Amicizia (Le due facce della stessa medaglia)
Entrai in aula studio, cercai due posti liberi e mi sedetti. Appoggiai il libro sulla scrivania e lo zainetto sulla sedia a fianco. Alzai lo sguardo e mi guardai intorno. Capii velocemente che quel giorno non sarei riuscito a studiare. C’era una concentrazione proibitiva di sostanze ormonali nell’aria. Loro erano tutte lì al loro posto, come le stelle nel cielo. Quasi tutte, ma sapevo anche chi mancava. Tutto sotto controllo. C’erano tutti quegli occhi da leggere e quelle scollature da temere.
Luca entrò, si sedette a fianco a me, prese un libro dallo zainetto e lo aprì ad una pagina a caso.
«Ma, il libro del liceo ti sei portato?»
Rispose alzando le spalle: «Questo ho trovato stamattina. Allora, come va? Hai fatto pratica?»
«Ieri ho offerto il caffè a una.»
«Però, facciamo progressi. Qual è?»
«Non c’è, oggi.»
«Dai scegli, ti dico io come partire. Ci sarà qualcuna che ti piace.»
«La domanda giusta sarebbe: c’è qualcuna che non ti piace? Lasciami stare, sto cercando di studiare.»
Si gira: «Scusa, mi presti un evidenziatore? Grazie, come ti chiami?»
Erano iniziate le danze. Luca aveva due occhi che fulminavano, e non si vergognava di niente. Se gli dai quell’evidenziatore, c’è il serio rischio che tu vada via con lui. Lo vedevo in difficoltà solo quando si metteva alla prova con una più grande, perché lo stoppavano: «Ehi, dove vuoi andare a parare? Il mio ragazzo ha cinque anni più di te.»
«Me lo presenti? Quando usciamo insieme.» Non si arrendeva. Almeno un sorriso, lo voleva portare a casa.
Non nego che avrei voluto imparare. A dire il vero dopo tanti anni che l’ho frequentato, forse qualcosa mi è rimasto. Ma sono cose da starci attenti. La seduzione non è un gioco, è un’arte. Puoi usare qualsiasi cosa la fantasia ti suggerisca. Puoi usare anche i tuoi punti deboli. Anche una figuraccia appena fatta. Anche la timidezza, in realtà non è un problema, per quanto lo potesse sembrare. Più una parlava, più mi innamoravo, ma ora ho il sospetto che le parole siano sopravvalutate come strumento di comunicazione dei sentimenti. Il linguaggio verbale è per sua natura ambiguo: da questo deriva la sua potenza e anche il suo limite. Ho imparato che quello che dicono gli occhi difficilmente viene frainteso.
Il giorno successivo, venivano da me.
«Il tuo amico Luca non c’è, oggi? Quando viene?»
«Non lo so. Quando non lavora, viene a trovarmi.»
***
Un giorno, vedo la sua auto entrare nel parcheggio dell’università e mi prende uno strano presentimento. Sapevo che stava per accadere, anche se dentro di me continuavo a sperare che le cose sarebbero andate diversamente. Solo qualche sera prima: «Ho bisogno di parlarti. Ho un problema. Sei libero, stasera?»
Salii sulla sua auto: «Cos’hai combinato, stavolta?»
«Ne ho tre. Non ce la faccio, sto impazzendo.»
«E non ti vergogni a venire a dire queste cose a me? Chi è la terza, la conosco?»
«Una che mi fa impazzire. Facciamo sesso e litighiamo. Solo quello, a ripetizione. Devo lasciarne una, non capisco più niente.»
«Scusa lascia quella, visto che litigate.»
«Non posso, sono veramente innamorato.»
«No Luca, no.»
Stava male, non avrebbe mai voluto.
È come una specie di droga. La droga più dolce. Per quelli come noi non cambia se ne hai poche o tante, o nessuna. Comunque ne vorremmo di più. Ma non per possederle, non in quel senso. Non sono mai riuscito a capire come si possano considerare proprietà le persone. Ognuna è diversa e speciale, e ogni sentimento è diverso dall’altro. Per me è sempre stato come se fosse la prima volta.
Quella mattina, vidi la sua bellissima chioma folta attraverso il vetro appannato. Chiara scese dalla macchina e le lacrime le scorrevano lungo le guance e cadevano a terra e sulle scarpe. Non aveva nemmeno la forza di asciugarle. Si sedette sulla scalinata e Luca venne verso di me.
«Sparisci.»
Mi sedetti a fianco a lei. Aveva il mozzicone della sigaretta spenta ancora incollato alle dita. Ero così incazzato che non pensavo l’avrei perdonato. Ma come si può essere così dannatamente diversi e uguali allo stesso tempo? L’unica cosa che riuscii a dirle fu: «Scusa, il mio amico è uno stronzo». Rimasi in silenzio vicino a lei finché non smise di piangere, pregando il Signore di far piangere me al posto suo. Forse era proprio per quello che non trovavo il coraggio.
Dopo qualche giorno, la vidi di nuovo sorridere. La cosa strana era che c’era qualcosa di diverso. Era ancora più bello di quello che aveva prima. Il sorriso di chi ha vinto. E l’universo era tornato a posto.
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