Aghi nella pelle

L’orologio segna le diciotto. È ora di chiudere. Socchiudo le ante delle finestre. Il buio cala sugli scaffali della biblioteca. Uno scenario desolante quello della chiusura. Un momento della giornata che gli utenti non vedranno mai, così come non sapranno mai cosa succede ogni giorno dietro al bancone dal quale prestiamo i libri. Questa consapevolezza investe di un senso di onniscienza. Ma dall’albero della conoscenza si apprende tanto il bene quanto il male, e conoscere il male significa sentirne tutto il peso addosso.

Gli utenti non sanno che sono mesi che chiediamo all’amministrazione comunale una semplice cassetta della posta. Gli utenti non sanno che la risposta è sempre la stessa: “Ci stiamo lavorando”. Gli utenti non sanno perché la biblioteca è aperta poche ore durante la settimana, perché non sanno che il comune ha affidato la gestione a una cooperativa, e a questa cooperativa – che non si interessa mai di cosa succede qui – importa solamente di tagliare i costi il più possibile. Gli utenti non sanno che quando vengono agli eventi, che organizziamo con i volontari, essi sono il frutto di litigi e gerarchie che si impongono tra chi sceglie di dedicare il proprio tempo libero alla biblioteca. Gli utenti non sanno queste cose. Ed è proprio per questo che entrano ed escono felici.

Con questi pensieri nella testa, con queste sensazioni che scorrono lungo ogni fibra del mio corpo, ritorno a casa. Percorro il breve tratto a piedi e rincaso nel tempo di una canzone (quattro o cinque minuti). Appoggio la borsa a tracolla, mi levo la giacca. Saluto i miei genitori. Fumo una sigaretta. Mi odoro e penso: devo farmi una doccia.

Entro in bagno, mi tolgo i vestiti. Mi guardo allo specchio: occhiaie, viso pallido, smunto. Scosto la tendina, apro l’acqua. Un getto bollente mi colpisce la nuca. Il flusso procede a scorrere lungo la schiena, passa tra le natiche, prosegue sulle gambe e poi giù fino ai talloni. Il vapore sale dai miei piedi. Percepisco dolore. Le gocce d’acqua che scendono dal telefono della doccia mi penetrano la carne. Come aghi nella pelle. La spugna che passo sul corpo sembra scorticarlo. Ipersensibilità cutanea: sintomo di qualcosa che non va bene.

C’è un che di rotto nella mia testa, un ingranaggio che non funziona più come dovrebbe. Ma mi sento troppo debole per cercare una soluzione. Aspetto che l’acqua sciacqui via il bagnoschiuma. Spengo il getto. Gocce che cadono. Apro la tendina: un vento gelido mi investe la pelle. Mi riporta alla realtà: la cena è pronta.

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Discussioni

  1. Ciao, Andrea. Ho letto questo, anche La Macchina e l’ultimo tuo in stile horror. Spero non ti dispiaccia se lascio qui il mio commento a tutti e tre. La tua scrittura è nata e fatta per fornire al lettore, con assoluto distacco, una fotografia di cose a cui di solito non pensa, nel senso che crede di “pensarle” ma su quella che appare come una superficie, la scrittura che usi, gli impone di entrarci dentro: a una biblioteca (e infatti parli del retro/chiusura) ciò che di solito è oscuro al cliente; la macchina (tutti prima o dopo comprano un’auto per i figli, ma in quel racconto c’è il focus sulle dinamiche familiari attraverso una compera di quasiroutine -come il vassoio con le patate che finisce subito di un tuo precedente racconto, mi sembra Lo sciopero-). L’horror mantiene tutto il carico della scrittura a brevi frasi che genera ossessione, il carattere della tua scrittura però, a mio avviso e quindi del tutto personale, è la colla di racconti che traggono linfa dalla realtà delle cose. Nel bene e nel male. Li apprezzo. Ciao.

    1. Ti ringrazio moltissimo per il commento molto approfondito. Il racconto horror è stato più un esperimento per mettere alla prova questo stile con un tipo di contesto completamente differente. Non escludo che ne scriverò altri, ma sicuramente sento più “miei” gli altri racconti.