
Ancora in strada
Serie: Solo
- Episodio 1: Il nuovo mondo
- Episodio 2: Ultimo giorno in città
- Episodio 3: La strada – partenza
- Episodio 4: Ancora in strada
- Episodio 5: Predoni
STAGIONE 1
Cammino, fradicio e ancora sonnolento. Le gocce battono sul cappotto e l’umidità ha un suo aroma; stranamente mi sento vivo. D’altra parte, quando la vita ti priva di tutto ciò che hai, impari a essere grato anche per le più semplici cose; di essere ancora in piedi.
Mentre cammino penso. So che non dovrei, sarebbe meglio stare all’erta, ma non ce la faccio e inevitabilmente mi distraggo. Passo davanti a un cinema; una gelateria; un ufficio di polizia e un’ambasciata di qualche paese straniero. Qui, un tempo, la vita si svolgeva frenetica; mi immagino le persone a correre sui marciapiedi, prendere taxi, fare colazione mentre sono al telefono. Ora questi luoghi sono morti e, come un corpo, si decompongono: la pelle dei divanetti è lercia, i corrimano corrosi dalla ruggine e i vetri delle finestre infranti. Di alcuni luoghi non rimangono che le ossa spoglie, finché anche loro non si saranno sgretolate.
Mi hanno insegnato che quando un corpo muore e si decompone, viene infestato da larve e batteri letali. Se è rimasto qualcosa di buono, le iene arriveranno a prenderselo. La metropoli è uguale, e io ci sono dentro.
Salgo sul tetto di un palazzo, percorrendo le scale come un pellegrino in missione; in silenzio, ignorando la fatica che mi rompe le ossa. Arrivato in cima, vedo da lontano il centro cittadino da cui arrivo, e sento che una parte del mio cuore mi suggerisce di tornare.
Per che cosa? Fa paura ammettere che le tenebre possono essere di conforto, perché ti nascondono il mondo reale, ma non sono la soluzione. A volte dobbiamo rischiare e uscire, per provare almeno a trovare la luce, per provare a vivere. Ora noto quello che dai palazzi del centro non vedevo: una strada principale che porta dritto verso i confini della città. L’unico piano che ho è percorrerla e uscire dalla giungla di cemento.
Cammino per lo stradone a passi costanti. Non piove più ma il cielo è ancora grigio. Mi accorgo che attorno a me i colori sono cambiati; il verde ora prevale. Sto calpestando l’erba bagnata; dopo qualche isolato, i rampicanti hanno rivestito tutti gli edifici e qualche tronco si è fatto strada spaccando l’asfalto. Mi trovo in una radura, nel bel mezzo di una metropoli. La natura si sta riprendendo quello che le fu strappato molto tempo fa. La ammiro, nei suo verde scintillante, nella solennità delle chiome degli alberi, trionfante per questa vittoria; tardiva sì, ma alla fine arrivata.
Mi fermo e chiudo gli occhi. Non ho mai visto nulla del genere. Annuso il profumo dell’erba, non l’ho forse sognato?
Ascolto: i rami si accarezzano tra di loro mossi dalla brezza. Non resisto, devo aprire gli occhi. Le gocce cadono dalle foglie, bagnando la terra e l’erba. D’un tratto il mio corpo diventa di pietra, e non riesco a muovermi per lo stupore. Non si è accorto della mia presenza, quindi provo ad avvicinarmi. Un asinello sta brucando i ciuffi d’erba che spuntano dal cemento. Arrivato a qualche metro, si accorge della mia presenza e si volta, guardandomi negli occhi. Io resto immobile e quasi non respiro, per paura di rompere l’equilibrio di quel momento. Tutto mi sembra tornato alla normalità: le piante; l’acqua che nutre il terreno; io che accarezzo una creatura tanto adorabile e innocua. Sì, perché nel frattempo l’asino si è avvicinato.. Mi guarda dritto negli occhi scuri e lucidi, nei quali vedo qualcosa che nello sguardo dei miei simili manca: rispetto; innocenza; fiducia; forse amore? Mi accovaccio lentamente – non voglio che scappi – e stacco una manciata d’erba, poi la porgo all’animale. Annusa e poi la gusta dalla mia mano; finito di brucare, mi lecca il palmo, e io lo lascio fare. Sento il suo fiato caldo e lo sbuffo dal naso.
Un boato squarcia il silenzio. L’animale viene scaraventato a terra con violenza e un fiotto di sangue sgorga dalla sua testa. Non colgo al volo la situazione, ma realizzo in fretta che qualcuno ha sparato, e se non mi muovo spareranno anche a me. Scatto nella direzione di alcuni cespugli e poi sotto i portici. Il cuore batte forte e sento freddo; mi sento sempre più pesante e mi sembra di non riuscire a correre, quasi fossi sott’acqua, bloccato dall’attrito di un’atmosfera anomala e troppo densa, ma non mi fermo. Giro a destra in un vicolo e corro, corro senza fermarmi per un tempo che non ricordo.
Sono sfinito ed entro in un edificio, crollando con le spalle al muro. Fuori è già buio, e non posso proseguire a quest’ora e in stato di shock. Mi faccio strada nella pancia della balena di acciaio e cemento, e mi accampo, come sempre ai piani alti. Raccolgo qualche straccio e una manciata di rifiuti, ma non riesco a mettere insieme abbastanza roba per un fuoco. Rassegnato e sfinito, bevo del brodo in lattina senza poterlo scaldare e mi addormento, al freddo.
***
“Ragazzo!”
“Si?”
“Sei morto, lo sai?”
“No, io sono vivo”
“Certo, il tuo cuore batte ancora, non lo sei in senso letterale. Ma hanno sparato a te e ti hanno mancato.”
“Perché dovrebbero sparare a un ragazzo pelle e ossa, rischiando di far scappare molti più chili di carne d’asino?”
“Ai predoni non interessa fare scorta di carne che senza congelatori marcirebbe in pochi giorni; si tratta di molta più carne di quanta ne possano consumare in quel tempo. I tuoi muscoli e le tue interiora sono la porzione perfetta; e poi sei leggero da trasportare. Non te l’hanno detto, che il cannibalismo è la dieta prevalente fuori dal centro cittadino?”
“Non ti credo”
“Già, forse sto esagerando. In effetti le mie sono solo supposizioni e non ho alcuna prova di quel che ho detto. Ma stai comunque attento… sei in pericolo anche se non sono cannibali.”
“Perché?”
“L’istinto predatorio; la sete del sangue dei loro simili; il piacere – quasi eccitamento – di uccidere un essere umano.”
“E’ disgustoso, è inumano. Siamo tutti uomini e donne, dovremmo aiutarci in una situazione simile.”
“Ragazzo…”
“Cosa?”
“L’uomo è preda di se stesso”
***
Mi desto, congelato; la frase impressa nella mia mente, dove una voce profonda continua a ripeterla: “l’uomo è preda di se stesso. L’uomo è preda di se stesso…”.
La gola è secca, sto sudando e sento la fronte bollente. Mi sono preso qualcosa e con me non ho nessun medicinale; delle provviste non è rimasto che qualche pezzo di cracker e una piccola mela che ho raccolto da un albero nella radura. Il freddo alimenta il mal di stomaco; non posso proseguire in questo stato – dovrò fermarmi un giorno – ma mi serve almeno un fuoco, quindi mi preparo per cercare legna e plastica. Faccio fatica a muovermi e le ossa sono doloranti, che diavolo mi è preso?
Alla fine riesco ad alzarmi, ma subito vengo scosso da tremori, e dopo qualche istante crollo, accasciandomi sul cemento lurido e gelido. Camminare mi è impossibile, quindi striscio lentamente fino al giaciglio, dove mi copro il meglio che posso. Mi sento come se avessi partecipato a una maratona; alla fine il sonno vince.
Finalmente apro gli occhi, e la prima cosa che noto è che tutti i dolori sono spariti. Cerco di ascoltare il mio corpo, per individuare qualche segno di malessere, ma l’unica cosa che sento è una fame tremenda. Mi appoggio su un lato – stavolta mi muovo bene, la febbre e tutto il resto devono essere spariti – e faccio per afferrare la mela, quando rimango chiarito; il frutto è completamente avvizzito, secco e scolorito. Per quanto tempo ho dormito? Evidentemente, il tempo necessario a un frutto per disidratarsi.
Fuori piove ancora, e fa sempre più freddo.
Cammino da ormai tre ore, ora sono su un viadotto sopraelevato. L’oscurità si sta facendo strada, complici i palazzi altissimi e la spessa coltre di nubi. Ombre minacciose sembrano spiarmi da ogni angolo; l’aria è carica di tensione.
CLACK!
Mi volto all’improvviso, terrorizzato per quel clangore. Le mie orecchie sono ora sensibili e captano ogni vibrazione come dei radar, ma nell’aria nessun rumore; il che è terrificante. Un cigolio rivela una vecchia scala di emergenza dondolante: probabilmente non ha retto, staccandosi dal suo supporto.
Sospiro per il sollievo, quando ad un tratto un altro suono cattura la mia attenzione, questa volta in lontananza. Ascolto meglio; il sangue mi si gela nelle vene, il terrore mi mozza il fiato e non riesco a muovermi, né a pensare.
Rombo di motori che si avvicinano.
Serie: Solo
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- Episodio 3: La strada – partenza
- Episodio 4: Ancora in strada
- Episodio 5: Predoni
Credo che la “quiete” vissuta finora dal ragazzo stia per terminare o, almeno, è quanto ho intuito dalla frase finale.
Come scritto da Federico, questo è un episodio quasi di transizione, ma non privo di alcuni elementi, che risulteranno importanti in seguito, come il fatto del cannibalismo.
Sono curioso di sapere cosa succederà ora!
Come sempre grazie per il riscontro! Nel prossimo capitolo qualcosa accadrà, promesso 🙂
un episodio di transizione, ma l’atmosfera è sempre fortemente presente. “L’uomo è preda di se stesso” incredibilmente vero. Molto bello, attendo il seguito.
Nella mia bozza originale scritta su word, questo capitolo era un tutt’uno con quello precedente, tuttavia ho dovuto dividerlo in due a causa del limite di caratteri dei Librick… forse è per questo che sembra un capitolo “transitorio”. In ogni caso concordo, la frase “l’uomo è preda di se stesso” è purtroppo attuale oltre che, a mio avviso, azzeccata in un mondo post-apocalittico.