
Andreas
Serie: Le Disillusioni (serie di racconti)
- Episodio 1: Le disillusioni
- Episodio 2: Stupida
- Episodio 3: Andreas
- Episodio 4: Requiem
STAGIONE 1
Andreas. Così si chiamava e così lo avrei chiamato, sempre. E invocato, ingiuriato, supplicato, delirato come gli innamorati persi o gli ubriachi fradici appresso alla luna. Andreas. Cadevo in estasi sopra le ginocchia come dentro un’eucaristia, ma abbastanza da sentire il male – le braccia scese, il viso affondato nel ventre come gli affamati, i morti per droga, o per amore. Andreas.
«Che ti sei messo in testa» l’ho detto una volta sola. «Fermati.» Poi, non l’ho più neppure pensato.
«Io con quello nuovo non ci lavoro.» Clara si versava, troppo nervosa, troppo zucchero dentro il caffè. «È dive…è strano. No, dico, lo hai visto?»
«Ancora no.»
«Vabbè. Io non ci lavoro, con quella gente lì. Dico a mio padre che ci pensi tu.»
«Come vuoi.»
Avevo acconsentito, che per me, sempre solo dentro il magazzino, una compagnia valeva l’altra.
E mi sarei aspettato di trovarmi davanti l’ottusità dei miei luoghi comuni: foulard sgargianti, vocine strisciate bianche, che so, mosse scimmiottate da femmina, annacquate da litri di profumi dozzinali. Invece, Andreas. Pantaloni scuri, un poco lisi sui fianchi, polsini slacciati e barba fatta, ma di qualche settimana.
«Non sembri mica una checca.»
Muto, di fronte al pc, lo avevo detto senza guardare.
E mi sarei aspettato un vaffanculo, ma chi ti credi essere.
Aveva riso di gusto.
«Neppure tu.»
Era iniziata così.
«Come va quello nuovo? Lavora normale?»
La sera a cena Clara faceva domande che mi apparivano esattamente come iniziava ad apparirmi lei: inutili, e sceme.
«E certo, che lavora normale. Perché non dovrebbe?»
«Beh, lo sai. Lui è—»
«E dai cazzo, Clara. Fammi il piacere.»
Mi alzavo senza finire.
«Dove vai?»
«In camera a leggere.»
Ma scrivevo ad Andreas, e soltanto più tardi usavo quell’ansia, quella specie di brama nuova per arrendermi come insegna la Bibbia sopra a mia moglie, come avevo imparato a fare e come avevo sempre fatto. Perché ho sempre pensato, sbagliando, che a farmi sentire uomo sarebbe occorsa per forza di cose una donna – se non accadeva, semplicemente, era perché m’era toccata in sorte quella sbagliata.
Invece, Andreas. Biondo, da parte di madre slava, e dentro lo sguardo la lava, ereditata da un padre isolano che non aveva conosciuto mai. Gli aveva lasciato soltanto quello sguardo infuocato, da predatore disattento, e una specie di fame a cui non sapeva dare nome. Me la placava addosso con la foga di un bambino a sbafo dentro il vaso di marmellata e non c’erano colpe, per lui, né doveri, né punizioni, né iradiddio a fermarlo, fargli temere il contrario.
«E allora perché basta.»
«E dai, Andreas.» Mi veniva, ma non lo dicevo. «Lo sai.»
Ma gli tornavo vicino, il viso sul collo, le mani a cercare più in basso.
«Cosa so?»
La mia testa sbucava da sotto le lenzuola.
«La fiera di Roma.» Cambiavo discorso. «Ci andiamo insieme. Ho convinto mio suocero che il più adatto sei te.»
«È una dichiarazione d’amore?»
«Sì.»
«Forse dovremmo farlo parlare con il don.»
La sera a cena, poi, Clara sprecava l’ennesima croce.
«Farlo ragiona—»
«E dai Clara, cazzo. Datti una svegliata. Non è malato, è solo frocio» ammutolivo, gettando a terra il tovagliolo. «Soltanto un cazzo di frocio.»
«Dove vai a quest’ora?»
«Esco a portare il cane.»
«Andreas.» Lo sibilavo al citofono, ma come i ladri. «Soltanto cinque minuti.»
Lo imploravo di scendere e prima che riuscisse a dire qualsiasi cosa – ma come, così subito, nemmeno un ciao? – lo prendevo di peso come si fa con le spose. La schiena a muro, le mani a frugare, le lingue in bocca peggio di due adolescenti.
«Inizia a farsi lunga, la piscia di questo tuo cane.» Mi sfotteva.
Controllavo il guinzaglio. «Devo andare.»
«E se fossi io? Se fosse di più?»
«Ma di più cosa, Andreas, ma ti senti?» Lo scansavo. «Ma io cosa, io chi?»
Diventavo cattivo, ma di un sottile piacere, come se ingiuriandolo potessi in qualche abbattere e rinnegare quella parte di me che lo amava, che gli somigliava di più.
«Te l’ho già detto. Io non sono—» mentivo, e soltanto così davo un senso, seppur malato falso e corrotto, alla vera natura del mio dolore.
«Sono cosa?» Mi voltava le spalle, sistemandosi piano. E aveva uno strano modo di arrendersi, incassare la mia rabbia, le sue paure. «Dillo.»
E mi sarei aspettato cazzotti, maleparole. Mi riservava un ghigno divertito e strafottente, lo stesso dei ragazzini, quando li minacci ma sai benissimo non essere loro, ma tu, quello spacciato.
«Torna sotto la tua gonna.» Mi sfidava. «Dalle tue cosce grasse.»
Si voltava, rivolto alla strada. E sembrava aspettare il momento preciso in cui, come le torri, mi sarei raso al suolo.
«Dillo.»
«Ma dire cosa?»
«Che non sono io. Dì: non sei tu.»
«Andreas.»
«Non così.»
«Andreas, aspetta.»
«No. Non alle tue condizioni.»
«Andreas.»
Rincasavo come i senza terra, i rei confessi sconfitti diretti al patibolo.
«No, dico» Clara mescolava inutilmente un bicchiere vuoto, senza caffè. «Ci si licenzia così, senza preavviso?»
La lasciavo parlare, ma l’avrei ammazzata.
«Bella fregatura, il tuo pupillo.»
«Clara basta.»
«No, ma dico, gli dai pure ragione? Dopo tutto quello che—»
Sbattevo a gambe la sedia senza lasciarla finire.
«Ma dove vai?»
«Esco. Vado a portare il cane.»
***
Trascino ancora il guinzaglio, lentamente, a volte anche per ore, e ogni sera è mio questo lento, disperato guaire. Il mio cane mi segue mogio, guardandosi al cielo e attorno, come a dire dove sta, ora, quel nostro altro padrone, quello che sempre venivamo a trovare?
Cadiamo a terra sopra l’asfalto come gli ubriachi, i fottuti persi, i poveri cristi senza più fede o ragione. Dal basso del pavimento umido fissiamo insieme la porta chiusa, la sua finestra spenta. Andreas. Il suo nome mi sale come la schiuma, l’amaro dalla bocca, il fiato che manca, il fumo caldo da dentro i tombini.
Andreas. Sei tu la mia supplica, ora, la mia unica preghiera. Perchè ho sempre pensato che, in fatto d’amore, sarebbe occorsa una donna ad insegnarmi tutto questo dolore, e se questo non accadeva era soltanto perché, ma no. Niente. Basta stronzate, lasciamo stare. Dimmi soltanto dove sei, adesso, ed io mi trascinerò, l’ anima appesa al guinzaglio, a scovarti per non lasciarti più andare.
Serie: Le Disillusioni (serie di racconti)
- Episodio 1: Le disillusioni
- Episodio 2: Stupida
- Episodio 3: Andreas
- Episodio 4: Requiem
Cara Dea, dirti che sei stata magistrale e che il tuo stile è come un marchio di garanzia riconoscibile tra mille sarebbe ripetitivo, ma vale sempre la pena ricordarlo. ❤️🔥 Inoltre ho la sensazione che ad ogni scritto tu faccia un passo in avanti, migliorando e crescendo sempre più. ❤️🔥
Ma ora vorrei spendere due parole per la vera vittima del tuo racconto: il cane. Non avrei dovuto (e mi sono sentita pure in colpa), ma ho riso come una disgraziata pensando a sto poveraccio che ogni 3×2 è obbligato a scendere, disidratato e con la vescica ormai ridotta ad una susina rinsecchita. 😹
Tra l’altro, cornuto e maziato povero cane, è l’unico a sapere del tradimento e non può nemmeno dirlo alla compagna di lui!
Lo so che è un commento diverso e forse pure inappropriato, ma non potevo esimermi dal dirlo!
Mary, te l’ho già detto, ma te lo ripeto: io ti adoroooo😍
Sei stata bravissima a cogliere un particolare che non era lì per caso, e che si, ha anche sua vena ironica in sottofondo. Ammetto di aver sorriso pure io, mentre scrivevo, al pensiero di questo povero cagnolone tirato di qua e di là, costretto ad essere testimone scomodo😅
Grazie per il tuo sguardo che sa andare anche “al di là ” ❤️
Un flusso continuo di immagini, pensieri, dialoghi che coinvolgono chi legge… Mi piace molto questo modo di scrivere. il tema è difficile: sei riuscita ad affrontarlo con le parole giuste (e con la perfetta citazione di Faber…)
Ciao Antonio, mi fa davvero piacere che tu sia passato di qui e che il pezzo ti sia piaciuto!
Adoro che tu abbia colto Faber.
Grazie ❤️
Un fine cantore di pensieri di anime dannate da una società di ben pensanti troppo legata a stereotipi oramai lisi dal tempo.
Il tempo che passa il suo rimuginare una storia che non ha fine ….un inferno in terra con una speranza nel cuore
Hai colto in pieno l’essenza di ciò che volevo trasmettere. Grazie per essere passato di qui!
Letto con piacere. Mi sono molto piaciute le immagini evocate dal testo e le scene, che scorrono veloci davanti agli occhi fino alla fine.
Il paragrafo finale lascia quel senso di malinconia che rende tutto incredibilmente realistico.
Sai ero indecisa sul paragrafo finale, se chiudere o meno con qiesta svolta romantica. Però a quanto pare ha fatto il suo effetto. Grazie Giuseppe per essere sempre presente!
Grande come sempre, anche in questo racconto, nella tua capacitâ di immedesimarti nei personaggi che descrivi, sempre nuovi e sempre veri, attraverso le tue parole che riescono a dare un’intensità speciale alle storie che racconti.
Grazie mille Luisa, di cuore. È importante per me sapere di essere riuscita a dare al racconto l’effetto sperato. E il vostro sostegno è sempre fondamentale 🥰
Ci sono amori che sono eccessivi….troppo grandi per essere contenuti in una sola vita….straripanti….sconfinati….dolorosi e doloranti….confusi e confondenti…..che si frantumato e frantumano….amori che si nutrono di mancanze, di fragilità e di buchi del cuore….
Amori che si insinuano in crepe mai cicatrizzate, che scorticano il cuore e lo riempiono di tutto e di niente….
Le tue opere sono lame affilate che squarciano il sottile velo del dolore….e tu, attraversi la vita camminando con il cuore in mano……
Ciao Migeè, con il tuo sguardo attento e la tua sensibilità hai colto esattamente il tipo di amore che volevo descrivere. Quel farsi “troppo”, quell’espressione che non contiene…i tuoi commenti sono piccoli gioielli, racconti che accompagnano altri racconti. Grazie di cuore.
Molto bello, un racconto pieno di immagini in cui mi sembra sempre sera e che non faccia mai giorno.
Grazie Roberto. Mi fa piacere vederti passare di qui.
La lettura di questo pezzo magistrale, invita a tornare sui propri passi e ‘ascoltare’ nuovamente anche i due precedenti. Non per trovare un nesso fra i tre, o qualcosa del genere, solo perché farlo fa semplicemente bene. Questo ultimo mi ha davvero commossa perché l’ho sentito dentro. È quella felicità rabbiosa che hai per una volta sola a portata di mano che basta che l’allunghi e invece non lo fai. E allora lei scappa via e, per quanto male ti facesse, ti accorgi che non volevi altro. Hai raccontato una storia che va oltre il genere, una storia universale. I tuoi personaggi hanno la capacità, che poi forse è la tua, di strapparsi via a morsi brandelli di carne. Loro si ‘mangiano’ semplicemente perché ne sentono il bisogno, così inarrestabile, che viene da dentro. Farsi domande non serve a niente. È semplicemente così. Continua anche tu a non farti domande e soprattutto a scrivere con questa capacità che hai, rara di farlo in questo modo.
“Strapparsi via a morsi brandelli di carne”…non avrei saputo descrivere meglio quello che fanno e sono questi miei personaggi. E lo fanno e sono, ormai mi conosci e lo sai, perché, come gatti fedeli, “hanno preso dalla padrona” 🤭
E si, non mi faccio più domande. Soltanto scrivo scrivo scrivo perché è questo che amo fare. E di questo ti ringrazio con tutto il cuore, perché a trasformare i miei tormenti in arte me lo hai insegnato tu🥰
Mi piace molto il torrente in cui sei abituata a impostare e a coordinare i tempi della tua narrazione, in cui si avverte il rapporto con l’aria e con l’energia della tua voce, spesso ferita, a volte solo scalfita, come se il tuo scrivere rappresentasse un atto di sopravvivenza alla paura di dover tacere all’improvviso, per cause incombenti, semmai di una forza maggiore – o minore – che non ti è nota, ma che dal suo ignoto ti slancia in questo gradevolissimo universo di moti diretti, contrari, paralleli, fatti di strali, spesso di opacità e fluorescenze feeriche che si alternano, o forse si avventano in picchiata nella profondità insulare del tuo immaginario, prima che qualcuno spenga la luce e ti impedisca di completare.
Hai un tuo stile riconoscibile, incisivo, urgente, ma dove la velocità non sfiora ma interseca, come una raffica di maestrale una vela al tramonto. In alcuni momenti le tue frasi, la loro concatenazione, mi ricordano dei virtuosismi di un piano sequenza, che quando è ben riuscito deve consegnare al montaggio l’artificio del suo tessuto senza alcun tipo di taglio o interruzione – di solito meta ambita da molti registi, pregevole esercizio tecnico-stilistico. Queste tue ondate di pensiero e di immagini sono, secondo me, la tua prima voce. Sai riprendere fiato e la cosa singolare e che quando lo trattieni irrori lo sguardo e il petto di chi ti legge, anche in questo caso attivando un moto parallelo di rispondenza delle parti e di immensa generosità.
Attente e preziose come sempre le tua analisi Luigi. Mi ritrovo moltissimo in queste parole. Scrivere, in effetti, è per me un urgenza, un qualcosa che preme per uscire e che a volta faccio fatica a domare, tanto è la foga con la quale questo bisogno si presenta. Tant’ è che il mio timore è quello di essere trascinata dal flusso, invece che riuscire a domarlo, dargli forma per risultare di buona lettura, senza cadere nell’esagerazione o nell’accesso di virtuosismo. Questo è un aspetto sul quale, secondo me, posso ancora migliorare. Tu hai colto, fra le altre cose, un aspetto fondamentale: scrivere è la mia prima voce, ferita e scalfita. Il torrente viene da lì. Grazie di cuore per essere sempre presente.
Grazie a te, Dea, per i doni luminosi della tua voce e della tua urgenza.
“delirato come gli innamorati persi o gli ubriachi fradici appresso alla luna.”
Suggestiva questa frase. Bello l’intero episodio e i vari dialoghi. Complimenti davvero Dea!! ❤️ 😃
Grazie Alfredo, sono contenta tu sia passato di qui 😊
Mi sembra il minimo. I tuoi racconti sono sempre bellissimi ❤️
Ma quali parole posso mai mettere in fila per esprimere il piacere di aver letto questo gioiello? Nessuna, ti lascio l’onere di interpretare le mie emozioni ma ti ringrazio per l’amore che hai rappresentato in modo così efficace. Frega niente se sono froci piuttosto mi spiace che qualcuno non capisca che l’amore non dipende da ciò che la sorte ti ha posizionato tra le gambe. Grazie Dea!!!🌹
Fantastico Giuseppe, hai colto in pieno il messaggio del racconto! L’amore va sempre al di la’…e chi non lo capisce, peccato e peggio per lui. Grazie di cuore!
Appena riesco leggo bene, ma i tre capitoli son collegati tra loro o sono autoconclusivi?
Grazie Loris. Sono tutti racconti separati, puoi leggerli anche divisi. Colgo l’occasione per scusarmi, sono rimasta indietro con molti commenti, presto mi rimetterò in pari anche con i tuoi racconti!
A volte il cruccio di noi scrittori è anche quello che non riusciamo a legger troppe cose, ci sta. Lo capisco benissimo, io stesso mi accorgo che sto aumentando il numero di segnalibri con librick di svariati autori 😅 e ancora non ne avrò letto manco la metà
Ciao Irene.
Per un lettore pigro come il sottoscritto è difficile commentare, ho migliaia di pagine da recuperare relativamente a tutti gli autori di Open.
Ma oggi va così, inauguro il mio account con te.
La fame d’aria, che hanno i tuoi personaggi si trasmette a noi lettori… almeno a me capita così, da quando ti leggo.
Grazie per il tuo lavoro.
Ciao Luca! Che bello vederti passare di qui, e che emozione essere il racconto che inaugura la tua venuta su Open 😊
Grazie grazie grazie!
Sei un lettore molto preciso e attento, e i tuoi commenti sono davvero preziosi.
L’amore, il dolore, la sofferenza, il desiderio, non hanno genere né direzione. Strano come ci sia voluta una Dea per descrivere tanto bene quando tutto questo accade ad un “uomo”. Abbiamo ancora tanti pregiudizi, noi “maschi etero”, al punto da non riuscire a esprimere e descrivere un amore omosessuale? Non lo so. Io non lo avrei saputo fare tanto bene, perché non sono tanto bravo e perché, probabilmente, sono troppo intriso di convenzione senza nemmeno rendermene conto, o forse senza riuscire a liberarmene davvero. Sinceramente non lo so.
Però complimenti, perché ci hai portati nel fondo del suo cuore, ed è stato intenso.
Ciao Giancarlo, grazie per queste bellissime parole. Mi hai fatto riflettere sull’idea che ha fatto nascere questo racconto: il dolore, l’amore, i pregiudizi e le incomprensioni non hanno genere. Quando ho iniziato a scrivere, sono partita da sensazioni mie. In situazioni e contesti completamente diversi, mi è capitato di provare quello che descrivo. Il fatto che io abbia saputo cucirlo così bene indosso ad un uomo, a mio parere, dipende proprio dal fatto che, da donna, ho il distacco necessario…non so se mi spiego…ma fossero state due donne, confesso, forse avrei faticato di più 😅
A conti fatti, comunque, sono davvero contenta che l’esperimento sia riuscito e il racconto vi sia arrivato!
Si anche io penso al distacco necessario come condizione necessaria, ma non sufficiente. Ci vuole comunque la tua capacità di descrizione delle emozioni. Che è potentissima.
Grazie di cuore 😊
Ciao Dea, che bello ritrovare una tua storia! È struggente e sa dove colpire. Il dolore del protagonista, la sua mancanza di coraggio e il rifiuto verso ciò che è realmente si sentono perfettamente. È sempre un piacere leggere le tue storie.
Ciao Melania, che bello ritrovarti qui. Mi fa davvero piacere esserti piaciuta. Grazie di cuore ❤️
Ottima scelta, riprendere da te, a leggere. Sembra che qualcosa stia cambiando nella tua voce, in questa raccolta. Come se le parole avessero più densità – tutte: nomi, verbi, congiunzioni…- e quindi uscire diventasse una fatica, con tutto quel significato che devono portarsi dietro, o lasciare indietro perché troppo faticoso da sopportare. Spietato realismo, più forte di qualsiasi leggiadria linguistica.
Ciao Francesca, non sai quanto mi onora ritrovarti qui, essere tra le tue prime letture 😊
La tua sensibilità non si smentisce, hai colto esattamente l’essenza di questa serie, col termine “densità”
Non so se sia un parallelo con qualche cambiamento che anche nella vita mi sta “premendo per uscire” proprio come le parole che uso, oppure se la mia scrittura sta cambiando, da sola, o insieme a me. Fatto sta che questi racconti, rispetto al prima, costituiscono un mondo a se. Grazie di cuore per averlo notato.
Un ritorno con il botto! Il travaglio interiore del protagonista è splendido, ma tutto nel racconto ti è riuscito bene. Ha un tono poetico e vagamente romantico, ma allo stesso tempo crudo. Complimenti per il lavoro notevole.
Ciao Francesco! Dopo mesi di full immersion con la diva ho sentito l’esigenza di tornare “col botto” … sono contenta abbia fatto il suo effetto!
Inizialmente, ti confesso, l’idea era di scrivere un pezzo soltanto crudo. Poi, come una specie dibirgenza, è affiorata la poesia e ha chiesto di farsi sentire. Sono stata indecisa fino all’ultimo, poi l’ ho lasciata esattamente come è venuta. Grazie di cuore!