Aisha

Ci sono strade asfaltate a cui fanno ombra i palazzi e strade dove la polvere fa ombra agli sguardi. Ci sono onde che galleggiano su un placido mare e onde che sprofondano in tempesta di mare.

Ci sono uccelli migratori che svernano verso altre parti del mondo, perché il loro volo cerca calore, e ci sono persone che vengono via dalla propria terra, perché sperano in un futuro migliore.

Aisha non era nata per amore, perché era figlia del tempo che ci vuole per stringere a sé un corpo, fino a provarne piacere.

La sabbia del deserto è morbida, ma non si può mangiare tra due fette di aria secca, perciò Aisha era un’altra bocca a cui levare sete e fame.

Così, quando cominciò a farsi ragazza, giunse l’opportunità di darle una diversa sopravvivenza e, in cambio di qualcosa, fu lasciata a qualcuno, perché la portasse in un posto che fosse lontano.

Aisha aveva la pelle scura, come il buio della sera, e due occhi neri, come la notte senza luna ma con due stelle. Sognava di essere leggera, per volare su un aquilone oltre i confini di quel deserto, dove la sabbia le sbatteva addosso, tenendola inchiodata alla terra. Partì, sperando di andare verso un destino che non fosse peggiore di quello che viveva ogni giorno.

Quella nuvola sopra la scogliera sembrava un viso di donna con i capelli lunghi, come quelli di sua madre; però aveva anche un sorriso dolce, come una mamma che ti vuole bene e che non ti lascia portare via. Aisha rimase a fissarla per un po’, fino a quando non prese altra forma.

Aveva sete di pianto, ma gli occhi rimasero asciutti, perché la sua tristezza non aveva più lacrime. Di sotto, l’acqua sbatteva sulla roccia, spruzzando una nebbiolina di schiuma bianca, mentre altra acqua si spingeva in avanti, per rimpiazzare quella di prima. Come al solito, prese coraggio, per sporgersi sul bordo estremo della radura, quel tanto che servisse a farle avere paura di cadere nel vuoto. Lassù poteva stendere i propri pensieri e parlarci. Lassù si sentiva al sicuro, lontana dal mondo, ma abbracciata a se stessa. Lassù ci sarebbe restata per sempre, ma anche stavolta il suo tempo libero era a fine corsa, per cui dovette affrettarsi a ripercorrere il sentiero del bosco, per fare ritorno là dove non aveva scelto di vivere.

La fattoria era ai piedi del bosco, distante qualche chilometro dal paese; intorno non aveva che terra coltivata e terra da coltivare.

C’erano altre tre ragazze, più o meno della sua età, che avrebbe voluto conoscere meglio, ma non si sentiva tranquilla da parlarci liberamente. Le era stato più volte raccomandato di non dire a nessuno del proprio passato, ”perché certe cose non vengono capite e se non sono capite possono portare guai”.

Lo stesso dovevano aver consigliato alle altre. D’altra parte, non le aveva fino ad allora incontrate da sole, ma sempre in presenza di qualche uomo o qualche donna della fattoria.

Helios aveva il naso storto e appuntito, la mandibola coperta da una esile striscia di barba ben curata e una corporatura abbastanza robusta. Era un capo esigente, ma anche affabile quanto bastasse per farsi considerare un amico. Aisha ne aveva avuta prova una volta che in un vomito di rabbia interiore aveva scaraventata una sedia sul pavimento del salone da pranzo.

Helios le si era avvicinato con fare morbido, mostrando di capire il suo trauma di figlia ripudiata e venduta; con modi gentili, l’aveva invitata a comprendere che la sua irruenza non l’avrebbe aiutata a soffrire di meno, ma solo complicato ulteriormente la vita e che doveva ritenersi fortunata ad essere lì, piuttosto che da qualche altra brutta parte.

«Vedi stai mettendo su qualche chiletto di carne che male non ti sta; il lavoro nei campi ti fortifica e ti permette d avere in tasca anche dei soldi con i quali comprarti qualcosa che ti piace; non ti pare?»

Aisha aveva annuito, convintasi che quell’uomo parlava per il suo bene. In effetti, non stava male e si era pure comprata uno splendido vestito rosa, durante le uscite del sabato pomeriggio, quando accompagnavano lei e le altre ragazze a fare un giro nel paese.

«Ti confido che per te prevedo grandi cose, perché ti ho presa a cuore, sai?» aveva continuato, soffermandosi a buttare fuori dalla bocca il fumo del sigaro.

«Penserai mica di fare la contadina, per sempre?» aveva aggiunto infine, appoggiandole una mano sulla spalla. Aisha aveva sorriso, sentendosi più tranquilla e protetta dal capo.

Certi giorni finivano in fretta, altri sembravano durare troppo.

C’erani giorni in cui pensieri si ponevano come nebbia tra gli occhi e il mondo, così che le cose belle e quelle brutte non apparivano nitide, ma confuse.

In altri, il presente era un lungo e inevitabile corridoio da attraversare per arrivare in un futuro colorato di bello. Ma sempre più spesso la speranza vacillava, perché trascorreva troppo tempo, senza un sussulto di cambiamento.

Quando si andava in paese, non mancava la sosta nel solito bar con le casse acustiche appese alle pareti che sparavano musica di ogni genere.

Quel pomeriggio di maggio, il locale vibrava di motivi africani. Aisha avvertì un crescendo di emozioni che via via ebbero il sopravvento sulla sua timidezza. Quasi senza accorgersene, cominciò a muoversi al ritmo di quella musica. Si alzò dal tavolo,

per avere più spazio da riempire con il suo corpo, continuando a danzare. Avvolta nel vestito rosa, danzava che era bella da guardare.

Helios, tra una tirata di sigaro e una sorsata di birra, pensò che fosse giunto il momento di cominciare ad incassarne un guadagno.

Quella sera, la luna era tonda e più vicina alla terra piuttosto che al cielo.

Quando Aisha si avviò nella sua camera, Helios la seguì, chiudendo a chiave la porta, dietro di loro. Ebbe subito il sentore che qualcosa di strano e di spiacevole stesse per accaderle. Helios le si avvicinò, allungando una mano dietro la sua nuca.

«Hai ballato proprio bene, oggi» disse con un tono insolito.

Aisha sentì il respiro farsi incerto.

«Vieni qua!» comandò, tirandola a sé, per baciarla con il suo alito di tabacco. D’istinto, serrò le labbra, spingendo la testa di lato, per mettersi al riparo dalla lingua dell’altro. Helios reagì bruscamente, dandole uno schiaffo.

«Non permetterti mai più!» digrignò, buttandola sul letto e mettendosi a cavallo delle sue gambe.

«Ti insegnerò a dare piacere, perché questo è quello che dovrai fare e che farai!» minacciò, mentre trafficava tra le sue cosce, strappandole le mutandine. Ora, con una mano le serrava il collo e con l’altra rimestava in basso, per aiutarsi a penetrarla.

Aisha rimase stordita dall’ansimare sudaticcio di Helios e sopraffatta dal peso di questi su di lei. Un braccio, penzoloni a lato del letto, si era ormai rassegnato a non opporre più resistenza, quando la mano si posò su uno degli zoccoli di legno che usava per muoversi nel casolare. Ci infilò la mano dentro, come se lo calzasse ad un piede, e con violenza cominciò a schiaffeggiargli la testa, ovunque capitasse, finché Helios non cadde di lato, liberandola dalla sua prigionia.

La luna piena le permise di intravedere il sentiero del bosco, dove potersi rifugiare e nascondere. Ma Helios la inseguiva già, gridandole di fermarsi, ché nonostante lei corresse l’avrebbe acchiappata lo stesso.

La notte era serena e tranquilla, perché si tiene nascosti i propri mostri, se ci pensa l’uomo a popolarla con la sua orrenda bestialità.

Helios era sempre più vicino. Non lo si sentiva, perché il mare faceva rumore, di sotto.

Ormai, era braccata, senza via di scampo, se non quella da cui arrivava Helios che prese a camminare lentamente verso di lei, sicuro di averla in pugno.

«Dove pensavi di scappare, eh?» le mormorò, sentendo finalmente il respiro corto di lei ad un palmo dal proprio naso.

«Ora ti faccio vedere io!» proseguì, alzando la mano per picchiarla; ma si sentì franare sulle gambe, incredulo di ciò che gli stava accadendo. Aisha non smise di tremare, dopo averlo colpito e lasciata nella pancia la lama di quel coltello che aveva raccolto dal tavolo della cucina, mentre scappava.

Lo guardò che era piegato in due, con la faccia al suolo. Non sentiva pietà, ma solo l’impeto di scappare, di correre, di correre lontano, di correre senza fermarsi mai. Ma Helios l’acchiappò per una caviglia, avanti che lei muovesse un passo, facendola cadere all’indietro.

La trovarono sulla scogliera con il vestito rosa che le copriva i capelli, ma non la bocca. Aveva una mano chiusa, forse per portarsi via qualche ricordo, e l’altra aperta, forse per lasciare che la vita la perdesse. La sollevarono, come un vestito riempito di paglia, a cui saltano i bottoni, e se la portarono via, come un mobile da quattro soldi, a cui non si presta attenzione.

Più in là, le onde galleggiavano su un placido mare, mentre sulla spiaggia una bambina correva appresso ad un aquilone.

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Discussioni

  1. Una prosa molto elegante e continentale, europea ma con un sapore lontano, asiatico o mediorientale, come il Thè nel deserto. Nella descrizione di Aicha ho trovato una scrittura naïf e poetica che m’ha ricordato De Saint Execupery. Trovo anche che il racconto sia ben ritmato e scritto bene, con uno storytelling che avanza ma senza cadere nel didascalismo. Complimenti

  2. Poetico e crudo allo stesso tempo, un buon lavoro. Ti sono sfuggiti un paio di refusi, ma niente di grave.
    Piaciuto!

  3. La prima parte bella come fosse una poesia, la seconda pervasa da una sorta di inquietudine che sfocia nella tragedia, come se questa fosse dovuta. La domanda sembra banale, ma è lecita. Mi viene un po’ di rabbia e mi chiedo “perché?”. Non c’è una risposta. Grazie per aver condiviso il tuo bellissimo racconto

    1. Grazie, per avermi letto e commentato. Fa rabbia anche a me la crudeltà e la falsità umana che purtroppo è più reale e presente di quanto si possa pensare.