Andrea
Serie: IL GIUDICE (L'inganno dell'evidenza)
Dopo la laurea e qualche anno di specializzazione in America, Giada era ritornata in Italia ed esercitava in un ospedale della sua città d’origine: Bologna. Adesso, all’età di quarant’anni, si poteva ritenere una donna realizzata e un chirurgo estetico molto apprezzato.
Una mattina si svegliò tardi.
«Porca miseria, sono già le sette: tra il caldo e certi pensieri, se ho dormito tre ore è già tanto. Ma oggi mi sente il tecnico di ’sto coso rotto appeso al muro che mi sta condizionando la vita, io non posso stare con ’sta ventola che soffia aria calda.»
Passò davanti alla finestra abbassandosi: per il caldo era restata solo in slip, e si guardò nello specchio.
«Ecco, così conciata posso passare al reparto pediatrico e faccio il clown. Ma che ho fatto ieri sera? Neanche il trucco ho tolto. Mah, perché togliere tutto? Tolgo solo il mascara e do un ritocco.»
Rideva da sola mentre si truccava.
«E pensare che non faccio che predicare: mi raccomando, bisogna struccarsi e idratare la pelle. Vabbè, adesso è meglio se prendo un primo caffè.»
Sbadigliò, annusò il profumo del caffè, pensando che era una delle poche cose da salvare della vita, e lo sorseggiò guardando le notizie sul cellulare. Fu colpita in particolare da una che parlava di un giovane uomo che aveva tentato il suicidio. Era stato salvato appena in tempo grazie a un vicino di casa che aveva chiamato i soccorsi, insospettito perché, nonostante in casa la luce e il televisore fossero accesi, nessuno venisse ad aprire la porta dopo che aveva bussato varie volte.
C’era scritto anche che il gesto era stato determinato dal fatto che veniva schernito ed evitato da anni perché aveva delle gravi deformità al volto. Quella notizia le fece tornare in mente quello che era successo alla sorella. Pensò che quel ragazzo avesse avuto la stessa sfortuna di Lia: non solo la sorte non era stata generosa con lui, ma doveva anche subire la cattiveria della gente, che gode a offendere chi ha una diversità. Forse la risposta risiedeva nel fatto che chi ha qualcosa di diverso ci ricorda che la vita può essere molto crudele, e quindi si tende ad allontanare chi ce lo rammenta. Comunque, persone che si comportano in modo così abbietto dovrebbero essere punite.
Si sbrigò a prepararsi per andare al lavoro e uscì. Il condizionatore dell’auto si era rotto.
«Se lo racconto nessuno mi crede, pure quest’altro non funziona? Sembra un complotto contro di me.»
Il trucco le colava sulle scarpe e il ferretto del reggiseno, uscito dal canale, la tormentava; non vedeva l’ora di arrivare.
«Ma perché non ricominciamo a bruciare reggiseni, trucco e tutto il resto che ci dà fastidio?»
I colleghi l’aspettavano per fare colazione insieme al bar dell’ospedale. Il primo a vederla entrare fu Sandro, un suo collega del reparto di chirurgia estetica.
«Ciao, finalmente sei arrivata! Ti stavamo aspettando, oggi sarà una giornata pesante.»
«Sì, hai ragione, ma stanotte non riuscivo a dormire e così mi sono svegliata tardi.»
«Beh, allora bevi un doppio caffè. Oggi in sala operatoria ci sarà un viavai peggio che in una stazione… tutti ex ciccioni da rimodellare.»
«Non hai un minimo di rispetto. Sono pazienti, non giocattoli per far divertire te; siamo medici, per Dio.»
«Ehi, ma come te la prendi? Mica sono tuoi amici! E figuriamoci se li chiamavo balene o elefanti.»
Maria interruppe la discussione.
«Basta ragazzi, finitela! Cosa dovrei dire io? Ho la testa che mi scoppia; stanotte al pronto soccorso sono arrivati tutti in codice rosso, sembrava si fossero dati appuntamento. Per ultimo è arrivato anche quel disgraziato che ha tentato il suicidio.»
Giada restò con la tazza di caffè a mezz’aria e guardò Maria con interesse.
«Di quale tentato suicidio parli?»
«Ma sì, quel ragazzo che voleva farla finita perché lo prendevano in giro per il suo viso deformato.»
«Ma veramente ha il volto così deturpato?»
«Sei un medico, puoi vederlo se vuoi.»
«Sì, hai ragione. Beh, io vado… magari verso fine turno passo a vederlo. Voglio rendermi conto delle sue condizioni.»
Finì il caffè e si affrettò a raggiungere quelli della sua squadra. Nel tardo pomeriggio, come si era riproposta, si recò nel reparto di medicina dove era stato trasferito quel giovane. Voleva valutare cosa si potesse fare per ridargli un volto; era l’orario di visita dei medici e quindi entrò nella camera insieme ai colleghi, sicura che nessuno avrebbe avuto da ridire.
Il giovane era sul letto, steso su un fianco e girato verso il muro. Aveva i capelli rossi e un po’ lunghi; con una mano li teneva fermi sul viso come a volerlo coprire, lasciando scoperto solo l’occhio destro. Notò che aveva gli occhi chiarissimi, che facevano pensare a un cielo nevoso, mentre il sopracciglio aveva una forma leggermente all’ingiù: erano le uniche cose che si vedevano di quel volto.
I medici chiesero al ragazzo di mettersi in posizione supina per poterlo visitare, e qui vide che metà della faccia era devastata: la mascella era deformata, la bocca non si chiudeva completamente. L’altro occhio era praticamente chiuso e la pelle aveva un aspetto non uniforme; quel viso dava l’impressione di un’opera di creta che lo scultore, preso dalla rabbia, avesse distrutto.
I suoi colleghi uscirono, ma lei restò nella stanza.
«Posso restare? Vorrei parlarti.»
«Non posso certo impedirglielo… lei è un medico e questo è un ospedale. Basta che non mi chieda perché l’ho fatto.»
«No, non ti chiederò niente, già immagino tutto… l’importante è che il tuo vicino abbia chiamato i soccorsi in tempo.»
«Ecco, appunto. Poteva farsi i cazzi suoi. È stronzo come gli altri: a parole tutti buoni, però il mostriciattolo poi resta sempre solo. Io adesso quando e come troverò la forza per rifarlo? Pensa che sia stato facile? E non mi venga a fare la retorica che la vita è bella, va vissuta comunque e bla-bla, bla-bla. Fanculo a tutti quelli che lo pensano.»
«Io non penso proprio niente. Vorrei solo che domani ti facessi visitare da me per vedere cosa si può fare.»
«Mi sta illudendo.»
«E tu non illuderti… comunque io mi chiamo Giada Ferrari, se dovessi chiedere di me.»
«Va bene… io sono Andrea.»
«Allora a domani, Andrea.»
Giada stava per uscire, ma si sentì chiamare.
«Dottoressa…»
«Sì?…»
«….grazie.»
Serie: IL GIUDICE (L'inganno dell'evidenza)
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Si legge bene e Giada è subito vera. Il passaggio dalla notizia al ragazzo in reparto funziona e il dialogo è un incastro tra due solitudini: lui che sputa rabbia per non crollare, lei che sceglie di non fare morale e di offrire solo presenza e possibilità. La parola “grazie” finale arriva piccola ma pesante.
Ciao Concetta, in questo episodio i dialoghi aiutano a far emergere la personalità di Giada. È un episodio molto più dinamico del precedente e, a mio parere, più riuscito perché porta direttamente dentro la quotidianità di Giada.
La battuta di dialogo che ho apprezzato e trovato più credibile è quella di Andrea, in cui trapela la rabbia, la solitudine e la sfiducia che si porta dentro.
Continua a incuriosirmi questa storia.
Grazie infinite per il bel commento, Melania🙂🙏
Bello. La speranza é l’ ultima a morire, come si dice. Una serie che mi incuriosisce e mi cattura per le tematiche che affiiorano già dal secondo episodio.
Grazie di cuore per il bel commento, Maria Luisa🙏❤️
Giada sembra un tipo tosto. Mi piace. Stai delineando un bel personaggio. Non vedo l’ora di leggere il resto. Brava Concetta
Eh sì, Giada è bella tosta, ma si troverà davanti a diversi imprevisti. Grazie di cuore per avermi letta, Tiziana❤️🙏
Ciao Concetta, leggendo il tuo brano non ho potuto non pensare a Fabrizio De Andrè. Il nome Andrea, solo un lato del volto scoperto, la vergogna nel farsi vedere mi hanno riportato a lui, alla sua storia personale. La tua serie tocca argomenti molto importanti, su cui è davvero bene riflettere.
Che bello sentire i condizionatori in azione, e che bello il gioco narrativo del condizionatore che condiziona. Amo, metaforicamente e linguisticamente questi oggetti, da quando Caparezza me li ha fatti apprezzare con il brano “Ilaria condizionata” (per parodiare l’aria condizionata).
La trama si prospetta avvincente. Complimenti.
È vero, hai ragione. Anche se non ho pensato a De André, il fatto che mio padre, da piccola, mi chiedesse di canticchiare le sue canzoni deve essermi rimasto dentro. Grazie per il bel commento! Luigi🙂🙏