Anima mia, torna a casa tua 

Un mese.

È già passato un mese da quando è iniziata tutta questa faccenda della pandemia.

Oggi le lezioni sono finite più tardi del solito, i professori hanno deciso di tenerci attaccati allo schermo di quel maledetto computer fino all’ultimo minuto.

Possibile che non avessero di meglio da fare? Come pranzare o fingere di dover portare fuori il cane per respirare un po’ d’aria fresca?

In ogni caso, ora finalmente sono libera, così scendo al piano di sotto della mia amata prigione per mettere qualcosa sotto i denti: sono già le due e mezza e sto davvero morendo di fame.

Data l’ora tarda una volta arrivata in cucina l’unica cosa che trovo ad aspettarmi è un piatto di pasta da riscaldare e una tazzina di caffè freddo, il resto della mia famiglia deve aver già pranzato ed ora ognuno è tornato alle rispettive postazioni, chi seduto alla scrivania e chi dietro ad un ferro da stiro.

Non perdo tempo e infilo la pasta nel microonde, una volta pronta mi siedo a tavola e inizio a mangiare in silenzio.

Il mio sguardo si perde in un punto fisso davanti a me, su una mattonella un po’ più colorata delle altre mentre la mia mente inizia a vagare da tutt’altra parte.

Non mi è mai dispiaciuto mangiare da sola, o stare in silenzio, ma devo ammettere che da quando sono in quarantena questo “mai” è diventato un concetto piuttosto relativo.

Quindi, per essere più precisi, forse dovrei dire: non mi è mai dispiaciuto mangiare da sola o stare in silenzio, fino ad ora.

Una volta finita la pasta riscaldo anche il caffè per poi aggiungerci ben 8 cucchiaini di zucchero, non uno di più né uno di meno.

Sì, lo so, il mio tasso glicemico un giorno verrà a bussarmi direttamente alla porta chiedendomi a gran voce una somma cospicua per il risarcimento danni.

Ma questo è un problema della me del futuro, non certo mio.

Dopodiché decido di darmi all’antica arte della giocoleria: prendo la mia tazzina ed il rispettivo piattino di servizio con una mano mentre con l’altra afferro il telefono e i vecchi auricolari per poi uscire sul terrazzo.

L’aria è ancora fresca ma un sole caldo, non particolarmente adatto a marzo, splende alto nel cielo costringendomi a sbattere le palpebre più volte.

Mi avvio verso il tavolino bianco mezzo traballante che dovrebbe abbellire il terrazzo e una volta seduta ci poggio sopra tutte le cose che avevo in mano, poi chiudo gli occhi e sospiro pesantemente.

Dopo attimi che mi sembrano infiniti li riapro lentamente cercando di abituarmi a quei raggi di sole tanto caldi quanto invadenti.

Di solito dopo un sospiro del genere mi sento sempre più libera e leggera, ma oggi non è proprio giornata perché quel peso indefinito rimane lì, dov’è sempre stato, continuando indisturbato a gravarmi sul petto.

Lo lascio fare e decido di ignorarlo, come spesso faccio con tutte le altre strane sensazioni senza volto e senza nome che di tanto in tanto mi stringono le budella in una morsa o si attorcigliano intorno ai polmoni.

Ignoro tutto ed inizio a sorseggiare il caffè ancora caldo come solo una donna di mezza età particolarmente stanca con quattro gatti e due divorzi alle spalle farebbe.

Solo che per mia sfortuna (o fortuna?) non ho mai avuto un ragazzo, figurarsi quindi due divorzi.

E per quanto riguarda i gatti, ne sono tristemente sprovvista al momento, dato l’irremovibile “No” di mia madre.

Stanca però lo sono, oggi stranamente più del solito, ma sicuramente per motivi diversi da quelli della donna di mezz’età.

Il caffè finisce in fretta così mi decido a rialzarmi per trascinarmi in cucina dove, con noncuranza, abbandono la tazzina sporca sul tavolo.

Se chiudo gli occhi anche solo per una frazione di secondo riesco già a sentire i rimproveri di mia madre riguardanti quella stramaledetta tazzina vuota che ovviamente non andrebbe sul tavolo ma nel lavandino, con un po’ d’acqua dentro magari.

Ma oggi non è davvero giornata ed io non mi sento dell’umore giusto per lavarla.

Così torno in terrazzo e mi siedo nuovamente vicino al tavolino bianco, afferro il telefono, ci collego gli auricolari e me li metto nelle orecchie.

Il sole continua ad essere invadente ed io non capisco che brano stia effettivamente scegliendo di ascoltare perchè lo schermo del telefono assomiglia sempre di più ad un buco nero in grado solo di riflettere il mio volto stanco e irritato.

Ma dopo aver schiacciato svariati tasti a caso, all’improvviso, sento della musica diffondersi nelle mie orecchie e, piuttosto fiera di me stessa, capisco di aver avuto la meglio sia sul sole che sul buco nero.

Si tratta di ‘Anima mia’, il brano dei Cugini di Campagna del 1974, insomma, il classico pezzo che avrebbe potuto scegliere solo la donna di mezz’età con i gatti e i due divorzi alle spalle.

Mi alzo e inizio a camminare per il terrazzo mentre parte la prima strofa della canzone.

Andava a piedi nudi per la strada

Mi vide e come un’ombra mi seguì

Oggi il sole è davvero troppo luminoso.

Col viso in alto di chi il mondo sfida

E tiene in piedi un uomo con un sì

E i miei professori si sarebbero meritati, come minimo, una denuncia per sequestro di minori.

Nel cuore aveva un volo di gabbiani

Ma un corpo di chi ha detto troppi sì

Oggi il caffè riscaldato nel microonde non era un granché e la pasta ancora meno.

Negli occhi la paura del domani

Come un ragazzo me ne innamorai

Ma soprattutto, oggi avrei tanto voluto pranzare insieme alla mia famiglia.

La notte lei dormiva sul mio petto

Continuo a camminare avanti e indietro fino a quando non mi decido a fermarmi e ad appoggiarmi con le braccia alla ringhiera verde che dà sul fiume sotto casa mia.

Sentivo il suo respiro su di me 

Guardo verso il basso: il fiume è ancora lì.

E poi mi dava i calci dentro il letto 

Così sposto lo sguardo verso l’alto e lo punto dall’altra parte della strada, sulla casa dei miei nonni.

C’è ancora il suo sapore qui con me

Li vedo subito, anche loro sono sul terrazzo e stanno parlottando fitto fitto tra di loro.

Resto ferma a guardarli da lontano, aspetto che uno dei due si giri verso di me così da poterli salutare, è da un po’ che non li sento.

Anima mia

Torna a casa tua 

Ti aspetterò dovessi odiare queste mura

Nessuno dei due si gira verso di me, però.

La nonna torna in casa, chiudendosi la porta dietro di sé.

Anima mia 

Nella stanza tua

C’è ancora il letto come l’hai lasciato tu

Anche il nonno se ne va, inizia a salire le scale per andare sul terrazzo al piano di sopra, sicuramente vorrà finire qualche lavoro per ingannare il tempo.

Avrei soltanto voglia di sapere

Che fine ha fatto e chi sta con lei

Se sente ancora freddo nella notte

Se ha sciolto i suoi capelli oppure no

Io però non mi muovo, anzi, lo seguo attentamente con lo sguardo finché non arriva in cima alle scale dove si ferma per qualche secondo.

Trattengo il fiato senza nemmeno accorgermene ed è proprio in questo momento che lo vedo girarsi verso di me.

Lo sapevo!

Ormai lo conosco troppo bene, sapevo si sarebbe girato.

Si tratta di un piccolo gesto dopotutto, forse insignificante, ma lo avrei fatto anche io, per questo ho aspettato.

Mi vede subito, mi fa segno di non muovermi per poi scendere velocemente le scale da cui era arrivato e scomparire in casa.

Sta andando a chiamare la nonna: questa volta ne sono sicura.

Nel giro di pochi secondi, infatti, ritorna sul terrazzo seguito a ruota da lei.

Anima mia

Torna a casa tua

Ti aspetterò dovessi odiare queste mura

Anche la nonna mi vede immediatamente ed inizia a salutarmi sorridendo così mi sbraccio per ricambiare il saluto.

Uso entrambe le braccia per precauzione, sono abbastanza sicura che mi riescano a vedere piuttosto bene nonostante l’età o la distanza che ci separa ma non voglio comunque correre rischi.

Dopo un po’ mi decido finalmente ad abbassare le braccia ma continuo a sorridere, la nonna fa lo stesso, mi saluta ancora un’ultima volta e poi seguita dal nonno torna in casa.

Io resto lì ferma ancora un po’, guardo la casa dei nonni, la porta appena chiusa, guardo il fiume sotto di me poi il sole troppo luminoso che fluttua testardo sopra la mia testa.

Anima mia

Nella stanza tua

C’è ancora il letto come l’hai lasciato tu

Mi stacco dalla ringhiera e torno in cucina: sul tavolo trovo la tazzina ancora sporca di caffè ad aspettarmi.

Mi intenerisco a quella vista, così la afferro e mi avvio verso il lavandino per sciacquarla.

Del resto, non è stata certo lei a chiedere di essere abbandonata a se stessa.

Una volta pulita la asciugo e la rimetto al suo posto, nella credenza vicino alle altre tazzine.

Sorrido.

Ora ogni cosa è al suo posto.

Ora ogni anima è tornata a casa sua.

Avete messo Mi Piace6 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. ma sì, che tutte le anime tornino a casa, se ce l’hanno. Non so se è autobiografico, ma nei racconti questo non importa. Forse tutti lo sono.

  2. Di quelli che ho letto finora questo sembra essere il racconto a te più vicino, in un qualche modo. Ma forse è perché tratta di un qualcosa da tutti davvero vissuto, dopotutto. Le sensazioni che emergono sono davvero vive, che abbia anche aspetti autobiografici?

    1. Temo che il tuo occhio attento mi abbia appena scoperta 😂 Sì, questo racconto è interamente autobiografico. Quando l’ho ritrovato per caso mi sono solo limitata a rispolverarlo ed in un modo o nell’altro mi è sembrato giusto ricordare il periodo della pandemia.
      Grazie ancora per i tuoi commenti Gabriele 🤍

  3. Mi è davvero piaciuta questa finestra che si apre su giorni che sembrano lontani e vicinissimi allo stesso tempo. Mi sono cullata al ricordo di quel sole di marzo veramente troppo fuori luogo per il periodo e mi sono commossa leggendo dei nonni e di quel sorriso che resta stampato sul viso anche quando le braccia sono stanche di salutare. Un racconto che si sente molto vicino e che, a mio parere, è scritto veramente bene, in maniera ordinata. Bella l’idea della tazzina di caffè che fa da fil rouge. Molto brava

  4. È bene ricordare quel periodo. Anzi, sarebbe meglio non dimenticarlo mai. Abbiamo avuto un’esperienza così strana e ambigua che forse vorremmo spostarla in un archivio morto. Invece le anime chiedono qualcosa di diverso, ed è meglio cedere alla loro richiesta.

  5. Un racconto che catapulta indietro nel tempo, in un periodo storico estremamente duro.
    Mi è piaciuto come hai sovrapposto le parole della canzone ai pensieri della protagonista, creando la stessa immagine che sarebbe stata mostrata su uno schermo.
    Molto bello anche il paragrafo finale, dove, direttamente o indirettamente, dai significato al titolo del racconto.
    Brava!