All’armi, Urbe

Serie: Il mio avo Marcovaldo


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Marcovaldo Albani si ritira a Roma con i suoi uomin

A nord di Roma, 6 maggio 1527

Riunire la compagnia di ventura fu difficile ma non impossibile: Marcovaldo Albani radunò i suoi uomini che si erano sfilacciati, quasi come se le forze si fossero disperse e, neanche fosse un padre severo come quello che aveva avuto lui, li guardò con rabbia. «Mi avete fatto vergognare. Ho salvato la vita a Eriberto, sono stato migliore di voi. Se solo foste stati più valorosi, avremmo bloccato l’avanzata dei lanzichenecchi per qualche ora».

«Qualche ora» sbottò uno degli aiutanti di campo, di sicuro un paggio a giudicare dalla voce d’adolescente.

«Silenzio!» Marcovaldo perse il controllo. Scrutò fra i suoi uomini, ma non capì di chi si era trattato. «Solo perché stiamo affrontando una situazione critica, non impongo la decimazione. Ora, in marcia. Roma ci attende e non voglio che Clemente VII rimanga sorpreso dell’invasione imperiale».

Mercenari di ogni risma chinarono lo sguardo. Si vergognavano, era evidente. Dopo un attimo, obbedirono.

Marcovaldo si mise al centro della formazione, con lui Eriberto che faceva una smorfia di come se volesse stare da tutt’altra parte. Anche Marcovaldo avrebbe voluto esserlo, soprattutto in un esercito vincente.

La compagnia si mosse verso meridione, a nord si udivano i botti di cannoni e archibugi, pure le urla di chi combatteva e moriva. Marcovaldo strinse i pugni sulle redini del cavallo, dopo accarezzò la spada che gli pendeva dal cinturone, avrebbe voluto usarla invece di impegnarsi in una ritirata che gli avrebbe fatto perdere molto denaro.

Quando udì: «Roma» da parte delle avanguardie, sollevò lo sguardo. Vide la capitale della Cristianità – la vera Fede! – con le mura e le torri. Picchiò gli speroni sui fianchi del cavallo. «Facciamo presto».

Gli uomini che aveva radunato obbedirono.

Raggiunsero la Porta Flaminia, lì a quell’ingresso c’era un drappello di miliziani con il cappello d’arme che contavano gli steli d’erba.

Marcovaldo cavalcò in avanti. «All’armi! I lanzi! Sono in arrivo!».

Un sottufficiale grasso e pacioso, inadeguato alla guerra, lo guardò con indolenza. «Calma, capitano, i lanzi non arriveranno prima dell’autunno» disse.

Marcovaldo sgranò gli occhi. «Chi te lo dice?».

«L’ha detto un curato durante l’omelia, questa domenica».

«Che razza di follia! I lanzi sono vicini, molto vicini, e visto il mio… insuccesso credo che prima di mezzogiorno saranno qua. Sarà come l’Apocalisse».

Il sottufficiale gli sbadigliò in faccia.

«Razza di sfaticato! Idiota! Come te li sei guadagnati, i gradi, giocando d’azzardo?». Bastò questa voce per far mettere sull’attenti gli uomini del drappello di guardia.

Benvenuto Cellini, anche se non era a cavallo, incuteva lo stesso timore e rispetto. Dalla sua aveva il carisma dell’artista, la sicurezza in se stesso e l’incoscienza: a confronto di Marcovaldo, aveva poca esperienza di guerra. Marcovaldo sentì un pizzico d’invidia nell’animo.

«Ebbene, che accade?» borbottò Benvenuto.

Marcovaldo ricapitolò quel che stava succedendo, non riuscì a nascondere un tono acido: si ricordò che avevano lo stesso grado.

Non appena concluse, Benvenuto rimase in silenzio, gli occhi vagarono intorno.

Per caso cerca l’ispirazione per una nuova opera d’arte? pensò Marcovaldo, indispettito.

Il fiorentino esplose in un urlo: «All’armi, sono arrivati!».

Marcovaldo si girò a guardare: dai boschi intorno all’Urbe erano sbucati i lanzi, e sembravano orchi se non demoni assetati di sangue. Le barbe unte, poi, esortavano a questo paragone.

«Avete visto?» gridò Marcovaldo, ma gli uomini con il cappello d’arme si organizzarono con picche, alabarde e archibugi: accolsero i lanzi e in breve incrociarono le armi in un tumulto di grida infernali.

Marcovaldo si dispose da parte con i resti della sua compagnia – che se aveva fatto una buona stima ammontava alla metà delle forze iniziali – e decise di dimostrarsi coraggioso sguainò la spada e con l’urlo «A la gorge!» si lanciò sui lanzi che apparivano come grotteschi giullari della corte della Morte in persona.

Decapitò un lanzo.

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