
Alterchi in termosfera
Serie: Izumi è morta
- Episodio 1: Alterchi in termosfera
- Episodio 2: Sospetti precedenti
- Episodio 3: Debole, colpevole
STAGIONE 1
La Stazione Spaziale Internazionale ruotava attorno alla Terra, fluida come sempre, quando i corridoi e gli alloggi divennero rossi per via del segnale d’allarme.
L’equipaggio si svegliò nel bel mezzo del periodo di sonno. Il primo ad arrivare in plancia fu l’ingegnere idraulico danese Lars Skov, comandante in carica.
Il resto della squadra arrivò qualche secondo dopo.
Uliana Kozlova stava raccogliendo i grigi capelli in una coda. «Cosa diamine è successo, comandante?»
«Non lo interrompere durante le procedure di controllo» la riprese la connazionale Katja Chernova.
Rodolfo Sangiorgi si guardò intorno. «Manca l’ingegnere Sasaki, incredibile quanto possa avere il sonno pesante quella donna. Vado a svegliarla, dannazione.»
Lars Skov avviò la tastiera olografica, immise le credenziali di accesso e un quadrato dai bordi verde fluo iniziò a galleggiare a mezz’aria; la dicitura in rosso era più che chiara: elevato tasso di anidride carbonica.
«Guardi qui, comandante» Loretta Sanders indicò il modulo russo, lanciando involontariamente uno sguardo verso Uliana e Katja, mentre poggiava l’altra mano su uno dei larghi fianchi.
«È la stanza di Sasaki.» Non era facile riconoscere lo stato d’animo del comandante perché la sua voce era sempre atona, ma quella volta, i membri dell’equipaggio che erano rimasti con lui, furono assaliti da un brutto presentimento.
Rodolfo osservava le luci rosse, i corridoi sembravano interminabili e i minuti congelare nel vuoto dello spazio siderale ma non c’era spazio per la paura nel cuore dell’uomo. L’irritazione provocata dall’assordante rumore delle sirene era l’unica emozione che provava in quel momento.
Raggiunto l’ingresso dell’alloggio passò il polso davanti la parete. L’identificazione avvenne con successo e la porta scivolò sulle guide. Due occhi piccoli e neri lo giudicarono per il ritardo e per non aver sentito la richiesta d’aiuto. Il corpo di Izumi Sasaki aveva assunto una posizione innaturale.
Il resto dell’equipaggio osservò la scena attraverso l’ologramma.
Rodolfo provò a scuoterla, a farla tornare in sé, ma era già troppo tardi. Izumi non respirava più. L’uomo non aveva mai visto un corpo appena morto, d’altronde prima di diventare un astronauta era stato un semplice geologo dalla vita piatta. Tornò mesto verso la plancia. Il viso era pallido e la nausea attanagliava il suo corpo. Passò in rassegna i volti dei compagni. I loro sguardi erano eloquenti, alle spalle del comandante vide la registrazione olografica del corpo di Izumi sospeso in aria. Si portò una mano davanti la bocca, strizzò gli occhi, un singhiozzo. «Izumi è morta.»
Tre giorni prima.
Rodolfo Sangiorgi si grattava la testa rasata ogni volta che arrivava quel momento della giornata: il recap finale.
«Avviare controllo dock esterni, ritirare i bracci meccanici in posizione di riposo.»
Loretta Sanders fece lavorare saggiamente le dita affusolate sulla tastiera olografica. «Dock chiusi e depressurizzati. Braccia in posizione di riposo.»
«Aggiornamento sui sistemi elettrici e avvio della modalità notte.»
Katja Chernova passò veloce in rassegna le raffigurazioni olografiche dei moduli spuntando man mano le caselle vuote. «Oscuramento degli oblò avviato, comandante.»
«Impostare distanza orbitale automatica di sicurezza per le prossime undici ore.»
Izumi Sasaki fece un gesto noncurante. «Già fatto.»
Una voce dalla sala controllo a terra si intromise durante lo svolgimento della checklist. «Dovrebbe aspettare il suo turno, collega Sasaki e non anticipare i comandi.»
«Collega? E lei chi sarebbe scusi?»
«La sua indisciplina potrebbe causare grossi rischi per l’intera missione e per i suoi compagni.» L’operatore mantenne un tono pacato.
«Prima di darmi dell’indisciplinata dovrebbe identificarsi, non crede, collega?»
«Il suo compito è quello di eseguire gli ordini del comandante e non quello di chiedere le generalità a terra. Se non ne avessi l’autorità non avrei di certo fatto questo appunto.»
«Stammi bene a sentire …»
«La ringraziamo per l’intervento e ci scusiamo per lo spiacevole accaduto. Cercheremo di non ripetere questo errore. Adesso chiudo la conversazione e continuo con la procedura», il comandante Lars Skov interruppe quel battibecco dalla dubbia utilità, «avviare backup dei campioni asteroidali raccolti.»
Rodolfo prese quanta più aria poteva, osservò per qualche secondo la tastiera verde fluo davanti a sé e infine pigiò il tasto invio. «Backup avviato, Signore.»
«Valutazione della traiettoria e programmazione spegnimento forza centrifuga per il periodo notturno.»
Il fisico Uliana Kozlova controllò i dati sospesi davanti ai suoi occhi. «Traiettoria ottimale, orario di disattivazione inserito, comandate.»
«Impianto idraulico nella norma, direi che possiamo cenare.»
L’occhio installato sulla porta della sala mensa scansionava il cervello di ogni membro dell’equipaggio valutando le zone encefaliche più stressate e la quantità di endorfine necessarie. Utilizzando un apposito algoritmo, basato anche sulle intolleranze e allergie di ogni componente, la IA preparava i composti liofilizzati ad hoc per il momento.
Anche quella sera la cena fu perfetta. L’equipaggio trovò quello che più bisognava e come sempre corrispondeva alle voglie del momento. I sapori esplodevano sulle papille gustative di tutti, tranne che per Izumi.
La giovane donna non aveva nemmeno scartato le posate biodegradabili; aveva lo sguardo perso nel vuoto.
«Sembra buona la tua “pasta”, Rodolfo» esordì Katja sistemandosi i biondi capelli a scalare.
«Hai proprio ragione, lo è eccome» sorrise il geologo.
«Ma come fate voi italiani a mangiare sempre pasta?» La domanda di Uliana fece ridere Rodolfo.
«Questo è un luogo comune. Figurati che ai tempi dell’università avevo una fidanzata. Lei amava i computer, la programmazione, i software, in pratica si alzava solo per andare in bagno. Io la osservavo lavorare, mi piaceva quando mi spiegava quello che stava facendo, all’epoca ero come una spugna, assorbivo tutto. Mi ero trasferito in pianta stabile nella sua stanza e siccome non sapevo cucinare, per diversi mesi abbiamo mangiato soltanto würstel mentre lei lavorava alle architetture e librerie dei codici sorgente.»
Loretta non era convinta di quel racconto. «Ma anche i würstel vanno cotti.»
«No, no. Li mangiavamo così com’erano.»
«Crudi?» Loretta si portò le mani ai corti e folti capelli crespi.
«Sì. Inzuppati nel ketchup.»
Izumi tornò di colpo al mondo reale. «Ma smettila di dire cazzate e chiudi il becco, italiano bugiardo.»
«Perché devi sempre trattare male tutti?» Katja fece un cerchio con l’indice indicando tutto il gruppo.
«Soprattutto Rodolfo. Che ti ha fatto di male quel poverino? Perché non pensi a te piuttosto?» L’aggredì Uliana puntandole il dito contro.
La giapponese si alzò e girò attorno al tavolo in direzione delle due russe. «Non vi è bastata la lezione dell’altro giorno?» Le tre donne erano già arrivate alle mani in precedenza.
«Calma, Izumi.» Loretta si alzò cercando di ostacolare il cammino della nipponica, che d’istinto decise di colpirla con uno schiaffo.
Uliana e Katja balzarono in piedi. Il comandante Lars Skov colpì il tavolo con un pugno immobilizzando le compagne. A Rodolfo tremarono le ginocchia.
«Chiedo il permesso di lasciare la mensa e ritirarmi nel mio alloggio, comandante.»
«Permesso accordato, ingegnere Sasaki. È meglio per tutti. Voi invece andate a scaricare l’adrenalina in palestra, se proprio ci tenete.»
Rodolfo si alzò di scatto, frugò nella tasca della sua tuta e lanciò un oggetto in direzione di Izumi Sasaki. La donna afferrò al volo il pacchetto quadrato con la scritta verde GABA. «Sono cerotti transdermici, ti aiutano nei momenti nervosi».
Izumi si voltò e se ne andò senza dire nulla. La IA avviò la procedura di smaltimento e riciclo dei resti. Le materie prime erano troppo importanti nello spazio aperto per essere banalmente sprecate.
La palestra era provvista di un modulo di autodiagnosi nel caso di infortuni durante gli allenamenti e le esercitazioni. Finita la scansione, Loretta iniziò la sua abitudinaria sgambata sulla cyclette; Uliana e Katja si dedicarono agli esercizi per il torso. Rodolfo invece si rinchiuse nella sauna e ripensando ai fatti appena accaduti strinse forte l’asciugamano fino a provare dolore alle dita.
Per entrare nella camera del comandante era necessaria, dopo l’identificazione, l’autorizzazione diretta. Lars Skov sentì il suono della richiesta e controllò l’ologramma: Uliana Kozlova.
Il comandante si ricompose e aprì la porta. Sull’uscio, però, si presentarono anche Katja e Rodolfo.
«Dica Uliana, ma faccia presto perché sta per scattare il coprifuoco.»
«Sarebbe una cosa privata» rispose Katja.
Lars sospirò. «Prego entrate.»
«Si tratta di Sasaki, comandante. Noi sappiamo tenerle testa, ma il povero Rodolfo viene vessato di continuo e questo non è giusto.»
«Sentite, preferirei non parlarne tutti insieme. A occhi indiscreti potrebbe sembrare un complotto. Rodolfo attenda qui un attimo.»
Il geologo annuì e osservò i tre uscire in corridoio. L’uomo diede un’occhiata alla stanza del comandante che era leggermente più grande rispetto alle altre. La curiosità è donna ma per Rodolfo era un talento.
Il comandante lo prese alla sprovvista. «Cerca qualcosa in particolare, Rodolfo?»
«No, Signore», rispose imbarazzato, «stavo solo osservando quanto fosse tutto in ordine.»
«Grazie. Adesso è il suo turno di parlarmi.»
«Guardi, comandante, sinceramente non ho nulla da dire, io non ci faccio caso più di tanto ma le ragazze ci tenevano a mettere in chiaro questa faccenda. Dunque se ha già parlato con loro non ho nulla da aggiungere.»
«Come vuole, ma ricordi che su me può sempre contare.»
«Grazie, comandante.»
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- Episodio 3: Debole, colpevole
Sono quasi del tutto ignorante su questo genere di letteratura, ma mi sembra di riconoscere dei riferimenti, come l’inizio del Pianeta delle scimmie e l’internazionalismo di Star Treck.
Hai iniziato senza alcuna datazione e questo l’ho trovato atipico. È scritto bene e tiene alta la curiosità. Direi ben riuscito.
Si, é una mia caratteristica non mettere nessun riferimento temporale. Lascio spazio alla fantasia del lettore.