Alla ricerca dell’oro perduto

“Dear Maestro Andrea, scrivo questa mia lettera – nobody else’s? (e di chi altro?) – perché devi venire presto mia White House. Che bello vedere noi quattr’occhi, you understand me? Sarà magnifico sentire tua voce. No mancare, se tu qua avere mancamento porta tua credit card currently valid, altrimenti manca in Italy, bye bye.” 

Dal tenore della missiva il Maestro rimase interdetto; lui, tenore di fama mondiale che aveva fatto la fame solo in senso metaforico a inizio carriera, non ci vedeva a causa di una malattia irreversibile della vista. Per leggerla aveva incaricato suo figlio, un ragazzo ormai uomo dal fisico prestante e dalla statura oltre la media, richiestissimo come modello per quel corpo statuario modellato da madre natura in vena di esagerazione e che aveva seguito le orme del padre ereditandone anche la voce.

A dissipare ogni dubbio sull’autenticità della lettera, lo stile elementare forse poteva dare qualche indizio, la firma apposta di suo pugno, pugno duro ovviamente, in formato macro in calce al testo che ne garantiva la veridicità, oltreché dal sigillo presidenziale raffigurante un’aquila calva che guarda a destra.

Un diniego era inimmaginabile, sarebbe stato mal digerito dal Presidente e ancor meno ruminato dall’ex capo della Polizia di Frontiera, un uomo tutto d’un pezzo con ancora qualche tratto umano, suo uomo fidato di cui diffidare, pena la visita poco gradita in un istituto di pena.

«Ho un nodo in gola, mi chiedo se riuscirò a cantare in sua presenza.»

«Dai, papà, hai calcato i teatri lirici di mezzo mondo, devi farcela.» 

«Accompagnami, ti prego» l’accorata preghiera di Andrea.

«D’accordo, “con te partirò su navi per mari…”»

Quelle parole familiari lo convinsero. Saliti sul loro jet privato decollarono verso il Nuovo Mondo, le note della nona sinfonia di Dvořák – Dal Nuovo Mondo – allietarono il viaggio oltreoceano. 

~~~~~

Vista dall’oblò la Casa Bianca sembrava sbiadita, un grigio plumbeo avvolgeva l’iconica residenza presidenziale con le sue colonne ioniche, quel monumento del potere era il centro di comando dove venivano decise le sorti di tanti uomini e donne di questo mondo, il loro destino era nelle mani di un  solo uomo al centro di uno Studio Ovale.

Accompagnato dal figlio e da una nutrita scorta della guardia presidenziale il tenore  varcò la soglia, dove, Dio non voglia, non in questo caso, lo attendeva il Presidente.

«Canta per me, mi piace sentirti cantare. You are the number one, come lo sono io, please Maestro, sing! SING!»

Non farlo era rischioso, Sing Sing, il carcere di massima sicurezza non era molto distante.

Si sentiva come una mosca bianca alla Casa Bianca, al contrario di una mosca di Mosca che si sarebbe trovata a suo agio. Sicuramente.

Dopo un attimo di silenzio, forse dovuto ad un attacco di panico o, forse, voluto semplicemente per creare la giusta atmosfera, il giusto pathos, il Maestro iniziò il recital davanti ad una ristretta platea di fedelissimi del tycoon, comunemente definita il cerchio magico che, nella fattispecie, sarebbe più opportuno definire come l’ovale magico. 

Con lo sguardo fisso rivolto all’infinito e la voce potente dall’originalissimo e inconfondibile timbro, il tenore incantò gli astanti, i pochi fortunati presenti.

«Adesso, Mr. President, le dedicherò questa famosa aria, Vesti la giubba, tratta da una celeberrima opera di Leoncavallo.» 

Il Presidente conosceva a malapena qualche parola d’italiano: that’s amore, Italia bela, spagetti, pizza four seasons; non conosceva il significato della parola pagliaccio, lui che odiava i clown. Lo conosceva la splendida first lady nata in Slovenia, a poca distanza dall’Italia.

Preso un forte e ampio respiro il tenore dette il meglio di sé; il culmine della sua performance arrivò ben presto, come non ricordare quei versi struggenti scritti dallo stesso autore de I Pagliacci, versi che rendevano quella melodia semplicemente sublime.

“La gente paga e rider vuole qua. 

E se Arlecchin t’invola Colombina, 

Ridi pagliaccio, e ognun applaudirà!

Ridi pagliaccio…”

Un applauso spontaneo del pubblico presente sottolineò l’impeccabile esibizione del tenore,  accolta positivamente anche dal Presidente con un ampio sorriso non di convenienza. Sorriso che si smorzò all’improvviso trasformandosi in un ghigno di disapprovazione quando la bella moglie lo informò del significato, essere equiparato a un clown non farebbe piacere nessuno, neanche a un pagliaccio. 

Il Maestro non poté osservare la scena e quel faccione dall’espressione tutt’altro che empatica del Presidente. A compensazione della cecità aveva sviluppato un forte sesto senso, quella percezione a pelle che gli faceva cogliere immediatamente un cambiamento di clima. Il presentimento che qualcosa di negativo stesse per succedergli da un momento all’altro lo mise in apprensione. E così avvenne. 

«Come here! So I would be a (così sarei) palliacio?  I hate (odio) clowns?»

«Io non l’ho mai pensato, come potrei! Lei è un grandissimo Presidente. Io per lei canterei qualsiasi opera.»

«Very well, così mi piace. Allora vediamo cosa puoi fare per me. Ti piace Wagner?»

«Certamente, ho studiato tutta la monumentale tetralogia de L’anello del Nibelungo

«Quindi conosci anche L’oro del Reno?»

«Das Rheingold? Ovviamente, è il prologo. Poi, a seguire, La Valchiria, Sigfrido e Il crepuscolo degli dei.»

«Allora non ti sarà difficile dirmi dov’è nascosto l’oro.»

«L’oro del Reno! Ma Presidente, io sono un cantante, non un cercatore d’oro.» 

«Così non me lo vuoi dire? So io come farti cantare avanti. Ai miei uomini di ghiaccio dell’ICE la musica lirica non piace affatto, ti faranno cantare una canzone di un tuo conterraneo: Mango.  La conosci Oro?»

«Mi sta minacciando? Non le bastano le riserve d’oro di Fort Knox? Come lei saprà, parte delle riserve auree dell’Italia si trovano depositate al suo interno.»

«It’s a nice idea! Excellent idea!»

«Allora posso andare?»

«Pagatelo e lasciatelo andare» l’ordine impartito ai suoi uomini.

Il Tenore si accomiatò salutando il Presidente. Dopo un inchino appena accennato, si affidò alle mani premurose del figlio che lo accompagnò all’uscita. L’incubo era finito. Ma dove era mai finito?

«Tutto bene?» La domanda del figlio, accortosi dello stato di agitazione in cui versava il padre dalle mani tremanti e sudaticce.

Il Maestro non proferì parola, si sentiva esausto, purtroppo era stato anche troppo esaustivo. Trovato il coraggio necessario si confidò col figlio conscio di aver messo a repentaglio l’oro della Patria, ciò lo preoccupava molto. Preoccupa anche gli italiani e Rita Pavone per l’oro del Reno, di Teddy Reno suo consorte.

Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Umoristico / Grottesco

Discussioni

  1. Questo pezzo mi ha dato la sensazione di stare dentro una mente che vibra troppo forte per restare composta. È intenso, quasi ipnotico, e rende molto bene quella confusione lucida che arriva dopo una fine inevitabile.

    1. Sono parole intense, sono come pennellate d’autore. Non dipingi le persone col manierismo di un Tintoretto, direi, piuttosto, che sei un espressionista, un Tintore dell’anima. Grazie 1.000.

  2. Mi sono divertito parecchio, ma con quel retrogusto amaro che arriva dopo la risata. Il finale è grottesco al punto giusto: fai sorridere, poi ti accorgi che non era solo una farsa.