Apollinare, l’ussaro alato

L’aveva fatto e ne aveva un buon ricordo.

Aveva combattuto contro un teutone che sapeva scatenare gli spettri, ma lui invece era ussaro alato e combatteva i semplici teutoni, quelli che non sapevano fare magie.

Secondo lui c’era prima di ogni cosa la Confederazione Polacco-Lituana, poi basta.

Cavalcava con il suo destriero e non si era unito alle truppe che avevano liberato Vienna dagli ottomani, lui era un soldato autonomo, vagava per le campagne dove e quando voleva lui, non era agli ordini di nessuno e la cosa lo faceva sempre esaltare.

Vagabondando per prati e foreste, dopo aver guadato un fiumiciattolo, giunse in vista di un abitato.

La notte era incipiente, avrebbe chiesto lì di poter dormire.

Raggiunse le prime case e realizzò che era un piccolo villaggio di contadini, gente analfabeta e ancora primitiva. Bene, Apollinare li avrebbe stupiti con le sue ali, l’armatura, la sciabola e la pelle di tigre che usava per coprire la sella. «Brava gente, mi chiamo Apollinare. È disponibile un buon posto dove dormire?».

Un sempliciotto si grattò il capo. «C’è la locanda di Marcus».

«E dov’è?».

Il sempliciotto gliela indicò, Apollinare seguì quelle indicazioni. Era una locanda che certo non era degna di un nobile di Varsavia, ma Apollinare era molto meno e si poteva accontentare.

Il locandiere era un grassone che contava il denaro. Forse era semita. «Ma certo, un posto per voi c’è, eccome, eccome».

Apollinare dovette sistemarsi nella stalla, ma di nuovo non fu troppo pretenzioso. Solo, aveva visto la figlia del locandiere che era bionda e doveva avere quindici anni – ma le tette erano abbastanza grosse.

Apollinare voleva giocare e andò dal locandiere. «Vorrei tua figlia».

«Oh, ma certo. Sono solo tre fiorini».

Glieli cedette e poi prese quella bambola. Nella stalla la spogliò e iniziò a copularci, ma mentre grugniva e sbavava e la quindicenne rimaneva immobile, Apollinare colse un movimento.

Dei brutti ceffi con pugnale e mazza gli si erano fatti vicini.

Nonostante la posizione scomoda, Apollinare attirò a sé con un incantesimo la sciabola e la usò per lanciare un raggio che dilaniò il volto di uno di quei furfanti.

Gli altri, seppur intimiditi per un attimo, lo circondarono.

Apollinare lasciò la bambola e con un incantesimo attirò a sé l’intero equipaggiamento. Adesso era un autentico ussaro alato e si difese da quegli assalti. Si limitò a stare fermo e a respingere i delinquenti che cercavano di fargli del male.

In una di quelle colluttazioni, una lanterna cadde nel fieno; scoppiò un incendio.

Apollinare prese il cavallo, si volse verso la quindicenne ancora nuda ma vide che era come pietrificata. Non se ne curò più e uscì dalla stalla.

Fuori c’era il locandiere che si struggeva mentre i sempliciotti del villaggio si erano organizzati per spegnere l’incendio, l’acqua presa dal vicino fiumiciattolo.

«Hai pianificato questo agguato per farmi del male, Marcus!». Apollinare voleva spiccargli la testa.

«Io? No… semmai…».

Prima che il locandiere potesse terminare e prima che Apollinare potesse tagliargli il capo, dall’incendio giunse una risata.

Dalle fiamme uscì la quindicenne che volava, non si trattava di un angelo, era più un’arpia. Aveva ali di corvo, era ricoperta di fuliggine e non sembrava più una quindicenne fatta prostituire dal padre. «Voglio i tuoi poteri!».

«Ah, ma sei stata tu a pianificare l’agguato!» concluse Apollinare.

«Mia figlia è una strega… che vergogna!» pianse il locandiere ebreo.

Secondo Apollinare non c’era differenza fra semiti e stregoni e ne era convinto. Diceva sempre che in quell’epoca era così, forse in futuro le cose sarebbero cambiate. Lanciò un raggio contro la megera volante, la quale lo schivò e con artigli di grifone assalì Apollinare.

Apollinare rimase interdetto, quindi fece un fendente alla cieca.

La strega cadde in terra divisa in due, poi diventò cenere. Neanche con quel teutone aveva rischiato tanto, pensò Apollinare.

Il cavallo di Apollinare calpestò quei resti su sua decisione e poi Apollinare andò via da quell’abitato: era meglio affrontare i lupi selvaggi più che una strega semita.

Sputò in terra.

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Discussioni

  1. C’è davvero di tutto in questo racconto. Le tue sempre puntuali e precise citazioni storiche, unite ad un tocco fantasy che a tratti mi ha ricordato lo Strigo Geralt.
    Ah, ed anche per questo racconto potrei suggerirti un brano dei Sabaton: ovviamente winged hussars.
    Infine: bellissime le corazze degli ussari, durante una trasferta di lavoro ho avuto modo di vederne una appesa in un ristorante a Wroclaw!

    1. sinceramente non lo so dell’uso delle ali. Io avevo letto – ma fonti non sempre attendibili, sparse nel web – che le usavano anche durante la carica, facendo un rumore caratteristico. Però sinceramente non ne sono sicuro..

    2. Sì, altrove avevo letto che le piume delle ali servivano a fare un rumore minaccioso… ma ricordiamoci che riguardo la cavalleria polacca, secoli dopo, ci fu un’altra leggenda (quella che afferma che i cavalleggeri polacchi caricarono i Panzer nel 1939…)