Angeli.

Al Greco milanese.

«Il fatto è che io sono risorto!» dice Martin con aria convincente.

Silvia ha delle ridicole mollette a farfalla che non ce la fanno a bloccare i riccioli castani, le coprono le lenti degli occhiali da vista spessi come due fondi di bicchiere. «Questa la dai a bere a tua nonna!»  ribatte.

Silvia ha dodici anni e da circa mezz’ora si domanda cosa ci abbia trovato di interessante in Martin, lui e il suo accento con la t masticata stile inglese. E’ sabato sera, ha deciso di seguirlo.

Martin ha diciassette anni e ogni sabato pomeriggio si ritrova con una band da quattrosoldi, lui e altri tre sfigati, nella cantina del palazzo dove vive che poi è di proprietà della famiglia. Provano pezzi a ripetizione, Fabio è alle tastiere, Martin alla batteria, Lorenzo al basso e Irene alla voce.

“Knock, knock, knockin’ at your back door…”

Poi a garganella si scolano una birra dietro l’altra, impistano cocaina che tanto la offre sempre Martin, in questo è generoso.

«Che l’hai portata a fare?» chiede Irene indicando Silvia. Silvia arrossisce. «Qui ci porto chi mi pare. Allora dove eravamo rimasti?». Martin ha sempre la risposta in tasca.

Silvia si sente protetta da Martin che però ora vuole riprendere la conversazione da dove l’ha interrotta Irene, non sanno più cosa dire e ora pensano al paradiso. Chi sono gli angeli, dove vanno a finire, cosa fanno e perché sono angeli. Martin  ne ha uno tatuato sul polso, con le ali di drago. Si sono conosciuti ai centri estivi del Greco milanese, roba a mezza via tra un centro sociale giovani e uno spazio studio per l’estate, Silvia si è occupata della biblioteca. Martin è bello e viene da una famiglia che gestisce più di una industria a Milano, ma è vittima del pessimismo. Hanno pranzato insieme qualche volta al centro, gomito contro gomito.

«Ma come fai ad avere quel sorriso sempre stampato in faccia?» le aveva chiesto.

«Chi io?».  Silvia si era guardata intorno.

«Sì, tu. Beata te che sei piccola e non hai problemi»  aveva proseguito.  Silvia si era subito affrettata a cercare un’altra conversazione, ma Martin parlava solo di sfiga e del coglione di suo padre che ce l’aveva voluto mandare a forza a quel centro. Parlava anche di dio, che non esisteva, dei led zeppelin che pensavano di aver trovato una scala per il paradiso e ce l’aveva anche coi negri vu’ cumprà che d’estate erano più fastidiosi delle mosche.

«Vieni sabato a sentirci suonare, così ti diverti un po’, ragazzina». 

La t gli era rimasta incastrata tra i denti. Silvia aveva scostato d’istinto i capelli dagli occhiali.

*** * ***

S’è fatto tardi.

Fuori corre la tangenziale.

Irene è antipatica. «Vuoi?». Le passano una birra e Silvia la beve perché l’afa in quella cantina è più fitta della polvere. Le casse rimandano nell’aria le note di un basso lagnoso e stridente, rintronano sulle pareti, fanno il giro della stanza e si ficcano nei timpani di Silvia. In realtà non si è mai annoiata così tanto. Irene la sta fissando. «Allora, raccontaci un po’, ce l’hai il ragazzo?».

Lorenzo scoppia a ridere e non fa altro che toccarsi il naso; Silvia non risponde, pensa che tanto interverrà Martin, si vede che a lei ci tiene. Invece Martin sta zitto. 

«S’è fatto tardi», dice guardando l’orologio fucsia che porta al polso. 

Martin sta ancora muto come se gli avessero tagliato la lingua e i suoi occhi hanno le pupille dilatate di un gatto quando attacca. Silvia è già in piedi. «Ci hai portato una bambina», esclama Fabio, «neanche per divertirsi un po’» e si capisce che allude alle sue tette pressoché inesistenti. Nell’aria c’è qualcosa che stona, un livore acido che aumenta, Silvia ha il sudore che le scende lungo il collo e il respiro che aumenta. 

«Voglio andare a casa!», dice a Martin. 

«Prima mi dai un bacio, che non l’hai mai baciato un ragazzo?». Martin agita la sua lingua come una vipera.

“There’s a lady who’s sure

All that glitters is gold

And she’s buying a stairway to heaven…”

*** * ***

Unità t.i. – Niguarda.

Oscar, alla soglia dei cinquant’anni, respira lento e non è che gli costi fatica. E’ la pompa collegata alla trachea che gli spinge aria nei polmoni. Lui non ha niente da fare se non attendere. Sente le voci fluttuare nella stanza ogni volta che uno dei medici gli si avvicina, ogni volta che sua moglie Monia lancia un gemito al soffitto. Qualcuno le sfiora le spalle, questione di ore, sussurra e Monia intanto cerca di sopravvivere al dolore ricordando le ultime vacanze a Sharm, lei e Oscar sul bagnasciuga. I suoi occhi sono laghi in secca. Stringe la mano di Oscar. Si conoscono da quando erano ragazzi. Il paradiso è nei cieli, pensa, l’inferno in terra.

E’ da quei gemiti che Oscar capisce di avere i giorni contati, ma dovesse dire a che scopo non lo sa. La morte non è tenuta a dare spiegazioni. Quello che lui chiama mostro, gli altri lo chiamano fibrosi cistica. Cuore e polmoni in progressiva degenerazione.

*** * ***

Irene che canta.

“…and she’s buying a stairway to heaven.”

Fabio batte sulle tastiere e Martin ha bloccato Silvia al muro. Vuole spingere la sua bocca su quella di Silvia, le mollette a farfalla sembrano schizzare da tutte le parti. Lorenzo ride perché non sa più dove sta.

«Lasciami!» urla Silvia, ma Martin inizia a ridere e a farneticare «eccolo qui, un angelo, tra le mie braccia», le ha aperto la camicetta e mette le mani dappertutto. La cantina gira nella testa di Martin a causa delle troppe birre, Silvia piange e dice che se non la lascia andar via lo denuncia ai carabinieri, che lui è uno smidollato; gli lascia andare un calcio tra le gambe, il tempo che serve per correre e imboccare la via d’uscita. Apre il portone principale del palazzo e si getta nella strada come un cane in fuga. L’aria si fa sentire col suo vigore, le dà la forza necessaria per lanciarsi con le mani in avanti, protese a fermare il traffico, Martin allunga il braccio per agguantare quella stupida bambina, ma i suoi passi indecisi si bloccano dinanzi al clacson stridente di un’auto in sorpasso.

E’ un accartocciarsi di ossa e lamiere.

E’ un volo quello di Martin, nel cielo calante d’estate. Piomba al suolo, annaspa, nuota nel mare calmo e rosso che si forma ai suoi piedi. Un capannello di gente, Irene sul marciapiede senza più la voce, l’eco di un’ambulanza, Martin che respira ancora. Il tragitto detta i secondi, per avvertire il padre e la sala operatoria, per incrociare come da routine i dati in un computer mentre il battito si fa lento, si spenge come un fiammifero.

Qualcuno entra correndo nella stanza di Oscar. «Un miracolo! Polmone e cuore, ce la farà!».

A Monia sembra di svenire e che due ali possenti muovano l’aria nella stanza.

Tre mesi dopo.

L’estate lascia il posto all’autunno e al tempo che è stato. C’è un flebile vento che poi diventa vorticoso e fa ballare le foglie dei parchi lungo i viali. C’è anche una panchina. Oscar legge al tepore del primo pomeriggio; Silvia corre sui rollerblade.

Si siede a tirare il fiato. Si aggiusta gli occhiali e pure le mollette.

Lui la osserva.

Lei gli rimanda un sorriso.

«Ragazzina…» dice Oscar.

Silvia lo guarda, stropicciandosi via i riccioli dagli occhi.

«Lo sai che voli come un angelo sui quei pattini?»

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Mamma mia quel finale. E’ come nei film horror: sai che il personaggio non deve entrare in quella casa, lo sai dall’inizio, si capisce dall’atmosfera. Dovrebbe capirlo da solo eppure entra. Succede.
    Ecco, qui lo capisci da subito che quel trapianto porterà qualcosa dell’anima cattiva nel nuovo ospite.
    Lo sai, te lo aspetti. Eppure… Eppure quando succede, inevitabilmente, necessariamente, ti colpisce allo stomaco.
    Complimenti, ben scritto ed originale.

  2. Ogni vita può portare luce oltre che sofferenza. Così come può essere attribuito un senso più ampio, oltre a quello spirituale, alla morte. C’è da chiedersi se una vita sia più degna di essere vissuta rispetto ad un’altra, ma qui entra in gioco tutt’altro discorso, alieno al piacere di leggere un racconto (come questo) che porta in sé riflessioni profonde. Siamo interconnessi, legati, energia che si trasforma: non è questa, forse, la vera immortalità?

  3. Anche io, come Kenji, temevo per Silvia. Sarebbe stato ancor più tragico, ma forse anche più scontato…e tu hai giocato una bella carta, spiazzando il lettore.
    Mi piace molto anche l’intreccio delle storie, a ricordarci che non viviamo in tante piccole bolle isolate, ma che siamo tutti parte di un sistema molto più complesso, e ciò che faccio io, ora, qui, potrebbe avere delle conseguenze per altri in altri luoghi e momenti, positive o negative che siano.

    1. Ti ringrazio Sergio per la tua lettura. Lo scopo di questo racconto era proprio quello di sollevarci da la nostra comoda o scomoda realtà e comprendere che siamo interconnessi. Anche se non ce ne accorgiamo quasi mai.

  4. Ciao Bettina, premetto che probabimente e´ la prima volta che leggo qualcosa di tuo. Non riesco a seguire tutti. Ti confesso anche che non sono riuscita a collegare bene le diverse parti del racconto, ma io sono un po´ ” tarda”; rileggendo piu´ volte, forse, riusciro´ a capire meglio i collegamenti tra le varie situazioni. Detto questo, ti dico anche che credo di aver perso tanto, finora, a non esplorare le tue storie. Cerchero´ di rimediare. La tua scrittura e´ coinvolgente e rispecchia la nostra attualita´, lasciando la possibilita´ al lettore, di andare oltre la realta´ nuda e cruda.

  5. Carissima Bettina. Raramente divento letalmente critico con qualcuno. Davvero, raramente. Ma stavolta ci vado giù pesante e non pensavo che l’avrei fatto proprio con te.

    Sto ascoltando “Immensa Distesa” de Le Orme. Forse non c’entra nulla. Forse.

    Non lo fare più: piuttosto, lasciaci sognare. Non spiegare quello che scrivi. Ho letto purtroppo la tua risposta al primo commento… non farti intrappolare perchè se prendono te, ci tirano dentro tutti. Ci sta che i lettori chiedano, ovvio. Ma non era questo il testo su cui dare spiegazioni, lascia aperte tante strade che devono restare dritte, lunghe, da correrci su all’impazzata. Perchè è trppo ben fatto e fa venir voglia di pensare. Il significato è perfino secondario, sotto questo punto di vista.

    La terapia intensiva, ancora. Non mi dilungo ma dico, ancora. Le parole sono proiettili e prima della fine di questo commento te lo ripeterò, ma in inglese.

    Menzione di merito per i pezzi musicali, significativi, anche spiazzanti come il primo. Il pezzo dei Deep è un’icona , molto particolare per certi versi,

    La prima frase del testo era l’upsidedown, il rivoltare sottosopra. Iniziare dalla fine perchè sì, Martin è risorto.

    Angeli particolari, Bettina, che trovano le loro scale verso il paradiso attraverso vie contorte.

    E ragazzina, dice ancora lui, a cui la vita ritrovata permette di vedere l’oro, quello vero, che luccica. La nostra Biancaneve.

    Ultima menzione di merito per i tuoi ‘bullets’ (ho un mio personalissimo dizionario narrativo) pericolosissimi. La Morte non è tenuta a dare spiegazioni.

    Bello da far male.

    Chapeau alla tua fantasia. Somiglia a un’immensa distesa.

    1. Sono andata ad ascoltare Immensa distesa de Le Orme per capire meglio ciò che intendi. E’ servito. Se mi si chiama a rispondere come autrice di un testo io sono tenuta a farlo, non significa cambiare il racconto, che non cambierà né la sua forma, né il suo contenuto, perché tengo ferrea fede che “ogni racconto si racconti da sé”, anche quando può essere fuorviante, non immediato al lettore. Mi spiace che tu sia andato a leggere il commento, prima del brano e quindi nella mia risposta tu abbia trovato già parte del racconto stesso. Un conto è leggere le impressioni, un altro è immergersi nella storia. Vorrei capire, se puoi, che intendi con: La terapia intensiva, ancora. Non mi dilungo, ma dico ancora. Cosa ci leggi nel mio proporre questa situazione? Questo racconto si conclude con un punto di domanda, fuoriesce dalla linearità delle chiuse regolari, impone che chi legge si blocchi e si chieda “chi o cosa è un angelo?”.
      Ti ringrazio per il tuo sincero apprezzamento e per le parole che hai usato. Grazie, Roberto. (tornerò sull’ultimo episodio della tua serie).

  6. Ciao Bettina, i tuoi racconti sono sempre splendidi da leggere, amo il tuo stile e te l’ho deto più volte. Stavolta però, forse per colpa mia, devo dirti di no nessere riuscito a capire il racconto e a focalizzare bene il ruolo dei personaggi, forse è anche colpa del poco spazio a disposizione

    1. Ciao Alessandro, mi fa piacere la tua osservazione, l’accolgo molto volentieri. Può essere che ci sia troppa carne al fuoco, condensata su più piani, in un vestito stretto di un racconto breve. Magari a depistare è il punto interrogativo (?) sul finale. Stride, lo so. E anche tanto. La chiusura si chiama da sé. I testi delle canzoni menzionate attingono all’idea del paradiso, dove vivono gli angeli. L’angelo in questione è Silvia, che senza volontà, è causa della morte di Martin (ognuno è il mal di se stesso). Gli organi di Martin salveranno la vita a Oscar, (altro piano di trama) che niente ha a che fare con il gruppo di adolescenti. Oscar incontrerà casualmente il proprio angelo (Silvia) al parco. (…forse hai ragione, ho fatto un giro pazzesco con la testa e ho condensato una ventina di spunti e suggestioni). Grazie, Alessandro. Ti dirò che mi piace parlare delle debolezze dei miei racconti. Il tuo confronto mi serve e non sai quanto. Te ne sono grata.