere il proprio turno, nell’attendere una boccata di aria pura. Le palpebre calarono, si rilassarono ed incominciarono ad articolare cazzate.

“Oh, ma avete visto quanti negri arrivano?”

“Tutti fuori i supermercati”

“Ma perché non vanno a zappare?”

“Perché non ci vai tu? Sei sempre senza un soldo”

“Io zappo; con tua madre”

Scoppiarono in una risata fragorosa. L’oste uscì dalla porta principale e raccolse i bicchieri di vetro vuoti. Ordinarono di nuovo da bere.

Svanì l’effetto della canna, la noia ricominciò ad impossessarsi delle loro anime. Ne fecero un’altra.

“Dio, sto fattissimo”

Risero di nuovo.

“Andiamo in città”

“Che palle, che cazzo andiamo a fare in città?”

Rimasero lì, tra birre e fumo. Li creò disagio vedere i loro bicchieri vuoti, era un trip, era paranoico. Ordinarono di nuovo da bere. Si guardarono intorno. La notte s’appropriò di quell’atmosfera satura di annoiati. Decisero di ascoltare un po’ di musica in macchina. Partirono con l’elettronica, ma le casse sguaiate dell’auto resero l’ascolto uno schifo. Andarono a fare un giro.

Il lungomare fu completamente vuoto, i lampioni erano gli unici a popolarlo; i pochi locali presenti abbassarono le saracinesche già da un pezzo.

“Alle due tutti chiusi, ma come cazzo si fa”

“Facciamoci una canna alle paperelle!”

Con la musica a tutto volume, arrivarono a destinazione. Accesero uno spinello ed incominciarono a discutere su chi scoparsi nei giorni a venire.

“Quanto mi farei Isabella, domani ci provo”

“Ragà, andiamo a puttane. Semplice e rapido”

La canna fu l’unica donna che condivisero, l’unico orgasmo di tante sere passate tra la noia e la frustrazione.

“Toh, guardate”

Un gruppo di immigrati neri passeggiarono con le loro biciclette. Si confusero con il buio della notte.

“Spiegatemi come cazzo è possibile che tutti hanno la bicicletta. Io sono una vita che cerco di prenderne una”

All’unisono annuirono tutti. L’ebbrezza prese il sopravvento e uno di loro incominciò ad urlare ai neri.

“Ei merde, fatemi provare la bici”

Un’espressione di stupore e paura pervase lo sguardo dei malcapitati, i quali non seppero se cambiare strada o continuare di fianco gli ubriachi. Nell’indecisione, si fecero avanti i ragazzi ubriachi.

“Chi te l’ha regalata sta bici?”

Uno dei ragazzi spinse uno dei neri e fregò la bici, ci salì sopra e si fece un giro. I suoi compagni continuarono a deridere gli immigrati. Uno di loro cercò di parlare, ma espresse mugugni senza senso, nemmeno l’italiano sapevano.

“Lasciateci… pace” sentenziò un altro.

“Oh qua comandiamo noi. Se vogliamo farci un giro con le vostre biciclette, tu stai zitto e ce lo fai fare”

“Devi rispondere SI PADRONE”

I neri furono impassibili, una patina di sudore si fece insistente sul bordo della fronte. Ebbero paura. La noia oramai si convertì in adrenalina e l’espressione timorosa dei malvisti amplificò il potere e l’odio che i ragazzi provarono in quel momento.

“Adesso venite a fare un giro con noi”

“No… no signore”

“Bravo, la risposta è giusta, a metà però”

“E’: SI SIGNORE”

Il ragazzo tornò dal giro in bici.

“Sta bici è proprio bella. Ora è mia, ragazzi ci vediamo alle sieci”.

E s’avviò tra boccate di fumo e semplici pedalate.

Gli altri presero l’auto e s’avviarono verso il posto stabilito. I neri non fiatarono, non si permisero nemmeno di alzare le pupille ed osservarsi intorno, erano spaventati, tremolanti. Come foglie di un salice piangente. Un pianto naturale di prede, cibo dei loro predatori.

“Dai, scendete”

I neri si ritrovarono di fronte alla mastodontica opera architettonica del paesello, abbandonata oramai da decadi. Le condizioni erano fatiscenti, lubriche, indecenti, oscene. I mattoncini rossi rivestivano le pareti invase dall’edera accorsa in massa alla conquista del territorio verticale, difeso da sterpaglie incolte, redivive da piccoli insetti neri e rossi, circondati da piccole squame viscide, vertiginose.

I ragazzi ubriachi sollevarono le braccia al cielo. La luna era il loro Dio, il loro unico spettatore che illuminava la scena, colei che rendeva il tutto più appetibile, più esaltante. I ragazzi vivevano d’esaltazione, di gioie, di frustrazione. La vita è una chimera, evadere, evadere, evadere.

Uno di essi convinse gli amici a tirarsi una striscia di coca sul cruscotto prima di fare qualsiasi cosa. Tutti annuirono, tutti s’esaltarono. Presero per il collo i poveri neri, che erano rimasti vicino le portiere dell’auto, immobili, in attesa di ricevere ordini dai loro padroni.

“Ahahahahaah…mi diverto” disse uno dei ragazzi.

Entrarono nella fabbrica abbandonata.

Il buio esalava i respiri dell’oltretomba, s’apprestarono a superare il limbo, per addentrarsi nel cuore esaltante dell’inferno.

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