Al buio

Serie: Pace in terra


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Stefania era ormai troppo coinvolta per decidere di lasciare la palestra ospedale, a costo di non rivedere più i suoi cari. Piccola piccola Stefania. Natasha da madre non smette di pensarla...

Buio, fitto, nero. Pieni ne erano i miei occhi. Del buio più totale. 

Con Padre Alfonso avevamo servito pasti fino a tardi, non c’era stato tempo di fare altro. Lo avevo salutato, decisa a rimanere in quel posto adibito a cucina per lavare tutte le pentole da me. Per farlo lo spinsi quasi fuori dalla stanza! Ce l’avrei fatta benissimo da sola, e infatti, ce l’avevo fatta! Si, però Natasha, Natasha, se avessi accettato il suo aiuto, alla fine non ti saresti addormentata su una sedia! Ma potevo far lavare i piatti ad un sacerdote? Padre Alfonso mi disse che come Gesù, era qui per servire, non per essere servito, ma neanche questo mi aveva fatto desistere! Cocciuta come un mulo! Ora mi faceva male la cervicale ed ero da sola con il ticchettio di un rumoroso orologio proveniente da chissà dove a riempire lo spazio. Non mi ricordavo proprio dove fosse la stanza che quella bambina mi aveva fatto raggiungere di corsa, ne da che parte fosse il corridoio! E ora cosa faccio? I miei nervi cedettero e mi misi a piangere, perfino per una stupidaggine come quella di non sapere dove fosse il bagno! Quando me ne resi conto, me ne vergognai all’istante. Che cosa ridicola Natasha!


Mi alzai di scatto e cercai disperata l’accendigas. La fiamma era flebile, ma bastò. Attesi che gli occhi si abituassero al buio, e poi mossi i primi passi verso l’esterno. Inciampai più volte in qualche sasso. Mi venne spesso da piangere ogni qual volta incontravo un punto dove ero costretta a passare lateralmente. Temetti di rimanere incastrata più volte. In uno seriamente, poi il cunicolo si allargò ed evitai un’ altra crisi di nervi. Raggiunsi così i corridoi, iniziai a sfruttare la debole luce che ogni tanto proveniva dalle stanze adiacenti, evitando di abusare di quel prezioso accendi gas. Anche se ero così fragile che alla fine cedetti e lo accesi più volte per cercare di tranquillizzarmi. Accesi e poi spensi. Accesi e spensi, accesi e spensi. Accesi. L’oscurità mi faceva paura, specialmente quella che non conoscevo.


C’era stato un periodo in cui nel buio Stefania scorgeva d’improvviso il lupo cattivo. Allora si metteva a piangere e cercava rifugio nel mio abbraccio. Mi si rannicchiava contro e tremava tutta, il suo sguardo sbarrato, le braccine aggrappate alle mie nell’attesa di vederlo uscire fuori dalla penombra. A tre anni invece, mentre tenevo Andreji fra le braccia per le prime poppate, Stefania aveva imparato che il lupo cattivo, proprio perché cattivo finiva per morire. E che aveva paura quanto lei. Allora mi stringeva il braccio e insieme andavamo in perlustrazione per la casa e con coraggio mi diceva, vedrai il lupo non ci mangerà, perché il bene vince sempre! Sorrisi al ricordo. La mia piccola, piccola, Stefania, sempre così coraggiosa! Dicevi che avevi ripreso da me! Ma io non mi sentivo così adesso, qui senza di te. 


Ad ogni curva mentre il soffitto si piegava e soffocava l’ossigeno, mi sembrava di scorgere il lupo, ma avanzavo lo stesso. Le bombe sembravano esser cessate sta notte. E i rumori emergevano tutti. Non avevo mai visto tante persone dormire tutte insieme, il russare era assordante. Le sentivo agitarsi nel sonno, alcune gridavano. E quei gridi mi mettevano i brividi. Avrei voluto svegliarli, ma sarebbe servito solo a farli entrare in un altro incubo, quello reale. Perché tutto questo era reale!

Girai un altro angolo, e il corridoio rimpicciolì nuovamente. Proseguiva in discesa, c’erano stanze veramente piccole, le più piccole mai viste. Alcune contenevano delle nicchie, chissà forse la leggenda dei cunicoli a Kiev provenienti dal monastero era vera. Forse si estendevano per tutta la città! Non ero mai stata sul monte Berestov dove sorgeva, benché disti poco fuori dal centro. Da ucraina lo conoscevo di fama, da cattolica non lo frequentavo in quanto quel Monastero era il centro della Chiesa ortodossa, ma molti amici erano ortodossi, o meglio i più, e chi me ne aveva parlato lo aveva sempre fatto con enfasi, impressionati da quelle grotte che contenevano più di cento santi eremiti, mummie che non avevano subito il deterioramento che il tempo produce sui corpi. Al pensiero ebbi un brivido lungo la schiena. E mi dissi che se avevo paura del buio, questo non era il miglior modo per affrontarlo.  Accesi e spensi, accesi e spensi. Finalmente scorsi sul muro un dettaglio che mi era rimasto impresso. Quel pesce cristiano che al tocco mi colorò il polpastrello di rosso. Cercai di non chiedermi il perché e mi concentrai sulla direzione che ormai sembrava quella giusta. 


Forse era questa la mia stanza, o forse non ci ero ancora arrivata, ma decisi di entrare. Una donna stava mettendo a dormire il suo bambino. La vidi ricoprirlo di quel poco che aveva, la vidi ricoprirlo di baci, per poi tornare nella sua branda. Decisi allora di avvicinarmi; mi costava chiedere aiuto, ma non potevo continuare a vagare un minuto di più. «Mi…mi scusi tanto il disturbo. Mi chiamo Natasha. Sono arrivata questa sera, e mi sono persa nel buio!» dissi tutto di un fiato

«Signora, non si preoccupi. Si sieda qui accanto a me, c’è un letto libero se vuole in questa stanza. Si avvicini la prego, altrimenti inizierò ad agitarmi se continuo a parlare solo con la sua ombra» 

«Grazie, a dir la verità, mi scusi la domanda diretta, ma cercavo principalmente il bagno» dissi imbarazzata la tensione accumulata stava facendo effetto

«Il bagno? È complicato spiegare dove si trova. Se vuole l’accompagno, ma non posso star via tanto, ho il piccolo Oleksandr che si è appena addormentato»

«Certo, si. Grazie, mi scusi davvero tanto» dissi bisbigliando rimanendo sul posto nella penombra

«Si figuri. Ora che la vedo più da vicino. Lei è una delle cuoche vero? Sono io allora che devo ringraziare lei per aver cucinato per noi sta sera – incamminiamoci prego – L’ho vista con il prete, non si è fermata un’attimo! Mi chiedo dove trovate tutte queste energie! Io sono esausta! Anche io sono arrivata da poco, ma non me la sono sentita proprio di aiutare» 

«Non si preoccupi, sarà per un altra volta, se lo vorrà»

«Certo si, spero tanto di riprendere un po’ le forze! Torno adesso da un ospedale e… Ecco guardi, ci siamo. Lei conti sempre i fori del soffitto. Alla prima biforcazione ce n’è uno molto grande, poi ci sono altre due grandi stanze, un’altra biforcazione e poi da qui il naso l’aiuterà a trovare il bagno. Non l’accompagno per ovvie ragioni. Anzi, se vuole le presto il mio fazzoletto, così potrà coprirsi la bocca. Le esalazioni sono molto forti» 

«Grazie Signora, lei è molto gentile, e mi scusi non le ho chiesto neanche il suo nome…Signora, attenzione ma dalla tasca le sono cadute delle lettere! Signora, Signora ma non mi aspetta qui?»

Prese in fretta le lettere e corse via, i muri avevano appena finito di tremare. Una bomba era caduta poco lontano. Sicuramente sarei corsa anche io da mio figlio. Andreji, magari domani tornerò da te!

Signora, Signora? Chiamai per sicurezza ma la bomba coprì la mia voce. Mi accasciai e vidi una delle lettere ancora a terra, nel punto in cui mi aveva lasciato. Alla seconda scossa, decisi di non indugiare oltre. Presi la lettera e corsi poco distante. Per fortuna trovai la mia stanza e le mura smisero di tremare. La Signora si era dimenticata anche il suo fazzoletto. Glielo dovevo assolutamente restituire era troppo prezioso per tenerlo con me, il ricamo era davvero di grande fattura. E la lettera, preziosa, lo era forse di più. Era ancora sigillata, senza mittente ne destinatario, o meglio c’era scritto solo: A Natasha. Che strana coincidenza, pensai. Accesi, e spensi, accesi e spensi. Ebbi l’impulso di aprila, ma fu un attimo. Infilai la lettera e il fazzoletto sotto il cuscino, mi distesi. La brandina iniziò a scricchiolare, quasi quanto le mie ossa. Adagiai piano la testa sul cuscino, e il lupo mi rapì nel sonno. 


«Natasha buongiorno!»

«Chi è? Dissi da sotto il cuscino»

«Natasha è mezzo giorno e direi che è ora di alzarti» disse una bambina

«Stefania sei tu? Stefania!»

«No, sono Biancaneve! Padre Alfonso mi ha detto di svegliarti che fra poco pranziamo»

«Che cosa? Ma che ore sono?»

«Te l’ho detto è mezzogiorno!»

«Ma è tardissimo! Perché non mi avete svegliata prima! Non è possibile!»

«Padre Alfonso ha detto di lasciarti dormire Bianconiglio» disse la bambina ridendo

«Bianconiglio a me! Io non ho mai fatto tardi ad un appuntamento! Ora Padre Alfonso mi sente!» 

Chiesi alla piccola di farmi strada mentre mi davo una sistemata. Ma lei iniziò a correre per la stanza dicendo di sedermi che sarebbe venuta la Regina a cercarmi. La Regina, Bianconiglio, Biancaneve. Era strano anche il sogno che avevo fatto. Dei lupi infermieri che però erano buoni. Stavo impazzendo, forse il Cappellaio matto mi stava augurando Buon non compleanno accompagnandomi dalla Regina che entrò poco dopo nella stanza. 

La Signora della sera prima mi sorrideva, con un bambino in braccio pronta ad indicarmi la via. «Natasha, buongiorno. Non mi riconosci? Vieni su che sta volta in cucina tu ti siedi e io prendo il tuo posto!» 

Afferrai la lettera da sotto il cuscino e il fazzoletto e la seguii. 



 


 



 







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Discussioni

  1. “A tre anni invece, mentre tenevo Andreji fra le braccia per le prime poppate, Stefania aveva imparato che il lupo cattivo, proprio perché cattivo finiva per morire. E che aveva paura quanto lei.”
    Bentornata con un nuovo episodio e con la dolcezza della prosa che ti contraddistingue. C’è sempre molta saggezza in ciò di cui parli e che narri. La storia è appassionante e, purtroppo, sempre attuale.

  2. “Buio, fitto, nero. Pieni ne erano i miei occhi. Del buio più totale.”
    Che bella frase. Poesia e musica in un unico verso, breve, libero: il più difficile, come sosteneva l’amico Francesco Pino in un suo commento a un mio racconto, sui vari tipi di componimenti poetici, in rima o sciolti o come diceva lui, giustamente, da non confondere con i versi liberi.
    Bello l’intero racconto. La tua prosa, Maria Anna, riesce sempre ad incantarmi.