
Aó! Forse è de passaggio (st’episodio me sa lo cancello)
Serie: De madrelingua romana
- Episodio 1: Autostrade
- Episodio 2: Arrivati, in entrambi i sensi
- Episodio 3: Aó! Forse è de passaggio (st’episodio me sa lo cancello)
- Episodio 4: Dai che je la fai! Aò!
- Episodio 5: E andiamo!!!
- Episodio 6: “O così o non se ne fa niente!”
- Episodio 7: Niente de niente
- Episodio 8: Laboratorio = Alt = Doc
- Episodio 9: InKiEstA
- Episodio 10: In Festa
STAGIONE 1
Zio Igino montò sul furgone, e salutò con due sonori colpi di clacson. Chissà se lo avrei rivisto presto. Lo salutai di rimando cercando de analizza’ la risposta. Certo un pò difficile, co solo due sillabe a disposizione, ma non pe un romano doc.
Si, perchè, c’è tutto un mondo dietro un “aó”. Non pe’ niente zio Igino parlava solo co quello, per dire di si. Ma anche per dire no, che spesso accompagnava con un “ma che davero davero” per sottolineare una cosa che non avrebbe fatto mai e poi mai! E se intonava un “aó” con un bel punto interrogativo addietro, de sicuro stava per offrirti un caffè, cercando l’attenzione del barista. Aó! Che poi mica finisce qui..ad esempio, esiste… esiste anche un altro “aó” che sicuramente state pronunciando voi in modo prolungato per riassumere e dirmi semplicemente “ma te la smetti de parla’ che c’hai stufato!”. Ok, me fermo. Riassumendo anch’io direi che un “aó”, dipende molto da dove poni l’accento, e de più pe intonazione. E che non sarebbe esagerato affermare che a Roma se potrebbe parla’ così tra de noi, escludendo tutto er resto dell’alfabeto.
Tant’è vero che quel “aó” de zio Igino quella mattina ar dir la verità…non era manco fra questi! Era quello che solo un romano poteva capì, ovvero un “aó” affermativo che però voleva dire esattamente il contrario… è difficile ce lo so, semo fatti strani.
Non so se per volontà de zio, ma trascorse un anno e sei mesi prima di rivederlo de persona. Si perché il calendario de Frate Indovino il giorno dopo avrebbe segnato l’inizio di un marzo che definirlo pazzerello era proprio faje un complimento. E per la gioia de mi madre sarebbe arrivato un altro inglesismo che manco lei avrebbe mai voluto sciorinare ed aggiungere al nostro vocabolario, la parola “lock-down”.
Per di più a sperimentarla per primi saremmo stati proprio noi…
Già, sarei dovuto andare a lavorare in ufficio, ma Milano quella mattina di marzo e le successive, si sarebbe trasformata completamente, una città deserta! Che cavolo stava succedendo? Pareva de sta in guera, noi tutti chiusi in casa come nei bunker ad ascoltare il TG e a seguire quella strana classifica fra regioni. Il mio cervello però cercava ancora automaticamente la parola “Lazio”, e se illudeva d’esse agli ultimi posti per contagi da Covid-19, realizzando solo l’attimo dopo che il primo maledettissimo posto pe’ aggiudicasse la coppa era proprio per… “Aó! E proprio mo’ dovevamo esse’ a Milano! Aó! Ma che davero davero!” (da non confondere con quel il “aó ma che davero davero” di prima, qui l’esatta traduzione è: “ma che stiamo scherzando!?! …ce lo so, ripeto, semo fatti strani).
Paura? Si. Tanta, specie per le mie donne. Mi madre si era messa in testa de dove’ sfama’ la popolazione intera e dalla mattina alla sera impastava polpette per il quartiere e per i poveri che ora alla mensa non ce potevano più anna’. Nicolina invece dava il suo contributo ogni giorno sintonizzandosi su Radio Maria per pregare per i dipartiti, e affinché questo periodo di quarantena passasse presto. A dire il vero mi misi a pregare pure io per questo… affinché non si ripetessero conversazioni simili in cucina:
Nicolina disse: “Certo un anno così strano, così palindromo…me lo sentivo che sarebbe accaduto qualcosa!”
La guardai, cercando di alzare un solo sopracciglio. Credo le piacesse la parola, oppure doveva esser in ritardo di 18 anni…
Fedora le rispose: “Certo però che questo è davvero un disastro, poveri anziani! Dobbiamo pur fare qualcosa!”
Nicolina aveva 88 anni e anziana non ce se sentiva proprio. Mamma che ne aveva 10 anni di meno, neanche a sfiorarla, io invece che ne avevo cinquanta…me sentivo un vecchio de colpo! Ma come era possibile? Aó!
La guerra non l’avevo mai vissuta. Se per questo non avevo fatto neanche il militare, ero stato scartato per la mia imperfetta forma fisica. Non avevo mai dovuto razionalizzare il pane, ne me sarei sognato mai de fa la fila al supermercato sperando che fosse rimasta la “manitoba”. Non ero abituato a quel brividino nel trovarla assieme al lievito, a salutare i cassieri mascherati e la gente in fila mascherata, ignara di averle soffiato l’ultimo pacchetto. Cercavo di sorridere per quel mio sorridere da dietro la mascherina, respirare l’aria convincendomi che era solo un periodo in cui il Carnevale sarebbe durato de più. Guardavo i negozi chiusi, gli autobus senza la gente sopra, girare a vuoto come la ruota panoramica del vecchio Luneur. Surclassata dal “Tornado”, stracolmo di cani, che sovraffollavano il marciapiede più dei padroni. No, non ero abituato ad affrontare tutto questo come loro, generazione post-bellica di sopravvissuti.
Una volta a casa me bastava guarda’ mi madre e Nicolina conversare, per rimanere sorpreso della loro forza, della loro “resilienza”. Parola che avevo imparato da poco, e che sul dizionario c’era da sempre. Cercavo di non affondare nella nostalgia. Avrei tanto voluto entra’ con Gnappo in un bar e pronunciare un “aó” al barista più milanese dei milanesi anche solo per riceve’ uno sguardo scandalizzato!
Gnappo mio…lo chiamai. S’eravamo lasciati un pò arrabbiati per quella alzataccia alle 3 de notte, che gli avevo fatto fare per venirci a prendere. Dopo pochi squilli me rispose. Stava come stavo io. A tera. Lui più de me visto che non aveva le comari a riempirgli la giornata. Anche se non sempre questo si rivelava un vantaggio, avrei tanto voluto esse al posto de Gnappo, senza coinquiline.
Avevo iniziato a lavora’ da casa. E se era bello perché potevo anche stare in pigiama e in pantofole, dall’altro avevo un problema: mi madre e la mancanza de privacy. C’eravamo appena trasferiti e il mio ufficio improvvisato era un angolo di salotto, dove un tavolo ampio e sgombro faceva da scrivania. Fortunatamente Gnappo non aveva optato per l’openspace e la cucina era dotata di porte e muri. Però… bastava che io annunciassi alla due amiche, che stavo per iniziare un’importante videoconferenza, che il mio “fare le brave”, venisse interpretato al contrario. Infatti il sorriso de mi madre nel chiudersi a chiave per farmi capire che aveva capito, in realtà si rivelò come l’ultimo “aó” de zio Igino. Infatti iniziò subito dopo e i più svariati motivi, a fare su e giù per il corridoio con lo straccio, la scopa e il cestello dei panni. Per poi fermarsi nella penombra e prendere appunti alle mie spalle. Sicuramente per delineare un primo identikit dei miei colleghi da aggiungere al suo archivio informatico.
Tanto che il giorno dopo vedendo che nonostante l’ammonizione era recidiva alla cosa, mi era toccato mette’ al volo il primo sfondo virtuale per ovviare al problema. Con le palme e l’affaccio sul mare cristallino dei caraibi. Aó! Senza sapere che mettendo il “team”, avevo creato un caso. Perché protette dalle palme dove non soffiava alcun vento, e divani che sarebbero rimasti bianchi per l’eternità, le personcine a sfilare in corridoio mo’ erano raddoppiate. Mancava solo l’ingresso de Armani, pe chiude in bellezza.
Mi arrabbiai con la dolce mamma e Nicolina? Sicuramente se fosse stato prima del Covid, j’avrei fatto er cazziatone! Invece in quel momento ero così stranito dalla situazione, ma così voglioso de presentamme bene a lavoro, unico contatto con il mondo…che alla fine decisi che infondo, non potevo levaje l’unica fonte de distrazione che avrebbero avuto in casa.
Ero troppo buono? Diciamo a favore, che le due donne, almeno erano rimaste mute. Nello sfilare. Perché finita la conferenza, mi riempirono di domande. Anzi mi madre ne aveva una sola:
– Ma chi era quella bella ragazza bionda con cui stavi parlando?
Serie: De madrelingua romana
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- Episodio 2: Arrivati, in entrambi i sensi
- Episodio 3: Aó! Forse è de passaggio (st’episodio me sa lo cancello)
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- Episodio 7: Niente de niente
- Episodio 8: Laboratorio = Alt = Doc
- Episodio 9: InKiEstA
- Episodio 10: In Festa
Meno male che st’episodio non l’hai cancellato. Ora, leggendo a posteriori di quel lockdown assoluto che ci aveva resi immobili sono riuscita a sorriderne. Vero, per le persone che hanno vissuto la guerra non è stato così traumatico, ma per gli altri ha comportato cambiamenti che avranno ripercussioni, psicologiche, anche per il futuro. Cosa ti posso dire: adoro Mamma e Nicolina. Viva la resilienza!
Grazie Micol! In effetti fa strano rileggerlo a distanza…ora speriamo di continuare a scrivere e raccontare di abbracci ritrovati
“Certo un anno così strano, così palindromo…”
😂 😂 😂
“Si, perchè, c’è tutto un mondo dietro un “aó”. Non pe’ niente zio Igino parlava solo co quello, per dire di si. Ma anche per dire no”
Mi ha fatto ridere 😂 . Si può dire che sei la Zerocalcare di Edizioni Open
Troppo buono Tiziano! Meno male che Zerocalcare, non te sente e non me legge’ :D! …Grazie comunque per questa onoreficenza :))))))! Obrigado
Come sempre i tuoi brani fanno sbellicare, grazia anche all’assist del vernacolo romanesco, che è sempre superdivertente e qui usato con intelligenza. Mi è piaciuta la disamina iniziale sull’Aò. Brava
Ma Grazie! Per lo sbellicare e il commento sul vernacolo! (ehilà!), spero sempre di dosarlo bene senza esagerare, grazie per la conferma, è un conforto :)! Anche la lezione sull’ao, sai volevo accorciarla, poi riprendendola dopo giorni, nel rileggerla ho pensato… che ce stava tutta! 😉 ciao Alessandro, grazie! :))) contenta ti sia piaciuto!
““Certo un anno così strano, così palindromo…me lo sentivo che sarebbe accaduto qualcosa!””
Mi ha fatto ridere