ALI SPEZZATE

Vi capita mai di sentirvi inesorabilmente soli? Anzi, credo che non occorra porre una domanda di questo genere, perché la solitudine è qualcosa che nasce con noi, è un sentimento innato.

Il mio lungo cammino è stato segnato da una storiella, proprio la mia, ed è per questo che ho le ali spezzate, perché non sono più in grado di volare, di intraprendere una via, una via fatta di luce e speranza.

Quel fatidico giorno con un cielo abbastanza cupo da rivoltarsi anche contro me, stavo in camera mia, una stanza composta da quattro mura, che dividevano la mia piccola anima, da soggetti troppo poveri di contenuto, perché credo che sia proprio questo il motivo che spinge un umano ad utilizzare la violenza.

Non so cosa passa dentro la testa di queste persone, non so cosa frulli dentro la testa di questi soggetti che definirli “uomini” è altamente improbabile.

La cosa che mi da più rabbia, credo sia il fatto che la donna, umana in egual modo del maschio, pur credendo di trovarci in una società moderna, in realtà è comunque proiettata in un futuro generalizzato, maschilista.

Ora, non sono qui per offendere il genere uomo, perché anzi credo che quello stesso genere che mi stava togliendo la vita, è riuscito a ridarmela.

Stavo semplicemente sfogliando un libro segretamente, perché anche leggere in quella casa era diventato qualcosa di meschino. Mi chiedo che idee possa farmi se l’unica cosa che mi rende felice mi viene anche tolta.

Un tuono riesce a farmi sobbalzare dal mio letto, accompagnato da una tempesta che non aveva voglia di cessare, era violenta, ed ogni goccia colpiva focosamente la mia piccola finestra, l’unico barlume di speranza era proprio quella, quella finestra che sembrava quasi un quadro, una foto, un sogno per una ragazzina adolescente di appena diciassette anni.

Mentre il mio sguardo guizzava proprio là fuori, ecco che inizio a sentire dei passi abbastanza veloci farsi sempre più avanti, riesco a nascondere velocemente il libro sotto al letto, e la porta come per magia viene aperta.

Era mia madre, una donna dall’età giovane, ma dall’anima solennemente invecchiata. Le sue non erano rughe di età matura, le sue erano rughe di aiuti, di evadere, di scappare da quella vita che non le apparteneva.

La vita con lei non era stata molto graziosa, è proprio per questo il suo destino era stato messo nelle mani di un uomo folle, che utilizzava la violenza come punto d’accesso a tutto. Purtroppo è stata anni in silenzio, senza poter rivoltarsi o ribellarsi, doveva sposare quest’uomo perché l’unico frutto per una vita degna era il denaro.

La famiglia era più che sicura di aver scelto mio “padre” come uomo adatto a lei, perché cosi’ era in grado di portare avanti le redini. Magicamente sono nata io, figlia unica, succube dal disordine mentale di questa coppia.

Sembrerà una cosa abbastanza cruente da dire, ma io non ritengo quell’uomo mio padre, cosi’ come non ritengo questa donna che continua a fissarmi mia madre, vi chiederete il motivo, è abbastanza semplice, la paura di mia madre è cosi forte che nemmeno le urla che contiene all’interno riescono ad uscire. Sarò molto più chiara e coincisa, la paura che ha lei di mio padre fa si che rimanga in silenzio ad osservare la propria figlia morire lentamente.

«Sta arrivando tuo padre, ti prego.» Queste sono le uniche frasi che lei riesce a dirmi prima del suo arrivo, non è mai andata oltre, e tutte le volte resto interdetta e con l’ansia che sale e mi divora.

Riesco a sentire la voce di mio padre urlare il nome di mia madre, lei chiude gli occhi per un secondo, e corre subito verso di lui. Che il cielo possa aiutarmi ripeto dentro di me.

«Chi ha rubato il mio libro dallo scaffale» urla proprio lui correndo verso camera mia.

Stringo le mani nelle mie lenzuola bianche, e prego davvero che non abbia una delle sue solite sfuriate, ho ancora dolore al braccio, ho ancora un livido vicino al mio occhio, e non ho voglia di avere altri segni, che più che fisici, sono mentali.

Fa il suo ingresso mio padre, con la sua solita maglietta nera sporca di birra, il suo odore è ripugnante, il denaro lo spinge a bere e a divertirsi nei night club tutta la notte, lasciando mia madre da sola, e non curandosi di una famiglia. Più volte mi è stato detto che si diverta con altre donne, forse prostitute, ma qualsiasi cosa sia, mi fa molta paura.

«Come ti sei permessa a prendere quel libro brutta stronza che non sei altro» urla vicino al mio viso mentre ormai l’unica cosa che mi rimane da fare e resistere. Non piango più da tantissimo tempo, sono abituata a restare semplicemente zitta.

 Zitta e subisci!

La scena potrebbe sembrare comica, perché quella donna resta inerme davanti la mia porta, mentre lui sfila dal suo pantalone il cinturino, pronto per essere utilizzato contro di me.

Sono anni che non guarda il suo scaffale, mi chiedo come abbia fatto a capire che ho preso semplicemente un libro per leggerlo.

Il groppo in gola sembra ormai di casa, non mi da nemmeno la possibilità di respirare per bene.

Prende i miei capelli lunghi, li strattona fino a farmi cadere in ginocchio davanti a lui e mi fa voltare. Solleva in modo quasi automatico la mia magliettina, e in poco tempo riesco a sentire la rabbia scatenarsi sulla mia schiena.

Colpi decisi sulla mia pelle, riesco a sentire ferite riaprirsi perché non è la prima volta che compie questi atti. Ma la cosa che mi fa più male non è tanto il dolore, il dolore è alternativo, arriva quando i pensieri si coalizzano sul dolore fisico. Il dolore più forte sta dentro di me, perché quei colpi entrano nella mia colonna vertebrale fino a raggiungere il cuore, quei colpi riescono a farmi pensare solo ad una vita misera e senza conclusioni.

«Ho le ali spezzate» riesco a sussurrare a me stessa, col fiato corto e la voce tremante mentre i suoi colpi diventano più veloci.

Un suo calcio mi fa cadere a terra, nel pavimento gelido, mentre la pioggia scende agli stessi livelli di quei colpi di frusta che ho ricevuto. Mi lasciano li’ a terra, le due creature che mi hanno messo al mondo, mentre sono ormai spenta dentro, nemmeno la piccola candela che abbiamo tutti dentro, fatta di speranza, è accesa.

Quasi ogni giorno vivo queste condizioni, senza avere un po’ di pace, serenità, VITA.

Mi alzo con una rabbia dentro che non so spiegare, barcollo, anche la poca lucidità di mio padre è stata trasmessa in ogni suo colpo. Le condizioni di una persona non dovrebbero essere cosi’, non dovrebbe esistere un mondo fatto di odio e malinconia, dovremmo avere tutti un istante per sorridere, per ricordare quanto sia speciale il dono della nascita.

La mia razionalità è andata fottutamente via, non ragiono più, solo una scossa di assenza rimbomba dentro di me. Prendo di fretta e furia la mia giacchetta, mettendo il cappuccio e ricordando a me stessa che non ho possibilità se non morire.

Apro la mia piccola finestra, piccola quanto la mia voglia di continuare questo male, e riesco ad uscire cadendo di peso verso l’esterno. La pioggia mi inghiotte nella sua tempesta, vedo sfocato, voglio raggiungere di corsa una strada.

Sono tutta bagnata e stanca, stanca perfino di pensare. Corro ad una velocità mai avuta prima verso la strada, mentre le macchine passano ad una velocità superiore alla mia. Mi butto sotto la corrente che viene chiamato destino, facendomi quasi colpire da una macchina nera che si ferma improvvisamente procurando un rumore assurdo.

Nemmeno il mio gesto fatale è riuscito a togliermi dal mondo.

Il conducente scende dall’auto di fretta e furia urlando come un pazzo, mentre mi butto a terra, con la pioggia incessante, inizio a colpire la strada con pugni forti, ed ecco che dopo anni urlo, urlo disperatamente mentre anche le mie lacrime si danno alla pazza gioia.

Piango fiume di dolore profondo, mentre urlo con ogni fibra del mio corpo, non ce la faccio più.

Di colpo il ragazzo che era sceso dall’auto corre verso di me, se in un primo momento stava urlando contro di me, adesso osserva il mio viso, facendomi cadere il cappuccio, guarda il mio livido sull’occhio destro. Succede tutto in un istante, le sue braccia che per me sembrano luce divina mi avvolgono verso il suo petto, stringendomi cosi’ forte che potrei perdere il respiro.

I miei singhiozzi sono maledettamente infiniti, non riesco a credere nemmeno a me stessa che un umano, specificatamente un ragazzo, mi stia consolando.

Le sue mani sconosciute sfiorano il mio livido violaceo sul viso, riesco finalmente ad osservare il suo viso, i suoi sguardi verso di me.

 «I tuoi occhi sono stati la prima cosa che ho notato quando ho scostato il tuo cappuccio, raccontano qualcosa di brutto.»

La sua voce sembra uno scudo di protezione, di solidità, di pura sincerità.

«Abbracciami» riesco soltanto a dire in preda ad un secondo pianto isterico, ERANO ANNI CHE NON RESPIRAVO, GRAZIE CIELO.

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Discussioni

  1. Storia toccante, straziante. Bellissimo il riscatto finale, quel rivedere la luce e poter finalmente respirare. Le parole scivolano come lame, raccontando con incredibile efficacia l’orrore di una triste realtà che, purtroppo e fin troppo, lacera questo nostro mondo. Complimenti per la capacità di trasmettere tanto! Un saluto.

  2. Racconto struggente, che evoca rabbia e infinita solidarietà per la vittima. Da genitore ho trovato agghiacciante l’ignavia della madre. Grazie di aver dato voce a questa povera ragazza e di aver riacceso in lei la candela della speranza.

  3. Da scrittrice so che è illecito chiedere dove iniziai il racconto e dove finisca la storia personale, ognuno nei proprio racconti rielabora a suo modo esperienze proprie e altrui, come ha già scritto Assunto tu la scrivi come se fosse direttamente vera, per cui lo stile del racconto viene sopraffatto quasi dal resoconto di una donna disperata, tratti un tema non facile, enormemente ostico, e si sente tutta la disperazione della donna qui descritta, quindi complimenti per aver tirato fuori a tutto questo, brava!