Alte fronde

Il primo sole cocente di fine primavera batteva sul suolo inaridito, ma mai avrebbe potuto competere con l’attenzione con cui gli occhi del grande albero proteggevano le piccole foglie appena venute fuori dalla terra che, tenere e verdissime, cercavano di elevarsi più in alto possibile per aggiudicarsi i raggi. 

«Non avere fretta piccolo, non essere ingordo» gli sussurrava piano il bellissimo albero. 

Cresceva lento col passare delle settimane, alternandosi tra piccoli riposi sotto l’ombra delle fronde del gigante e gioiose esclamazioni quando la lieve brezza muoveva le foglioline delicate. L’estate arrivò e la piccola pianta diventò un giovane fusto, ancora fragile, ma abbastanza forte da poter riuscire a sopravvivere. 

«Piccolo, come ti senti?» soleva dire il grande albero. 

«Non mi chiamare più piccolo, guarda come sono ormai.» 

«E come sei?» 

«Sono grande e presto ti raggiungerò.» 

«Non lo metto in dubbio. Ti aspetterò per vedere il panorama insieme.»

Si faceva forte nel tempo e presto iniziò a fiorire, riempiendo di orgoglio il grande albero. 

«Guarda che bei fiori che hai adesso.» 

«Lo so» rispondeva spazientito l’alberello. 

«Sono molto belli. Guarda quanti passeri si posano sui tuoi rami, e guarda le api che si volano tra i tuoi petali», ma sembrava distratta la giovane pianta. «Perché restiamo qui fermi?» 

«Perché siamo piante, abbiamo radici forti che ci permettono di stare in piedi, ma non di muoverci.» 

Nel bosco il piccolo alberello vedeva molte cose. Gli animali camminavano di giorno e di notte ai loro piedi, rovistando e cibandosi di quel che trovavano per poi andarsene subito dopo: volpi dal morbido manto, colorati fagiani, ispide istrici e chi più ne ha più ne metta. Ma fra tutti gli animali che si muovevano sotto di loro uno in particolare catturò la sua attenzione. Era diverso. Si vedeva solamente nelle giornate in cui non pioveva, aveva un manto particolare rispetto agli altri e variava di ogni colore e ogni forma: alcuni lo avevano lungo, altri corto facendo vedere parti del corpo. Si muovevano spesso in gruppo comunicando tra di loro, facendo un baccano a volte assordante. 

«Cosa sono quegli animali?» chiese un giorno al grande albero. 

«Sono uomini» rispose. 

«E che animali sono?» 

«Sono animali intelligenti a cui piace molto stare insieme ad altri.» 

«Mi piacciono, sono particolari.» 

«Non ti far ingannare, possono essere pericolosi», ma a questo, il piccolo albero, credette poco. 

Li osservava molto ogni volta che ne aveva l’occasione, studiava come si comportavano, fino ad imparare un po’ del loro linguaggio. 

«Parlavano di viaggi, cosa vuol dire?» chiese scuotendo le foglie superiori per attirare l’attenzione del grande albero. «Viaggi? Non so cosa siano.» 

«Sono degli spostamenti» interruppe una rondine comodamente posata sulla chioma del più grande. «Io ne faccio almeno due l’anno.» 

«E dove vai?» chiese incuriosito l’alberello. 

«Dovunque mi piaccia andare» rispose la rondine prima di volare via. 

L’alberello divenne furioso «Perché devo restare fermo qui quando tutto intorno a me può andare dove vuole?» 

«Ma te puoi crescere» disse il grande albero, ma il piccolo fu inconsolabile «Non ci voglio stare qui, non mi piace.» 

«Cerca di essere ragionevole», ma il giovane non ne volle sapere, fino a quando il grande albero si ammutolì, non sapendo più cosa rispondere. Non si parlarono per diverso tempo, periodo in cui il giovane albero cercò di muovere le proprie radici, in ogni modo possibile. Chiese aiuto a tutti quelli che capitavano a tiro. Le volpi risero un po’ e corsero via, i cinghiali facevano finta di non sentire tutti presi dal rovistare il terreno, cosa che faceva infuriare ancora di più il giovane. Solo i passeri piegavano leggermente la testa cercando di capire perché mai un albero volesse muoversi. 

«E dove andresti?» gli chiedevano. 

«Dovunque voglia.» 

In poco tempo divenne lo zimbello del bosco. Come si divertivano le volpi a correre più forte che potevano sotto le sue fronde e lui, rosso d’invidia, faceva finta di non vedere. Però cresceva, vorticosamente acquistava prima centimetri, poi metri, fino ad arrivare alla stessa altezza del grande albero, continuando a maledire ogni millimetro che guadagnava e pregando di riuscire a convertirli in spostamenti orizzontali. 

«Guarda come che sei diventato» disse il grande albero quando arrivò alla sua stessa altezza. 

Non rispose l’alberello ormai diventato grande. 

Da lì, da quell’altezza, poteva vedere nel cielo degli uccelli enormi volare lenti sopra di loro. 

«E quello cos’è?» chiese ad un picchio che stava facendo il nido all’interno del suo ormai grande tronco. 

«È un aereo, lo usano gli uomini per spostarsi più velocemente» 

«Allora non solo si spostano, ma volano anche!» 

Guardò con rabbia il grande albero che intanto stava lentamente invecchiando, il quale lo ricambiò con uno sguardo compassionevole, addolcito dal tempo.

I due giganti non si parlarono più. I sentimenti del più giovane fermentavano al suo interno e, più si logorava, più cresceva. Non ci volle molto che divenne il più alto di tutto il bosco, ma nemmeno questo non gli bastò. Arrivò sempre più in alto fino ad arrivare a vedere gli aeroplani da vicino. Lucenti uccelli di metallo con tanti volti che si affacciavano dalle piccole finestre le quali guardavano con stupore l’enorme albero, riempiendolo di orgoglio e, finalmente, arrivare così in alto gli fece dimenticare per un po’ il suo sogno di spostarsi. 

I suoi sentimenti mutarono. Si affacciava continuamente verso il terreno per cercare lo sguardo del suo vecchio compagno, ormai troppo lontano per vederlo. Scosse i rami più bassi per attirare la sua attenzione, come quando era giovane e piccolo, ma anche loro erano più alti di lui. Non passava giorno senza che un pensiero gli fosse rivolto. Fu triste, nella sua solitudine dell’altezza, in cui come compagni non rimanevano che le silenziose nuvole. Nemmeno gli animali arrivarono più così in alto e il tempo che passava lento forgiava il suo animo, trasformandolo in un burbero gigante. Ma un albero così alto poteva essere un problema per gli uomini. Iniziò a sentire un pizzicore alla base, senza capire cosa stesse succedendo. Forse un picchio? No, troppo forte come sensazione. Forse un orso che si limava le unghie? No, troppo poca simpatia nel farlo. Questa sensazione andò avanti per giorni, per poi diventare scricchiolii. Fu in un mattino di fine primavera che, tutto a un tratto, sentì il vento fischiargli nelle orecchie e, con un tonfo sordo che risuonò in tutto il bosco, si ritrovò a terra. Nel panico del momento vide, poco distante da lui, il vecchio compagno, ormai marcio e svuotato dentro, disteso sul terreno. 

Sorrise allora: «Mio vecchio compagno avevi ragione, la vista era magnifica. Avremmo potuto godercela insieme». Nell’istante in cui chiuse gli occhi non gli importò più che, nell’ultima azione della sua vita, finalmente fosse riuscito a spostarsi.

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Discussioni

  1. Ciao Dario, grazie per aver pubblicato questa storia. Mi ha davvero scosso e riportato nella coscienza un po’ di naturale pessimismo. Siamo su questa terra alla costante ricerca di quello che non abbiamo, spesso dimenticando che il nostro transito è breve.

  2. Una favola per tutti: giovani e meno giovani. Una favola amara quando serve per fare una lezione importante, di quelle che oggi nessuno vuole più dare. Perché si preferisce alimentare l’ambizione infondata ed individualista, che porta solo allo scontento perpetuo che serve per governarci e controllarci.
    Grazie. Molto bella.