Amore disperato

La musica fluiva incessante dentro uno di quei soliti locali scintillanti che si prestano a facili sentimentalismi. Un generoso uomo gettava via, come se ne avesse davvero, un profluvio di banconote leggermente datate ma comunque originali. Chiaramente in preda al delirio, probabilmente a qualche eccesso di troppo. Alcuni approfittatori, dagli occhi grifagni, si aggiravano in quelle zone, pronti per derubarlo.

Il musicista suonava cheto immense odi d’amore alla tranquillità. Con il suo sassofono, interamente lucidato per lo spettacolo, ammaliava le increspate fronti di adulti intellettuali, troppo presi dalla bontà della musica per badare alle nefandezza della vita. Fuori, nessuno attenzionava la lucente e cinerea sfera satellite. Una luna placida e vereconda si aggirava senza particolari bagliori; talvolta veniva ammantata dalle opache nubi notturne, mentre altre, una coltre di fumo di sigaretta ondeggiava così in alto da impedire la visione agli astanti. Tuttavia, la riottosa luna, comunque millenaria e rispettabile Signora, agognava di essere osannata ancora. E così, altrove ma non qui, depositava segnali criptici in un baluginio capzioso per poeti e compositori di panegirici.

L’ingresso del locale, interamente sorvegliato da uomini dal collo taurino, era illuminato da una grossa insegna lampeggiante. Un neon così fosforescente, davvero eccessivo.

Una volta entrati nel locale, un simpatico cameriere saltellante prelevava le pellicce delle signore, poi intascava una piccola mancia. Le due entrarono dentro e si districarono tra la folla per raggiungere, coriacee, il tavolo prenotato in fondo. La prima ragazza si chiamava Ginia ed era una di quelle simpatiche e minute dalla beltà trascurabile ma comunque venerabile. Da tempo, infatti, posava per un pittore e favoriva le sue sagome ignude all’arte, nelle speranza che quella sorta di astrattezza poligonale avrebbe compiuto il miracolo di esporla all’eterno. L’altra ragazza era una di quelle inspiegabili e fascinose ventenni che si vedono una o due volte nella vita. I suoi capelli ricci ondeggiavano velatamente lungo il suo vestito, ingenerando un elegantissimo drappo aureo. I suoi capelli serici, comunque, si sposavano con i lineamenti maiestatici di un viso candido. Nonché i suoi occhi, fonte profonda di un’eterna devozione, parevano glorificare o condannare gli uomini a seconda del loro taglio. Ad ogni modo, l’iride brillava frequente, pure sotto le luci soffuse del locale in Blues. Quel tono così scuro pareva rivolgersi con una qualche sorta di impudenza alla signorina, in quanto non omaggiava la badiale potenza espressiva della cornea.

Tutti gli uomini, compresi quelli sposati, si voltarono con irrispettosa fretta verso la donna. Ella si sentì violata, proibita da quegli sguardi grevi e scarsamente vibranti. Quegli altri la scrutavano senza poesia alcuna. Il sassofonista, sicuramente, era l’unico a non averne ancora goduto. Tuttavia, una simile forma d’arte non poteva che essere tributata con la migliore musica: quando anche il signore la scorse, migliorò, intonando melodie sempre più armoniose ed incalzanti. Per lui, lei era una musa, una di quelle donne a cui un uomo, velleitariamente, si donerebbe. Ma lei non necessitava di denaro, o di eccezionali o pregiati commenti. Anche solo una forma di riverenza parziale, di seduzione discreta le avrebbe evocato gaudio superiore. E così, incastonata nelle forme di un vaso antiquo come l’essenza etrusca di un sentimento raggiante o infinito, lei attendeva imbronciata un segno: l’amore disperato.

<insomma, ginia,=”” tutte=”” vogliono=”” essere=”” amate=””>«Insomma, Ginia, tutte vogliono essere amate» commentò lei sorseggiando dalla cannuccia in carta una mistura grigiastra. «Il pittore che mi dipinge potrebbe osannarti, -commentò l’amica serenamente- forse dovresti accettare i suoi soldi e posare senza veli». Quella scena, anche solo evocata, provocava in Elena una nausea indescrivibile: vendere il suo corpo non all’arte, ma a un pittore qualsiasi, la cui arte si palesava in linee e forme grezze e del tutto spoglie di eleganza. Lui non era un artista, solo un imitatore.</insomma,>

«Io sono stanca, vado via» commentò Elena. Ella si alzò con grazia, e la sua sagoma angelica venne notata pure dal barista, che lanciò una fuggevole occhiata di curiosità. Egli non sembrava colpito da lei, probabilmente ne aveva viste troppe, oppure, semplicemente, non aveva più l’età per dedicarsi, con sagacia e fegato, alla critica. Uscendo, però, si imbatté in un viso mai incrociato prima di allora. Egli era davvero semplice, sorridente e mai lanciò ad ella uno sguardo severo o una parola provocante. Non posò mai i suoi occhi sulle sue labbra, ovvero sulle sue scollature decorose e colme di immenso rispetto per se stessa. Era un cavaliere della notte, un gentiluomo affabile.

Il giovane chinò leggermente il capo in segno di riverenza. Un sorriso inesplicabile era disegnato sul suo viso pienamente coordinato dalla fatua essenza della bellezza. Tuttavia, ad ammaliarla non era solo quell’imprevedibile disegno del viso, ma pure un cuore tenero. E brevemente si innamorò di un’idea, di un fantasma. Lei era solita ricercare nelle foreste il manto dei cervi, magari seguendo il loro bramito trascinato dai refoli dei venti grevi, solitamente presenti nei giorni plumbei. Non ebbe, poi, alcuna fatale attrazione sessuale, solo un vibrante ruggito che le penetrava il cuore, ovvero la speranza di essere capita, o di essere osannata molto più di quanto potesse lei stessa autonomamente.

Con un guizzo felino, bloccò il suo passaggio sfiorandogli il gomito. Egli si voltò in un composto modo. La sua altezza, la sua pelle, ma pure quelle sue spalle così larghe da farla sentire protetta, nonché quel suo castano penetrante che perfettamente si sposava con il suo iride ceruleo. Non era l’uomo più bello del mondo, ma in quel momento sembrava l’unico a non aver notato i suoi bagliori lucenti, o i suoi pregi femminei. La trattava come tutte, e sembrava averne afferrato i difetti molto più dei tratti negativi, spogliandola completamente per un impietoso giudizio. Tuttavia, la gentilezza spregiudicata di quell’uomo si evidenziava in quel momento: scutandola non la giudicò mai, ma ne rispettò ogni suo impuro disegno. E poi, sempre con quel suo sguardo neutrale, parve leggermente sessualizzarla, bramandone non la bellezza effimera, quanto più qualche seducente velo nascosto agli occhi degli irrispettosi giudici.

La sua bellezza –pensò– è un truismo, ma da qualche parte nel mondo nessuno si accontenta solo di questa. Poi i due continuarono a fissarsi, incastrandosi in un silenzio greve e maestoso. Le goti divennero rubiconde, e un sorriso acceso come il meriggio si disegnò sul viso di lui, esponendone la dentatura bianca. Lei lo guardò e chinò il capo, fissò in terra e risalì le montagne dell’imbarazzo con il coraggio virile di un non disdoro. Imbracciò il coraggio e con incantevole reticenza tentò, ciangottando, a esprimere concetti lineari e superficiali. Dopo, insieme, si salutarono con un caldo brillante negli occhi, e vissero il resto nella serata in una ressa voluttuosa e dissipata: il sonno.

L’indomani mattina, quando il telefono suonò, lei si alzò rapida. Sperava fosse lui. In realtà era Ginia. Questa incominciò ad elencare una serie di inani notizie o novità, nonché descriveva i suoi rapporti con gli uomini come delle storie completamente vacue d’ardore. Specialmente, sovente, obliava il particolare brioso della seduzione: le sue storie erano un completo e lineare percorso che iniziava con un bacio e terminava con un amplesso.

Alla fine, il telefono squillò seriamente verso il tardo pomeriggio, quando il cielo augusteo si era dipinto di un’insaziabile arancione e viola, sfumandosi gradualmente fino alla notte. Alla tarda ora, poi, aveva anche piovuto, imbevendo il terreno di dolci gocce, evitandone la temporanea sterilità. Quindi, aprendo la finestra l’area poteva redolirsi di eccezionali profumi tardo-estivi, lambendo la tappezzeria orientale o la cucina. Un crocevia di profumi di petali di fiore o di terriccio bagnato si stava appena realizzando. E all’improvviso, quel profumo inebriante di caffè venne sovrastato da altri migliaia di segmenti naturali. In quell’epopea olfattiva, un crogiuolo di dimenticati versi di fiore accompagnò il vibrante cuore alla cornetta.

«Pronto» pronunciò lei speranzosa. «Sono io» disse profondo. Si diedero appuntamento allo stesso locale del giorno precedente, pronti a intensificare i loro dialoghi.

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