Alice in Cialis

Serie: Segnali prostatici


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Giorgio ha scoperto che una micro-civiltà si è rifugiata nella sua prostata. Per comunicare con Alessia, il loro tramite, deve mantenere sempre viva la sua erezione.

Sono sicuro che cinque anni fa, ad almeno un colloquio di lavoro, qualcuno mi abbia chiesto: 

«Come si vede tra cinque anni?»

«A passare le giornate guardando porno, rimanendo sempre sull’orlo dell’eiaculazione, solo per farmi raccontare le vicissitudini di 4 miliardi di micro-profughi che abitano nella mia prostata.»

Sarebbe stato fico poter rispondere così. Non avrei ottenuto nessun lavoro, ma mi sarei sentito come il signor Giancarlo alla Ruota della fortuna, che sacrificò tutto per la gloria.

La cosa triste è che avrei detto la verità.

Ma nonostante i porno mi siano sempre piaciuti (ce ne sono anche alcuni con delle trame avvincenti, per quanto raramente io abbia resistito fino alla fine), la situazione non era sostenibile a lungo termine. Inoltre, dopo i quarant’anni, non è che sia così facile far “rimanere sull’attenti” per troppo tempo il mio inquilino del piano di sotto.

Quindi ho pensato: e se mi aiutassi con il Viagra?

Ho chiamato il mio medico, facendomi mille paranoie, e invece lui non ha battuto ciglio. Anzi, mi ha anche consigliato di virare sul Cialis, che rispetto alla pillolina blu, ha una durata più estesa.

Fino a qui sembrava andasse tutto bene, anzi, ero anche moderatamente orgoglioso di aver avuto questa geniale intuizione e di aver superato la vergogna di parlarne con il medico. I problemi sono arrivati dopo, quando invece ho preso la molto meno geniale decisione di recarmi presso la farmacia Montanari.

Questa farmacia ha un enorme pregio: posso arrivarci a piedi, visto che dista cento metri da casa mia, e Dio solo sa quanto ciò sia di estremo valore per un ipocondriaco come me.

Ma questa farmacia ha anche un enorme difetto: la proprietaria è Alice Montanari, la mia ex.

Di solito non mi faccio problemi, con Alice ci siamo lasciati bene – col cavolo che mi sarei lasciato sfuggire la comodità di una farmacia sotto casa – ma un conto è andare dalla tua ex a comprare una confezione di Nurofen 200mg da ventiquattro compresse rivestite o lo sciroppo Fluibron con flacone da 200ml, tutt’altra cosa è arrivare lì e dire:

«Ehi, per caso avete il Cialis da 20mg, quattro compresse? Il dosaggio da 10mg non me lo faceva venire abbastanza duro, il medico ha aumentato la dose».

La buona notizia è che la farmacia ha ampie vetrate e un bar di fronte. Una situazione perfetta per capire di nascosto se Alice in questo momento stia lavorando oppure se ho campo libero per recuperare il mio Cialis senza imbarazzi.

Mi siedo a un tavolo del bar e prendo un caffè. Indosso gli occhiali da sole e ho il bavero della giacchetta alzato, mi mancano solo il cappello Fedora e i baffi finti e potrei recitare in un film di spionaggio. Mi aspetto da un momento all’altro di sentire qualcuno che parla russo e distrugge microfilm.

Invece sento solo le battutacce di due energumeni che sfogliano la Gazzetta parlando di tette, e la schifo-music che riempie la stanza, insieme agli odori di cornetti raffermi e tramezzini che hanno superato la tramezz’età ormai da parecchie ore.

Cerco di ignorare tutto e mi concentro sulla missione. Alzo lo smartphone, fingendo di scorrere i social, ma in realtà ho la telecamera puntata sulla farmacia con lo zoom al massimo e comincio il mio appostamento.

Bevo un sorso di caffè. Immediatamente, l’intenso sapore amaro di questa odiosa bevanda mi provoca un’ondata di disgusto, con tanto di faccia contorta da micro tremori e bocca che allappa disperata.

Noto la barista che mi guarda colpevole, poverina, pensando di aver sbagliato qualcosa. In realtà ho dimenticato di mettere lo zucchero. E se non si fosse capito, io odio il caffè amaro.

Apro una bustina di zucchero e me la svuoto direttamente in bocca, tentando di ristabilire il delicato equilibrio sensoriale del mio palato, ma ottengo solo una sorta di grumo appiccicoso – che per poco non mi strozza – e lo sguardo schifato delle due signore al tavolo di fianco.

Ma qui abbiamo una missione da compiere. Ingoio la poltiglia, ignoro le signore e mi concentro sullo smartphone. Vedo il faccione di Matteo che serve un anziano. Poco più in là, Martina sta sistemando dei farmaci nei cassettoni dietro il bancone. Alice non è in vista. Sì, ovviamente conosco tutti quelli che lavorano lì dentro, sono il loro più fidato cliente dopotutto.

Pago il caffè alla giovane barista, traendola d’impaccio dalle avances insistenti di un cinquantenne che puzza di alcool e sigarette. Per un secondo la osservo. È poco più che una ragazzina. Ha un seno importante, mi ci cade l’occhio, anche se in realtà non ha nemmeno la maglia scollata. E mi sento in colpa. Ripenso alle battute dei due energumeni di poco prima e ricollego che stessero parlando di lei. Sono stato qui solo per cinque minuti, posso solo immaginare cosa lei debba sopportare durante tutto il giorno. E io ho fatto pure quella faccia schifata bevendo il suo caffè. Sento che dovrei fare qualcosa, che dovrei dirle qualcosa, che non siamo tutti così.

«Quant’è?»

«Un euro e dieci.»

«Ecco a te.»

«Grazie e buona giornata.»

«Anche a te.»

Altro che agente segreto, sono una merda. Forse siamo davvero tutti così.

Attraverso la strada vergognandomi anche solo di alzare lo sguardo da terra.

Mentre entro recupero l’impegnativa e la tessera sanitaria. Chissà se anche Alice in farmacia deve subire quello che è costretta a subire quella povera ragazza. Non me ne ha mai parlato. O forse ci aveva provato e non l’ho ascoltata, distratto come sempre da mille cose inutili.

«Prego Giorgio, dimmi pure.»

Alzo lo sguardo.

«Ciao Alice. Ecco, io… tieni.»

Porgo l’impegnativa ad Alice che mi sorride da dietro il bancone, probabilmente era nel magazzino. Non valgo niente nemmeno come agente segreto.

Legge l’impegnativa.

«Ah.»

Alice non sorride più.

Continua...

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