Ancorati al passato

Non gli avevo mai detto quanto fosse importante per me. Forse se lo avessi perso gli avrei detto tutto ciò che mi sarebbe passato per la mente. Sarei stata un fiume in piena, sicuramente.  Non volevo fingere, non avevo nemmeno voglia di fissare il mio volto allo specchio. Eppure continuavo a pensare al sole e al  silenzio dei raggi, la meraviglia delle nuvole. La natura mi era sempre piaciuta ed era come una religione per me. Un disegno che assomigliava a Dio. Eppure io Dio non lo avevo mai sentito mio, non ci credevo più di tanto… 

La notte fissavo le stelle che illuminavano il cielo di Roma, pensando che fossero mie figlie. Oppure cose che sarebbero cadute tra le mie mani di lì a poco. 

Non facevo caso a lui. Non volevo parlarci. 

Eppure l’importante era che la sua presenza fosse lì, impassibile, come una macchia sul divano, un percorso che finisce in un burrone, una foto sbiadita o una lavagna senza lettere o numeri. 

Ero viziata? Forse si. Ma lui era invadente con la sua perenne assenza che premeva sul mio cuore. C’era un motivo solo per cui non lo mandavo via di casa: era comunque una stella luminosa nei momenti di buio. 

Avevo una gran voglia di fare ciò che lui amava: leggere e scrivere. Ma non volevo allo stesso tempo… non riuscivo a concentrarmi, ad applicarmi, a calmare quella dolce ansia che mi prendeva ogni volta che guardavo il calendario e sapevo che il tempo mi stava sfuggendo di mano. 

Sembrava un usignolo perso nel blu. E io non lo meritavo. Lui aveva bisogno di un’altra donna, un amore vero,sincero e costruttivo. Eppure quando incrociavo il suo sguardo vivo ma anche spento, ci riducevamo adue fessure piccolissime, come se avessimo paura di guardare in faccia la realtà. 

Lui così etereo, bellissimo. Con quel tatuaggio sulle dita. Un’àncora che avevo fatto anche io anni fa assieme a lui ma che poi avevo cancellato come se ne provassi terribilmente vergogna o pudore. Non era schifo, era una sensazione che mi ricordava i brividi che provavamo quando facevamo i cretini a letto, mentre lui rideva e io fingevo di star bene. 

Complicazioni d’amore. 

Teneva un diario lui,ma io non ebbi mai il coraggio di leggerlo. Era come sputare sulla sua anima o strappargli i vestiti di dosso durante il sonno: illegale e assurdo. 

Non avrei dato soddisfazione alla terra, né al sole e né tantomeno al cielo in quel caso. Sarei semplicemente stara realista, e lo avrei buttato fuori di casa, senza un vero motivo. 

Quando non parlavamo e non ci guardavamo nemmeno, sentivo comunque il suo respiro nell’aria. Un respiro che affossava la mia idea di libertà.  Potevo distruggerlo. Potevo amarlo ancora, ma tra le due cose avrei sempre pensato a quelle ancore piccolissime azzurre sulle dita, forse aspettando il nostro porto sicuro. 

Se ne andò solo. 

Senza che io potessi dir nulla. Non lo fermai e non cercai di dissuaderlo dalla sua scelta.  D’altronde ero stata io. 

Quel disegno, tatuaggio, colore sulle dita, mi apparteneva anche senza il mio volere, un po’ come il passato. 

Non lo vidi mai più ma qualche volta, quando guardo bene le mie dita, mi sembra di scorgere un disegno particolare che come una cicatrice cerca di risollevarsi e non andar mai via. 

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