Alla fine del tunnel

Non so da quanto tempo stessi camminando, forse ore. Con me, non avevo nessuna fonte di luce e, l’unico indizio della strada che dovevo seguire, erano dei vecchi binari arrugginiti tra i quali zoppicavo. Ogni tanto, sentivo una goccia d’acqua cadere da qualche parte in lontananza, nell’oscurità, forse dovuta all’umidità o ad un’infiltrazione. Non avevo paura, sapevo che non mi sarebbe successo niente. Molti si ostinavano a ripetermi di non andare nei vecchi tunnel, ma erano una manica di codardi creduloni. Io ero diverso, sapevo quello che si nascondeva al di là dei tunnel. È vero, se non si stava attenti ci si poteva perdere facilmente e non uscire più da quelle tenebre, ma avevo trovato il segreto di quel labirinto e nessuno mi avrebbe impedito di vederlo ogni volta che ne avessi avuto voglia. Continuai a camminare finché i binari non virarono bruscamente. Mi accovacciai ed iniziai a tastare per terra finché non trovai nell’oscurità le fredde sbarre di metallo che mi avevano portato fin lì. Dalla tasca presi una piccola calamita a forma di freccia e l’appoggiai su un bullone, assicurandomi che puntasse verso la direzione da cui ero arrivato. Sorrisi soddisfatto. Feci qualche passetto in avanti, tenendo con una mano una delle sbarre e con l’altra continuai a cercare finché non trovai un’altra linea di binari. Mi ci avvicinai, mi rialzai, mi assicurai che fossi al centro delle vecchia linea ferroviaria e ripresi a camminare. Non mancava molto ormai, solo una curva a destra… un’altra e sinistra ed ecco… il puntino di luce. Finalmente ero arrivato. Non accelerai il passo, non avevo fretta. Ormai riuscivo già a sentire l’aria fresca accarezzarmi il viso. Lentamente, riuscii a distinguere i binari ai miei lati e le assi di legno, marce, che ne facevano da sostegno. Più mi avvicinavo alla fine del tunnel più mi sentivo leggero e libero. Intorno a quei morti pezzi di metallo, iniziarono a comparire sporadici ciuffi d’erba finché una folta radura si aprì tutt’intorno a me. La prima cosa che feci, come ogni volta d’altronde, fu di togliermi gli scarponi e godermi quella soffice sensazione che dà l’erba sotto i piedi. Feci qualche passo verso il grande albero che c’era al centro della radura. Il cielo era limpido. Mi guardai intorno, ma di lui nessuna traccia. Fischiai due volte e sentii il suono spargersi leggiadro nella foresta circostante e rimbombare cupo nel tunnel. Mi avvicinai ancora di più all’albero e mi ci sedetti ai piedi. Non ci mise molto ad arrivare. Sentii il suo passo, stranamente pesante, uscire circospetto dalla foresta. Fischiai per rassicurarlo. Misi una mano in tasca. Lo sentii fermarsi e sbuffare nervoso. Non me ne curai e mi portai agli occhi una grossa carota che avevo portato con me. Lo sentii scattare sull’attenti. La lanciai lontano. Dalle mie spalle, una grossa macchia marrone corse in avanti e afferrò il tubero al volo. Oltre a me nessuno aveva avuto il privilegio di vederlo. Ci misi molto tempo a scoprire il suo nome, ma alla fine, cercando nelle vecchie enciclopedie, facendo delle ricerche e chiedendo informazione ai miei nonni scoprì che si chiamava cervo. Un animale fiero, maestoso. La cosa che mi stupiva di più in lui, erano le corna, ogni primavera aveva un palco di corna sempre più grande, ramificato e magnifico. C’erano voluti ben due anni per convincerlo a fidarsi di me, ma alla fine ce l’avevo fatta, o quasi.

La prima volta che lo vidi era inverno. Mi addentrai nelle gallerie per scappare da un paio di ragazzini a cui avevo fatto un dispetto e che mi volevano pestare. Corsi nell’oscurità, affannandomi per la paura, non so per quanto mi abbiano seguito. Ad un certo punto, lì dove svoltavano i binari, inciampai e caddi per terra. Mi rialzai in fretta e continuai a correre. Ogni passo che facevo, sentivo sempre più freddo finché non arrivai alla fine del tunnel. La neve ricopriva ogni cosa. In città non avevo mai visto nulla del genere. Lì non pioveva e non nevicava. Abitavamo sotto una cupola, in una colonia con regole ferree e nessuno di noi, a parte i più anziani erano stati fuori. Camminai incerto in quell’oceano bianco, gli alberi avevano perso tutte le foglie e il grande pioppo al centro della radura sembrava un enorme scheletro deforme per la neve accumulatasi sui rami. Camminai lentamente verso di lui. In città gli alberi erano rari e nessuno aveva il permesso di toccarli. Avvicinai la mano al tronco e, dopo essermi guardato intorno circospetto, lo toccai. Sentii la ruvida corteccia sotto le mie dita. Rimasi così, imbambolato finché non sentii un rumore secco provenire dalla foresta. Mi voltai di scatto. All’inizio non notai nulla di strano, ma poi mi accorsi che dei rami si stavano muovendo. Caddi per terra spaventato ed arretrai in fretta verso il tunnel, poi notai qualcosa di strano attaccato a quei rami e mi resi conto che era un animale. Mi avvicinai circospetto alla creatura, incuriosito ed affascinato da quella strana forma di vita, ma, così come io ero pronto a lui, lui non era pronto per me. Quando ormai ero a pochi metri di distanza e ne riuscivo a scorgere tutto il corpo, mi guardò stranito, si voltò e scomparve tra i rami. Mi chiesi se l’avrei mai rivisto.

Aveva finito di mangiare la carota e, adesso, si avvicinava circospetto. Io rimasi immobile, in attesa. Guardai i suoi zoccoli avanzare verso di me e il suo sguardo fisso, leggermente intimorito. Mi affiancò, mi scrutò e si accovacciò a pochi centimetri da me, con lo sguardo rivolto verso il tunnel. Non era mai successo prima. Allungai la mano. Appena lo sfiorai sentii i suoi muscoli tendersi e voltò la testa di scatto. Sostenni il suo sguardo, così diverso dal mio, così puro e primordiale. Presi coraggio e, lentamente, gli accarezzai il manto. Lui continuò a guardarmi, poi si voltò ed abbassò la testa. Non so per quanto rimanemmo così, l’uno accanto all’altro. Fui io a rompere l’incantesimo. Mi alzai lentamente, cercando di non agitarlo e mi allontanai. Il cervo si rialzò, mi guardò circospetto e si diresse verso la foresta. Raggiunta la fine della radura, mi lanciò un’ultima occhiata. Lo salutai con la mano e lui, con il suo portamento fiero, scomparve tra gli alberi. Sospirai, assaporando l’aria pulita. Mi diressi verso il tunnel, chiedendomi cosa ne pensasse di me, una strana e sgraziata creatura che arrivava dall’oscurità.

 

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Discussioni

  1. Ciao Francesco. Secondo il mio parere, il tuo racconto oscilla tra parti riuscite e altre che risultano inutili ripetizioni. La storia è bella, anche se poco originale. Hai una bella penna che merita di essere affinata. Un saluto.?

  2. Ciao Francesco, la mia predilezione per il distopico è nota. Mi è piaciuto il tuo racconto, sei riuscito a farmi sentire pienamente le sensazioni del tuo protagonista. Sempre più, il nostro mondo scivola verso un grigio uniforme. Mi è piaciuta l’introduzione del portale, simbolo di speranza. Questa storia meriterebbe un seguito 🙂