Antisommossa

Picchiavano i tonfa sugli scudi, marciavano pestando gli anfibi sull’asfalto e lo stadio torreggiava su tutto e tutti in un modo che a Sergio sembrava un monte abitato dagli dei, tipo quello dell’antica Grecia. Doveva tornare ai tempi antichi? Lui e gli altri erano gli opliti o i legionari di un tempo, i loro antagonisti dei barbari urlanti e che sbavavano?

Sergio tenne duro.

Il prefetto teneva il megafono. «In nome della legge, sfollate o sarete tratti in arresto».

Una salva di insulti e urla si alzò dagli avversari.

Parve che il prefetto fosse rimasto calmo, ma Sergio sapeva bene che sotto sotto il suo animo era come soggetto a dei terremoti che lo dilaniavano.

«Dai con la carica» gridò il commissario.

Smisero di colpire gli scudi con i tonfa e partirono all’attacco, su di loro c’erano le comete lattee dei lacrimogeni.

Sergio fu addosso a un uomo pelato, tatuato, e che si era dipinto la faccia con i colori della squadra del cuore.

Anche Sergio seguiva il calcio, ma non fino a quel punto.

Intorno, le macchine bruciavano, i muri erano stati vandalizzati e le saracinesche dei negozi erano state prese d’assalto da quei brutti ceffi.

Sergio picchiò il tonfa sull’uomo, e questi fra bestemmie e ingiurie reagì con un colpo di spranga al suo stomaco.

Il giubbotto protettivo parò l’urto e Sergio continuò a picchiarlo.

Arrivarono altri agenti, videro che era tutto a posto e procedettero oltre.

Sergio sorrideva, sotto il casco. Il tifoso stava per ritirarsi su più miti consigli, ma poi ne arrivarono di altri che con degli schiamazzi lo investirono.

Sergio cadde a terra, poi si rialzò e mulinò il braccio armato per scacciarli.

Non fecero un passo indietro e lo tempestarono di sprangate e colpi di bastone.

Sergio stava per cadere di nuovo, ma intervennero altri poliziotti.

Li riempirono di botte e tutti tranne uno scapparono. Quel delinquente che era rimasto solo finì per essere perquisito e i colleghi si rivolsero a Sergio. «Pensaci tu ad arrestarlo. Ti farà piacere».

«Sì che mi farebbe piacere». Gli avvolse i polsi nelle manette e poi gli diede un calcio. «E te lo meriti pure».

Il commissario continuò a dirigere la carica e in lontananza il prefetto urlava al megafono: «In nome della legge…».

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